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Portare il coding nella mia città n°1

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1.0 A volte sogno che sono di nuovo fra i banchi di scuola, devo rifare gli esami, devo affrontare un’interrogazione oppure devo ripetere tutto l’anno scolastico. Come diceva Eduardo De Filippo: gli esami non finiscono mai.

C’è stato un tempo in cui la scuola era una realtà oggettiva e non un incubo kafkiano. A lezioni terminate immaginavo pomeriggi inerti, aule silenti, corridoi vuoti e i professori, anch’essi a casa, con pile di fogli protocollo da correggere, circondati da libri.

Ciò che penso della Scuola, fuori dal mondo dei sogni, è che occorre creare una visione amplificata e completa dei contesti storici e sociali in cui si sono verificati movimenti letterari, scoperte scientifiche, movimenti pittorici e più in generale, l’evoluzione delle arti figurative, delle letterature dei vari paesi del mondo, delle scienze.

Quando andavo a scuola mi sembrava tutto slegato e, soprattutto le materie scientifiche, qualcosa di esoterico ed elitario.

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1.1 Ci sono tornata davvero a scuola, senza averne apparente dovere; era pomeriggio, il primo dicembre, e ho trovato un mondo indaffarato di insegnanti impegnate fra pc e registri digitali.

All’Istituto Comprensivo Giuseppe Lombardo Radice di Siracusa c’erano due maestre ad attendermi: Ada Strano, docente di matematica, e Maria La Monica, docente di sostegno. Volevo capire, volevo farmi raccontare il coding per bambini dal punto di vista degli insegnanti che lo hanno fatto e Ada e Maria mi hanno raccontato anche di più.

Il Comune di Siracusa, con la collaborazione di Impact Hub, ha promosso un programma di formazione per tutti gli istituti scolastici cittadini volto a stimolare lo studio e la pratica del coding; per questo motivo, fra marzo e aprile 2015, si sono susseguiti alcuni eventi che hanno coinvolto alunni, insegnanti e genitori.

Oltre le giornate di formazione per il coding vero e proprio, i bambini hanno potuto divertirsi con MaKey MaKey facendo suonare frutta e ortaggi, hanno incontrato i robot di Behaviour Labs di Catania e infine hanno creato applicazioni con Scratch.

Quindi, ho pensato, c’è grande movimento nonostante si pensi che la Scuola sia ferma a carta e calamaio.
Troppo lavoro c’è. – mi dicono – Ma se arrivassero più tablet, se le attrezzature bastassero per tutti gli studenti e nessuno fosse senza, potremmo lavorare meglio con tutti i ragazzi.”.

È pur vero che, oltre i Programmi Operativi Nazionali (PON), esistono un’infinità di progetti europei cui aderire, basterebbe fare rete fra scuola, comuni, imprese, genitori e studenti.
Basterebbe fare rete con altre città impegnate nello stesso desiderio di aprire prospettive future ai propri figli, alle nuove generazioni, quelli che chiamiamo nativi digitali e che vivranno, adulti, in società diverse dalle nostre. Una suggestione, questa, donatami da Viviana Cannizzo, digital champion del Comune di Siracusa.
Capisco che i docenti (e i genitori) da soli non possono avere il tempo e le forze per accompagnare i bambini verso il loro futuro, ma la cultura e l’innovazione digitale hanno il potere di contrastare queste solitudini.

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1.1.1 Ada e Maria mi raccontano che hanno fatto coderdojo anche con un alunno audioleso: le nuove tecnologie sono sempre grandi fonti di integrazione. I bambini che hanno fatto da mentor ai loro compagni erano perfettamente in grado di insegnare ai loro coetanei ciò che avevano appreso duranti i corsi propedeutici all’evento di coding. La soddisfazione è stata tanta e diffusa fra tutti.

Fare coding con i bambini mette tutti allo stesso livello – mi dice Ada Strano – e mi ha permesso di rendere completo il percorso scolastico che riguarda l’apprendimento della matematica.

Lo sviluppo del pensiero computazionale è paragonabile ai processi logici che usiamo tutti i giorni per risolvere un problema. L’approccio corretto alla matematica è quello di vederla come lo sviluppo di processi logici all’interno di situazioni problematiche.

