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Umani a Milano: un’intervista a Stefano D’Andrea

UAMringraziamenti

Avevamo parlato di Umani a Milano il 17 agosto in occasione del lancio della campagna di crowdfunding per realizzare la mostra pubblica presso la struttura dell’ex mercato della Darsena, lungo i navigli, a Milano.
Ebbene, la campagna su Indiegogo è più che riuscita e fino al primo novembre potete trovare l’installazione in Piazza XXIV maggio. Invito coloro che sono a Milano o la visiteranno, per lavoro o per piacere, di passare a vederla (e scrivermi le vostre impressioni, se vorrete); io ho visto un video in cui si vedono i riflessi dell’acqua sul soffitto dell’ex mercato, sopra le fotografie, e mi è sembrata una cosa bellissima.

Come ho scritto precedentemente, UAM è un’associazione e un modo per scoprire Milano e i suoi cittadini metropolitani attraverso lo sguardo di Stefano D’Andrea. Stefano ci diceva: “scrivo e faccio fotografie. Nel tentativo di innamorarmi di nuovo della mia città ho deciso di girarla per trovare facce e storie che mi aiutino.”
Troppo spesso viviamo le nostre città con lo sguardo spento, chissà se l’esperienza di Stefano e di chi lo ha aiutato a realizzarla, sia riuscita davvero a rinnovare quel sentimento di meraviglia e ammirazione che chiamiamo innamoramento. Sono andata a chiederglielo e ne ho approfittato per porgli anche qualche altra domanda.

Domanda: È passato più di un mese e mezzo da quando ho partecipato al crowdfunding per Umani a Milano con il mio piccolo articolo, l’attenzione mediatica nei confronti di UAM è stata un crescendo e a un certo punto Levi’s ha deciso di offrire la sua quota su Indiegogo. Puoi raccontarmi un aneddoto in merito? Pensi che Levi’s sia stata determinante nel successo dell’operazione di crowdfunding oppure l’importo iniziale che avevate stimato poteva comunque bastare?
Stefano D’Andrea: ​L’importo sarebbe bastato a fare una versione light della mostra​, diciamo la metà. L’ingresso di Levi’s è stato fondamentale perché si potesse coprire l’intera facciata di umani. La cosa divertente è che la persona che ha messo in contatto UAM a Levi’s è di Roma e vive a Roma, ma ama il progetto Umani a Milano, forse anche perché per lavoro è spesso qui, e si sente coinvolta dal tema oltre che dal tono.

D: Realizzare progetti attraverso il crowdfunding significa che ognuno di coloro che vi ha dato fiducia potrebbe essere visto come una sorta di committente dell’opera. E questa installazione ha quindi una doppia valenza: è stata pensata per il pubblico e per un luogo pubblico ed è stata realizzata grazie al pubblico di UAM. saresti in grado di quantificare in che percentuale sia stata sostenuta anche da chi non poteva visitarla, ma ha voluto comunque fare un dono alla città di Milano?
Stefano D’Andrea: ​Ci sono state donazioni di diversi importi ma quelli più commoventi sono stati quelli anonimi, e anche quelli da 1 euro. Voleva proprio dire che era gente che desiderava partecipare. Su quante persone abbiano visto la mostra tra i donatori non saprei dire, credo che una volta che una cosa diventa un po’ tua che, tu la veda o non la veda poco cambia.​

D: L’installazione sta già avendo delle ripercussioni positive sul team che l’ha promossa e seguita?
Stefano D’Andrea: ​Si tratta di persone che hanno altri lavori e l’unica ripercussione chiara ed evidente è che finalmente non devono usare il loro tempo libero per aiutarmi con Umani a Milano. A parte questo percepiamo tutti di aver fatto un piccolo pezzo della storia di questa città, e ciò ci spinge semplicemente a pensare a come fare ancora e ancora meglio.​

D: Ho ancora negli occhi il video della tua danza di ringraziamento per il successo della raccolta crowdfunding: il content marketing punta sempre l’accento sull’immenso valore dell’autenticità. quanta consapevolezza e quanta spontaneità nella scelta di promuovere UAM con video di questo tipo (e per consapevolezza non intendo mancanza di autenticità)?
​Stefano D’Andrea: Non ho altra cifra che essere sempre me stesso, tranne quando sono il Gatto Morto. Non saprei come altro essere.

D: Pensi che si possa individuare almeno un elemento di innovazione (una parola che contiene molti concetti, lo so) in UAM?
Stefano D’Andrea: ​Forse l’idea del coraggio. A Milano non c’è, per fortuna, da essere troppo coraggiosi​, perché si tratta di una città abbastanza serena. Ma la vera frontiera, il vero Far West, noi l’abbiamo col vicino di metropolitana. Ecco, per andare su quel fronte (senza intenti commerciali) c’è voluto del coraggio, almeno per me.

