Recuperare o ricordare? Save or remember?

Alzi la mano chi di voi non si è mai incuriosito incrociando sulla sua strada un edificio abbandonato. Io per prima non resisto ad aguzzare la vista cercando di carpire immagini di un passato a volte neanche tanto lontano, vite ed energie e oggetti immobili nel tempo come il castello de La bella addormentata nel bosco. Ero ragazzina quando vidi per caso in televisione un episodio di Ai confini della realtà in cui un gruppo di persone veniva proiettato in un futuro in cui la casa che abitavano era stata abbandonata e la trovavano polverosa e piena di ragnatele, suppellettili e stoviglie ferme lì dov’erano state lasciate, come se l’umanità fosse scomparsa in un istante agghiacciante. Vi sto facendo rabbrividire almeno un po’? Ne rimasi talmente impressionata che tutt’ora rimango interdetta anche solo di fronte a una fotografia di una casa abbandonata; e se di una fabbrica a volte possiamo spiegarci il perché del disuso e razionalizzare ciò che vediamo, spesso solo scheletri di archeologia industriale, di una casa viene spontaneo chiedersi il perché dell’abbandono e che vita abbiano i suoi vecchi occupanti.

Hands up if, finding an abandoned building on your travels, you feel quite intrigued by it. I absolutely can’t resist the urge to peek into it, trying to figure out lives, instants and forgotten objects of a recent past, just like in the castle of the legendary Sleeping Beauty. I was a little girl when I accidentally watched an episode of The twilight zone in which a group of people was projected into the future, where they found their house empty, dusty and full of cobwebs, where the knick-knacks and the crockery were still there where they had been left, as if humanity had suddenly gone. Feeling those goose bumps down your spine yet? That episode really touched me: it stayed with me for such a long time that, even now, I can come to a standstill if I see a photograph of an abandoned house. An abandoned factory usually speaks of reasons and motives to its being left to dust and mice; when it is a house it’s only natural to wonder why it was left  and what is now of its last inhabitants.

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Grazie al web ho scoperto che gli esploratori e appassionati di edifici abbandonati sono tanti in tutto il mondo, alcuni seriamente attrezzati e preparati, altri parecchio avventurosi, altri ancora timidi come me che fotografo porte e finestre e ingressi di vecchie fabbriche, ma non mi azzardo a entrare (ma io sono una che si emoziona solo alla vista di un baule chiuso). In Italia abbiamo, inoltre, una legislatura precisa che consiglio di tenere in considerazione nel caso si volesse fare esplorazione libera, molto utile a tal proposito questo articolo tratto dal sito dell’Associazione fotografica Imago di Arezzo a cura dell’avvocato Rosini. Fondamentale anche il breve manuale in italiano di wikihow su come esplorare edifici abbandonati (contiene anche ulteriori link).

Thanks to the Web I have discovered that the explorers and the lovers of derelict buildings are numerous worldwide, some seriously prepared and ready to go, some more like me, on the timid side, only good at photographing old windows, doors and factories’ entrances, but never gutsy enough to walk into them (actually, only looking at a locked chest brings me overwhelming feelings). In Italy there is a precise legislation, which I strongly recommend to keep in mind, in case one would like to freely explore these buildings. In this sense I advise to read the following article, by Associazione fotografica Imago, from Arezzo, care of Avvocato Rosini. Similarly, I found absolutely necessary the short manual in Italian by wikihow on how to explore abandoned buildings (it also contains further links).

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Personalmente, su Facebook e Instagram seguo un fotografo statunitense che ne ha fatto un lavoro e pubblica immagini interessanti da molti punti di vista; con le sue inquadrature degli ambienti in cui riesce a entrare e le prospettive che usa testimonia con grande amore e rispetto i molteplici aspetti sociali, storici e culturali degli Stati Uniti. Trovo che De Leon Photography su Facebook oppure forceofhabit su Instagram, se lo preferite, riesca a cogliere sprazzi di quell’America autentica (in questo caso dal Maryland) che ci incuriosisce sempre e che spesso sbirciamo attraverso film e serie televisive, un paese che negli ultimi anni ha subito anch’esso una crisi economica feroce e che per consuetudine e necessità è in grado di mollare davvero tutto lì dov’è e trasferirsi altrove con grande coraggio (e avendone comunque l’opportunità).