Un metodo didattico già ampiamente applicato in pedagogia è quello della verbalizzazione del percorso risolutivo: i bambini mettono per iscritto tutto il ragionamento insieme alle operazioni matematiche, successivamente, tutti insieme correggiamo i compiti verbalizzando il percorso oralmente, in aula. In questo modo tutti, nello stesso momento, sono protagonisti attivi e coinvolti nel processo di apprendimento.“.

Paradossalmente, “gli unici problemi sono stati quelli relativi alla connessione dati disponibile durante i corsi di formazione: spesso veniva a mancare la connessione e finivamo di prepararci a casa perché durante il corso si verificavano delle interruzioni.“.

A volte le cose avvengono quasi contemporaneamente e non è un caso se arriva una circolare dal Comune che chiede un referente con conoscenze di base a livello informatico per partecipare a un seminario che promuove la conoscenza del linguaggio computazionale. Mentre il MIUR crea programmi di implementazione della cultura digitale all’interno delle scuole.

 

Nelle scuole di oggi si fa lezione con la LIM, la lavagna interattiva multimediale, oppure a distanza con Skype, soprattutto quando ci sono bambini che non possono essere in aula ogni giorno per problemi di salute. Gli insegnanti usano internet costantemente, preparano video e presentazioni in power point e hanno il registro elettronico.
Ogni giorno di più condividono informazioni e competenze a livello informatico e un po’ alla volta si mettono al passo, anche se chi ne sa qualcosa di più viene costantemente consultato con le richieste di aiuto più disparate. E non è una questione generazionale.

È un universo che oscilla fra valori elevati di dispersione scolastica (soprattutto qui nel meridione), dematerializzazione, piattaforme di connessione scuola – famiglie e circolari ministeriali che vengono ancora stampate e affisse su una bacheca fisica.
E poi ci sono anche i trentasei ragazzini di scuola media inferiore che prendono la European Computer Driving License e conquistano crediti per gli esami di stato.

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1.1.2 Nel frattempo confronto e condivisione sono fondamentali, senza dimenticare che la cultura digitale può essere un’opportunità per tutti.

Cito di peso (e concludo) un articolo di Matteo Tempestini pubblicato proprio oggi, 9 dicembre, su Che Futuro!: “La cultura? Si c’è un fattore culturale da tenere presente. È difficile abituarsi a pensare in termini veramente innovativi e soprattutto è complesso effettuare una costante applicazione della tecnologia alla vita di tutti i giorni senza cadere nell’errore di essere autoreferenziali. Il digitale si presta tantissimo a parlare a pochi appassionati di tecnologia…ma gli altri? Gli altri, specialmente in Italia, sono quelli che possono oggi dare valore al digitale con applicazioni che il tecnologo nemmeno lontanamente magari si immagina; è con gli occhi di quelle persone che c’è da sforzarsi di guardare gli strumenti della tecnologia. E per finire: conta condividere. Conta moltissimo quanto siamo disposti a condividere. Quello che a volte è appannaggio dell’innovazione è di fatto la volontà di fare sharing e rete delle nostre idee.”.

 

 


Portare il coding nella mia città n°0

0 – Voglio portare il coding ai bambini della città in cui vivo. Ci riuscirò? Per farlo dovrò comprendere io stessa, prima di tutto, cosa fare e come potrò proporre questa iniziativa e a questo proposito, presto vi racconterò di nuovi incontri. L’idea covava da tempo sotto le ceneri dell’ex impiegata amministrativa che sono stata. Poiché quelle ceneri si sono ormai raffreddate da tempo, pare che stia germogliando qualcosa. La prima a essere curiosa sono io.

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0.1 – È stato a maggio di quest’anno, mentre girovagavo per il web alla ricerca di qualcosa di innovativo da raccontare, che mi sono imbattuta in un articolo su Matera Capitale della Cultura 2019 e ho scoperto il coding dedicato a bambini e ragazzi.

A ottobre, in occasione della Code Week, ho potuto assistere all’evento di “Green Coding: rispettare l’ambiente giocando con le nuove tecnologie”, grazie a Marco Scalet dell’associazione Futuro Solare Onlus (sì, proprio quella di Archimede 1.0) e a Viviana Cannizzo di Impact Hub Siracusa.

Il 9 novembre, in una vulcanica chiacchierata telefonica, Francesco Paolicelli mi ha raccontato che l’evento di coder dojo fatto a Matera a ottobre del 2014 è stato uno dei motivi per cui l’Unione Europea ha scelto la città dei Sassi come capitale della cultura per il 2019.

