Il problema della confettura di fragole ibride

Ho letto delle cose oggi. Cioè, leggo cose ogni giorno, più volte al giorno, per chi non lo sapesse. Ma oggi ho letto delle considerazioni sulla cultura digitale che mi hanno fatto riflettere per l’ennesima volta sulla mia storia personale e su quanto la narrazione del mio divenire digitale si sia intrecciata con la narrazione delle storie e delle esperienze di alcuni digital champion e non solo.

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Come è fisiologico che sia, l’associazione che ha fatto capo all’iniziativa di promuovere la cultura digitale nel paese Italia è stata fonte di discussioni e riflessioni contrarie al pensiero di Riccardo Luna e contrarie al messaggio portato avanti in questo ultimo anno e, se non al messaggio, ai modi in cui è stato veicolato o non è stato veicolato. Insomma, non mi dilungo oltre, la casistica è immensa e varia, fatta di Sì e anche di Però che assurgono a categorie discriminanti e prolisse. Sul web, se vi fate un giro cercando “digital champion” e le sue varianti linguistiche, trovate una serie di post pro, contro e ni per farvi una vostra idea.

Io una mia idea la ho e, contrariamente a quanto faccio di solito, mi esporrò senza timori (tanto i miei quattro lettori e mezzo non me ne vorranno).

Non sono una nativa digitale per ovvi motivi anagrafici, inoltre sulle mie spalle peserà per sempre la responsabilità di aver negato a mio padre la gioia di regalarmi il mio primo personal computer, però dal 1999 in poi mi sono più che ripresa il tempo perduto, tanto che in alcuni periodi di questi ultimi decenni mi sono dedicata addirittura a creare indecentissimi siti internet e ho frequentato, se non l’alba, le dieci di mattina del web prima dell’avvento dei social media grazie ai gruppi usenet.

Ho creato e abbandonato una quantità industriale di indirizzi e-mail, creato decine di password da dimenticare e mi sono registrata a tanti di quei siti e ho lasciato tante di quelle tracce firmandole con nome e cognome che sono stata profilata ancora prima che esistesse il concetto stesso di profilazione (che brutta parola, suona proprio male) e che tutti si arrabattassero a proteggere i propri dati sensibili allo sportello dell’ufficio postale, salvo sbattere su Facebook qualsiasi sciocchezza, coscia o idea xenofoba gli passasse per la testa.

Io c’ero quando si parlava di Netiquette e di emoticon e c’ero perché ho avuto la fortuna di incontrare persone che si sono adoperate per spiegarmi l’immenso mondo di opportunità che si celava dietro lo schermo di un pc. C’ero quando si trattava di spiegare alle mie amiche meno informatizzate come funziona Windows e perché, c’ero quando si trattava di fare un ripristino configurazione di sistema e quando bisognava smontare una ventola e sostituirla. Ma che noia, state pensando. Mai che ci racconti qualcosa di puccioso o piccante. Quindi niente ricette di confetture di fragole. Niente cosce o idee xenofobe da queste parti, invece per quanto riguarda la stupidera sono ancora in tempo, vedremo.

Ho conosciuto quattro digital champion, due personalmente. Ho conosciuto (quasi) personalmente qualcuno che non è stato molto d’accordo con Riccardo Luna. Di queste persone posso dire con certezza che mi hanno dato molto, direttamente o indirettamente, e che sono sinceramente impegnate nella divulgazione della cultura digitale. Come ho già avuto modo di scrivere, il concetto che sostiene la locuzione “cultura digitale” è complesso.

Si potrebbe affermare che esistono persone per cui internet coincide con i social media, e a maggior ragione si potrebbe affermare che esistono persone per cui non esiste altro al di fuori di Facebook e Whatsapp. Esistono, altresì, persone per le quali internet è un fenomeno che non ha nulla o ha poco a che vedere con il concetto di cultura. Esiste, quindi,  (oggi va così, sono ignobilmente qualunquista) una terza categoria di persone che pensa che la cultura digitale sia appannaggio di pochi (sempre da un punto di vista globalizzato, comunque, eh?).

Il punto di queste considerazioni superficiali è che lasciano il tempo che trovano quando ci caliamo nelle realtà cittadine italiane; se pure è assodato che, ben prima dei campioni digitali, esistevano già persone e realtà operanti con eroismo nella divulgazione, formazione e informazione della cultura digitale (non prendetevela, ma voglio escludere la quantità di corsi per imparare a usare il foglio di lavoro excel e quelli per comprare la certificazione per l’uso di OS400 quando già stavano approntando l’interfaccia grafica).

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Perché scrivo queste cose? Il fatto è che quella piccola etichetta, quella di campione digitale, è stata assegnata a circa duemila persone e fra queste c’erano coloro che in questi ultimi mesi mi hanno donato molto in termini di suggestioni e progetti, entusiasmo e obbiettivi, innovazione e amore per la cultura.

Quell’etichetta, inoltre, ha permesso loro anche di concretizzare amore per la cultura, obbiettivi e progetti operando attivamente sul territorio in cui vivono, attuando collaborazioni con cittadini di tutte le età, stakeholder e pubbliche amministrazioni. Attraverso l’incarico assegnatogli, loro stessi hanno avuto la possibilità di conoscere molte più persone e avviare ulteriori collaborazioni e nuovi progetti. Le persone coinvolte sono molte, così tante che credo che in realtà i digital champion siano molti di più di uno su quattro città, credo che siano almeno due per ogni comune d’Italia.

Se anche la più oscura impiegata amministrativa disoccupata e quarantenne che vive in una delle regioni con la più alta percentuale di disoccupazione di genere in Europa e pure con velleità da poeta, frequenta workshop di digital empowerment, arriva a scrivere di cultura digitale, di ambiente e circular economy, avvia collaborazioni nel territorio in cui vive, cura l’editing di alcuni capitoli di un libro sul content marketing e frequenta un corso per diventare assistente in progettazione sociale europea, io credo che possiamo serenamente affermare che è vero che il movimento favorito dai digital champion insieme a coloro che hanno creduto e sostenuto progetti di inclusione e empowerment digitale stia centrando e coinvolgendo i suoi obbiettivi principali: noi.

 

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Informazioni su Aleksandra Semitaio

Scienze, tecnologia, alimentazione, content marketing e social media sono le mie passioni. Suggestioni e progetti il mio motto. La cultura digitale non è tutto, ma la punteggiatura corretta è fondamentale. Se volete davvero commuovermi mostratemi un'astronave sullo sfondo degli anelli di Saturno o una burrata fresca di caseificio; non necessariamente in quest'ordine. Vedi tutti gli articoli di Aleksandra Semitaio

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