Personally, I follow via Instagram and Facebook an American photographer who has seriously worked on the matter and publishes and shares interesting images, taken from different points of view. With his snapshots and perspectives of the environments in which he manages to walk into he is able to witness with great love and respect the multitude of social, historical and cultural aspects of the United States. I find that De Leon Photograpy on Facebook, or forceofhabit on Instagram if you prefer, is able to catch glimpses of that original American life (in this case from Maryland) that always makes us want to know more and that it is often portrayed in films and tv series that reach millions of people, depicting a Country that, in the last few years has lived a ferocious economic depression, a Country that for need and necessity has and does start all over again with great determination (also thanks to real opportunities).
Courtesy of De Leon photography

Courtesy of De Leon photography

Courtesy of De Leon photography

Courtesy of De Leon photography

In Italia, invece, ho scoperto una voce autentica e ben organizzata nel progetto di Edifici Dismessi: un gruppo di persone, instagramers, architetti e sostenitori di Legambiente, che si è posto come obbiettivo primario il racconto fotografico degli edifici dismessi della provincia italiana. Sul loro profilo Facebook e Instagram convergono scatti da più appassionati e sostenitori del progetto. Come sempre, vi suggerisco una visita diretta alle pagine in questione nei link che inserisco nell’articolo (sono le parole colorate diversamente). Con loro ho collaborato anche io nel mio piccolo condividendo una fotografia dell’esterno del capannone Eternit di Siracusa, fabbrica, incustodita, per la quale riporto questo emblematico articolo de L’Espresso qui.

In Italy, on the other hand, I have found a new and highly organized project called Edifici Dismessi (disused buildings): a group of people, instagrammers, architects and supporter of Legambiente that has made its own personal aim to tell, through a photographic account, the story of the empty buildings scattered throughout the Italian territory. On its FB profile and via Instagram regularly arrive snapshots taken by its supporters and similarly-inclined enthusiasts. Again, I recommend you visit these pages directly via the links provided in this article (those lines in different colour). I have worked with Edifici Dismessi, with my personal small addition, publishing a photo of the dismissed Eternit factory, in Siracusa; to support my contribution I am enclosing an interesting article from L’Espresso.
La fabbrica Eternit di Siracusa

La fabbrica Eternit di Siracusa

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L’impressione che ho ricavato saltellando da un link all’altro è che in Italia, a differenza degli Stati Uniti, l’attenzione verso il possibile recupero degli abandoned buildings, soprattutto se di proprietà di enti pubblici e non di privati, sia molto forte da nord a sud della penisola; credo che gli spazi edificabili ormai esigui e la tensione nell’evitare sprechi della cosa pubblica che graverebbero economicamente sulle tasche di tutti, siano le motivazioni di fondo da non dimenticare mai. Resta sempre e comunque la fascinazione per questi luoghi e le storie che raccontano, siano essi case private, vecchie fabbriche, orfanotrofi, ospedali per malattie mentali, castelli o semplici masserie.

Infine, non nascondo che mi farebbe piacere trovare sempre qualche finestra ricoperta di edera o qualche tetto sfondato con un albero che vi cresce al centro per sognare di vite passate o di archeologi del futuro che si interrogano su di noi; e di un futuro, nonostante tutto.

My conclusions, stemmed from searching the Web and moving from link to link, are that in Italy, unlike the States, we are much more conscious of bringing these abandoned buildings back to life, often with a different use from the one originally intended. This is especially evident with buildings that belong to the public administration, obviously trying to keep the public spending to a minimum. In addition, this comes from the strong necessity to avoid further building, dictated by the near saturation of suitable building areas. Private properties seem to follow the same frugal trend, for exactly the same reasons. Whatever one might say, these disused constructions are fascinating setting for the stories they tell: private homes, factories, orphanages, mental hospitals, asylums, farms, castles, they are all unique in their past.
Finally, I can’t hide that I would regularly love to find an ivy-covered window or a broken roof with a tree growing through it, to be able to dream of past lives or futuristic archaeologists wondering about us.
To be able to dream about the future, nevertheless.
Villino Telefono - Cittadella PD

Villino Telefono – Cittadella PD

Bolzano

La Sardegna

Bari

un grazie immenso a Monica Marin che ha sapientemente tradotto in inglese perfetto il mio italiano barocco 😉

Courtesy of De Leon photography

Courtesy of De Leon photography

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Informazioni su Aleksandra Semitaio

Scienze, tecnologia, alimentazione, content marketing e social media sono le mie passioni. Suggestioni e progetti il mio motto. La cultura digitale non è tutto, ma la punteggiatura corretta è fondamentale. Se volete davvero commuovermi mostratemi un'astronave sullo sfondo degli anelli di Saturno o una burrata fresca di caseificio; non necessariamente in quest'ordine. Vedi tutti gli articoli di Aleksandra Semitaio

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