Perché non di sola bellezza fine a se stessa si vive, ma della bellezza coltivata nel progresso culturale e nell’innovazione del tessuto sociale. 

0.1.1 – Cos’è il coding? È programmazione informatica: la stesura di un programma, una sequenza di istruzioni che dà vita a internet, a software e applicazioni, ai pc e ai device come tablet e smartphone. Il modo per far avvicinare i bambini, gli insegnanti e i genitori e non solo, al pensiero computazionale effettuando il passaggio da un concetto di informatica vissuto come utente passivo al concetto di informatica vissuto come maker.

Mettere in grado i nativi digitali e gli adulti che li educano a vivere questa nuova epoca storica con più consapevolezza, questo l’obbiettivo. È un modo per non pensare alla cultura digitale come altro da sé.

È un modo per riappropriarci dell’apprendimento critico, tutti insieme e a qualsiasi età, perché è divertente e perché, cito un articolo di Coder Dojo Matera, “non è la formazione scolastica o formale. E’ un evento dal basso. Chi vuole partecipa.”.

0.1.2 – Storie rintracciabili in rete:
Xoff Conversazioni sul futuro 8 novembre 2015
App4Kids ne parlano su StartupItalia!
Anche il MIUR se ne occupa
@CoderBas per #GoOnBas

 


Una conversazione con il digital champion Francesco @piersoft Paolicelli

Xoff Comunicare sul Futuro - 8 novembre 2015

Xoff Comunicare sul Futuro – 8 novembre 2015

Descrivere una persona come Francesco @piersoft Paolicelli è un compito arduo, sul suo profilo Facebook si definisce webmaster, ha studiato ingegneria presso il Politecnico di Bari, ha fatto parte della task force per l’agenda digitale in Basilicata, è un digital champion fra i più conosciuti, attivi e propositivi in Italia, vive fra Lecce e Matera, promuove CoderDojo come quello di ottobre 2014 a Matera che ha accolto ben mille ragazzi nell’evento di coding più grande che sia mai stato organizzato e si occupa quotidianamente di open data. 

Questo lungo elenco non è un’elegia, ma la mia speranzosa introduzione alla vulcanica conversazione telefonica che abbiamo sostenuto lunedì 9 novembre, mentre Francesco era in viaggio e io sotto il portico di casa a prendere aria perché dove vivo la ricezione della rete cellulare è pessima. Ne è valsa la pena. Se compito di un digital champion è essere fonte di ispirazione e innescare interesse e partecipazione e voi volete comprendere il presente e il futuro della cultura digitale in Italia, non dovete far altro che leggere ciò che segue. Buona lettura a tutti. 

Domanda: Francesco, quando ho iniziato a seguirti, ho dovuto subito cogliere i molteplici inviti a usare Telegram per sfruttare gli open data. Ma sinceramente non ho ancora afferrato correttamente cosa siano i bot e la differenza fra gli open data e OpenStreetMap. Ce la spiegheresti? Sono sicura che capire come funzionano queste informazioni su Telegram ci può dare la possibilità di usarle al meglio.

Risposta: I bot di Telegram possono poggiare sugli open data, che possono essere governativi, oppure su OpenStreetMap che è un sistema di geolocalizzazione aperto che funziona con lo stesso principio di Wikipedia: ogni utente può accedervi e aggiungere o modificare, migliorandole, le informazioni sul luogo in cui si trova qualsiasi esso sia: un museo, un ristorante, un albergo. OpenStreetMap è un esempio di opendata comunitario. Altra cosa è usare gli open data attraverso i bot di Telegram, per esempio rendendo la fruizione di questi dati facile per i non addetti ai lavori. Devi pensare che ci sono database infiniti, per esempio dei beni confiscati alla mafia oltre che dei musei, delle aree archeologiche, dei treni e dei mezzi pubblici e il governo italiano in questi mesi ne ha resi pubblici e accessibili molti. Questa è una cosa importante, perché tutti possono accedere a questi dati e usarli per condividerli, creare app, fare impresa. Il mio obbiettivo è arrivare a più persone possibile, diffondere il concetto di open data  e offrire a tutti la possibilità di usarli per la loro vita quotidiana. 

Fare divulgazione e divulgare l’uso di questi strumenti è la mia missione; il detto latino “communica te ipsum” non significa altro che “condividi te stesso” ed è il valore aggiunto di quest’epoca in cui il mondo (anche del digitale) sta pervadendo tutta la società e in cui non ho più bisogno di insegnanti che mi infondano nozioni dall’alto, ma di persone con competenze diverse che sappiano condividerle e contaminarsi a vicenda.

È per questo motivo per esempio, che considero il coding un aspetto fondamentale di un nuovo modo di fare scuola: la programmazione è un approccio attivo alla tecnologia e un approccio orizzontale alla conoscenza. Un cambiamento di mentalità che dobbiamo attuare adesso che stiamo conoscendo le prime generazioni di millennials, di nativi digitali che la tecnologia non devono subirla, ma esserne parte attiva. Ovviamente questo passo possono e devono farlo anche i genitori, noi che siamo nati in un universo analogico, anche noi non dovremmo subire le nuove tecnologie, ma farle nostre, per comprenderle e usarle in maniera critica e trasmettere questo concetto ai nostri figli.

Gli open data, come dicevo, sono uno dei modi per arrivare a questo approccio aperto e orizzontale. Bisogna ricordarsi che l’origine stessa di Internet, del world wide web, cioè Arpanet, era la piattaforma attraverso cui gli scienziati di tutto il mondo condividevano i risultati delle loro ricerche per confrontarsi e trovare soluzioni comuni. Il principio di Arpanet era anche volto ad un risparmio a livello economico: la condivisione dei dati produce anche questo bel risultato. Si risparmiano tempo e denaro fruendo liberamente dei risultati ottenuti da altri, invece che ripetere ricerche e creare ex novo informazioni già prodotte da altri. Questo principio per esempio è alla base degli open data usati dalla Svizzera per le informazioni sul trasporto pubblico come i treni: gli svizzeri possono usufruire per esempio dei dati di Trenitalia e io posso appoggiarmi ai bot svizzeri per ricavare queste informazioni, ma perché in Italia non sono stati messi a disposizione.

Tornando alla Scuola, trovare persone ricettive da questo punto di vista è un lavoro impegnativo, ecco perché occorre lavorare molto sulla missione dei coderdojo. Uno dei messaggi più importanti dati ai bambini che fanno coding è Be Cool: sii figo. Questo i bambini lo capiscono, quando fanno coding si divertono, acquisiscono molte competenze e loro stessi possono diventare mentori di altri bambini, innescando un circolo virtuoso e gratificante. Comprendere la cultura digitale e trasmettere competenze a livello tecnologico abbatte la cultura di tipo cattedratico e le storiche arretratezze infrastrutturali di cui soffriamo soprattutto nel sud dell’Italia: che tu viva in città o in un’area rurale hai la stessa possibilità di accedere alla conoscenza e di essere libero.

D: Qual è lo stato dell’arte della figura del digital champion in Italia? Come viene percepito dalle istituzioni e dagli stakeholder: ambasciatore, divulgatore oppure come una figura propositiva, come un innovatore? Un consiglio che ti sentiresti di dare ai nuovi digital champion e agli stakeholder che occupano il tessuto istituzionale delle nostre città.

R: A proposito di questo posso dirti che il 20 e il 21 novembre di quest’anno abbiamo un raduno a Torino. È sorta la necessità di discutere della figura del digital champion in Italia perché molti di noi non son riusciti a relazionarsi efficacemente con le istituzioni e con la cittadinanza e si sono dimenticati che il senso di questo incarico è la divulgazione della cultura digitale e delle best practice utili a creare e consolidare i nuovi modi in cui si può esprimere il senso civico e la società contemporanea. Occorre spendersi per la crescita del territorio e occorre farlo in autonomia attraverso una rete di persone reale e animata dagli stessi intenti. Ci incontriamo anche per fare il punto di un anno di attività e vedere le cose belle fatte da ognuno, e le ombre dell’associazione.

La figura del digital champion è diffusa in tutto il mondo, ma normalmente ne esiste una per nazione, per esempio il digital champion di fatto degli Stati Uniti è Barack Obama, ma in Europa (dove la carica del Digital Champion è ufficiale e voluta dall’EU) è, per esempio, nel caso dell’Estonia, impersonata dal premier stesso. Di solito vengono incaricate figure emblematiche per la società civile, il Governo ha voluto fortemente Riccardo Luna per l’Italia e noi siamo l’unico paese al mondo in cui il digital champion ufficiale ha deciso di condividere onori e oneri con altri come lui, creando un sistema che dovrebbe diffondersi fino ad arrivare ad avere un digital champion per comune. In questo modo, secondo l’idea di Riccardo, ogni luogo di Italia potrà avere la possibilità di beneficiare di una figura che si occupi di divulgazione sul territorio in maniera capillare. Uno degli obbiettivi della riunione che faremo a breve è capire chi di noi può supportare attivamente queste istanze ed, eventualmente, creare dei piani di coordinamento locali per non farci sentire isolati e darci gli strumenti e i modi per agire mettendo a fuoco gli obbiettivi. I DigitCh fungono da substrato di unione per esempio tra la PA e gli stakeholders, tra la Scuola 1.0 e il mondo del coding.

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D: Di Matera 2019 se ne parla poco oppure è solo un’impressione? Mi risulta che uno dei motivi per i quali è stata scelta sia stato il grande evento coderdojo di ottobre 2014: a distanza di un anno è possibile tirare le somme dello slancio dato alle prospettive future della città e dei suoi bambini?

R: L’avventura di Matera è stata fortemente voluta dall’amministrazione comunale precedente. Esiste un dossier in cui io sono stato nominato a mia insaputa, in cui sono stati evidenziati, tra le altre cose, tutti gli steps partecipativi che abbiamo affrontato per arrivare alla designazione di Matera come Capitale della Cultura del 2019. Io ho partecipato come volontario del WebTeam Matera 2019 a tutte le attività propedeutiche a questo successo, perché sono nativo di Matera, ma vivo a Lecce, ed ero parte dell’amministrazione comunale di quel periodo. Sono state coinvolte molte personalità della cultura, anche a livello internazionale, e tutto questo, compreso il CoderDojo di ottobre 2014 è stato fatto innanzitutto per avviare l’autentica rinascita della città. La designazione di Matera a Capitale della Cultura è stato un benefico effetto collaterale.

Bisogna radicarsi nel territorio e proiettarsi nel futuro, questa cosa potrebbe andare perduta dall’amministrazione comunale odierna di Matera, perché purtroppo al momento c’è uno scontro di forze in campo dove stanno prevalendo interessi miopi. Pensa al concetto di open data di cui parlavamo prima: si portano dentro la trasparenza e la politica nazionale e locale dovrebbe fare sue queste istanze e non pensare solo ad ottenere qualcosa per sé stessa. Il governo Renzi, per esempio ha fatto una gran cosa sorpassando gli enti locali e rendendo pubblici tutti i dati relativi all’uso dei soldi pubblici. In questo momento, se io cittadino, volessi conoscere ciò che il mio comune di residenza sta facendo a livello economico posso consultare portali come soldipubblici.gov.it oppure openexpo e altri, senza dimenticare il database dei bei confiscati alla mafia messo in formato “decente” e opendata dal gruppo di Confiscatibene.it (consultabile anche da Telegram attraverso questo link https://telegram.me/confiscatibenebot). Questa condivisione di informazioni crea un ritorno economico diffuso, come dicevo prima, coinvolgendo gli stakeholder.

Tornando alla “Capitale”, coloro che amministrano Matera adesso dovrebbero comprendere che per la città è già stato fatto questo passaggio e che l’Europa si aspetta molto da loro in questi termini. Nelle motivazioni della vittoria di Matera 2019, non c’è solo la bellezza della città (che è un’invariante rispetto alle altre città) ma la sua visione del futuro legata anche alle nuove tecnologie e “al coding per i ragazzi”.

D: Un suggerimento o uno schema su come affrontare o superare il digital divide da un lato e l’analfabetismo funzionale dall’altro qui in Italia.

R: Qui devo dirti che non è un problema di informatizzazione, ma di creare una comunità di persone e anche di professionisti che comprendano che il patrimonio informativo è e deve essere pubblico e i dati devono essere interoperabili. Alcune città questa cosa la stanno già facendo, Bari con baritransport.bot oppure Lecce. Ovviamente l’uso degli open data attraverso Telegram è solo un esempio. È una questione di concorso di competenze e cooperazione. Tutte le ricette sono valide e devono essere sommate, non è più utile pensare che qualcuno sia più bravo di altri, ma sicuramente riunirsi per parlarne e anche scannarsi a vicenda crea contaminazione e commistione e tutti ne possiamo uscire migliorati.


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