D: Siete riusciti a costruire un pubblico affezionato solo attraverso la fanpage Facebook (o mi sbaglio?) e una costante comunicazione con tutti gli utenti; tu personalmente hai sempre risposto praticamente a tutti (è qualcosa che fai anche sulla tua pagina personale e sulla fanpage di gatto morto), hai una cifra personale unica, che non è ossequiosa né fredda, in più proponi istantanee di persone sconosciute per le vie di una metropoli. Questa esperienza in continua evoluzione ti ha davvero fatto di nuovo innamorare della tua città?
Stefano D’andrea: ​Forse sì. E anche dei social media, luogo dove le persone di solito danno il peggio di sé. Forse significa che sia di Milano che dei social media vedo una parte limitata, questo non posso dirlo. Di certo mi sento più vicino alla città e la città mi ha ricambiato. Quando una persona per strada mi riconosce e mi ringrazia per il progetto io mi sento in imbarazzo ma sono felice. Vuol dire che ciò che volevo fare lo sto facendo davvero.​

[Tutte le immagini e i video sono di proprietà di Umani a Milano]

I collaboratori di UAM sono:
PAOLO CARLIN
ALESSANDRA MARASCHIO
ESTEFANIA ARAGON
ANDREA TILARO
fotografi
poi MARCO MIGLIOLI
grafica e installazione mostra
ALESSANDRO CESQUI
LAURA GARIBOLDI
organizzazione

Crowdfunding Vs caporalato

Photo courtesy of Funky Tomato

Photo courtesy of Funky Tomato

Molte sono le riflessioni da fare attorno al cibo e all’alimentazione: dalla coltivazione e produzione alla distribuzione. Solo questi tre aspetti coinvolgono più livelli in più settori. Spesso ci arrivano messaggi contraddittori, ci viene chiesto spesso di preferire alimenti a chilometro zero, di scegliere prodotti delle filiere italiane e contemporaneamente di aiutare le produzioni di paesi poveri ed emergenti, il cui unico sostentamento si colloca nel settore agricolo e nella diffusione di coltivazioni peculiari di certe zone del mondo.

Come acquirente io cerco di fare entrambe le cose, perché le ritengo importanti entrambe. Può sembrare impossibile da fare, ma nel mio piccolo credo che, vivendo in un’economia completamente globalizzata, sia necessario per tutti collaborare affinché gli sforzi in campo alimentare, soprattutto nelle condizioni di mercato attuali, siano premiate. Soprattutto se l’obbiettivo è combattere povertà economica e morale.

E qui arriviamo a Funky Tomato. Scrive Chiara Baldi su StartupItalia! “Migranti che lavorano alla coltivazione e alla raccolta di pomodori senza essere sfruttati dai caporali. Anzi, persino con un contratto regolare. Non è un sogno ma una realtà piuttosto solida, questa: si tratta di Funky Tomato, un’azienda che coltiva, raccoglie e imbottiglia pomodori a filiera partecipata. Nata da pochi mesi, Funky Tomato produce salsa di pomodoro in Basilicata.”. “Per questo è stato lanciato un crowdfunding sulla piattaforma di Produzioni dal Basso che ha già raccolto un grande sostegno in giro per l’Italia, i cui proventi verranno suddivisi tra le tre realtà aderenti.”.

Vi confesso che avrei voluto scriverlo io, ma è bello anche diffonderlo, questo articolo. Quindi prendete questo link e leggetene tutti, intanto. Concetto e informazione fondamentale, da comprendere e trasmettere il più possibile: i primi promotori di eccellenze del genere sul nostro territorio è necessario che siano distributori e trasformatori degli alimenti. Un impegno (anche bello e divertente, nonché gustoso) che crea un circolo virtuoso fra esercenti, clienti e produttori. E infatti, scrive sempre Baldi: “Chi acquista sono principalmente ristoratori che fanno micro-distribuzione, distributori equo solidali, minori, qualche privato. Sono proprio i clienti che hanno creduto nell’iniziativa ad aver acquistato 20mila bottiglie di salsa di pomodoro, pelati e pomodori a pezzi.”.

Facciamo un bel “ciaone” ai caporali?


Umani a Milano? In Darsena col crowdfunding

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Umani a Milano ha 14 mila fan su Facebook. Umani a Milano è un’associazione. Ma soprattutto UAM è un modo di scoprire Milano e i suoi cittadini. Un modo di vivere la città, di abbellirla e arricchirla con le storie che ci racconta tutti i giorni attraverso le fotografie di Stefano D’Andrea e dei suoi collaboratori. E’ anche comunicazione cortese, solare e veloce come solo i milanesi ti sanno dare (e non solo, perché di metropoli e convivenze internazionali stiamo parlando); è una forma d’arte e una frazione di tempo ritrovato, come solo la fotografia e i sorrisi, le timidezze e i piccoli racconti delle persone ritratte possono essere. Anche e soprattutto, se riusciamo a portare sorrisi e racconti in Darsena (e magari nelle nostre case). Come?

Grazie a Indiegogo, uno dei portali di crowdfunding più conosciuti, per portare a compimento il progetto dell’installazione di UAM 2015 in Piazza XXIV Maggio, nel passaggio pedonale ricavato dalla nuova struttura Ex sede del mercato comunale. Con un fixed funding di cinquemila euro, l’installazione avrà luogo dal 16 settembre al 1 novembre 2015, e ad ogni offerta (da un euro fino a 5 mila) corrisponderà un reward based destinato al finanziatore volenteroso (e più o meno vanitoso) che potrà fregiarsi del diritto di avere in cambio un abbraccio, una cartolina autografata, una shopping bag, essere ritratti in una foto UAM (vogliamo anche una storia, se no non vale) e via via in un crescendo molto interessante e goloso.

“Sì siamo amici per via dei cani. Questo parchetto alla fin fine è un microcosmo, ci si conosce tutti.” (Courtesy of Umani a Milano)

“Sì siamo amici per via dei cani. Questo parchetto alla fin fine è un microcosmo, ci si conosce tutti.” (Courtesy of Umani a Milano)

Era il 29 maggio 2013 quando ho avuto il piacere di assistere su Facebook alla nascita del progetto Umani a Milano, conoscevo il suo ideatore, Stefano D’Andrea, già da tempo. E’ un cantastorie contemporaneo, Stefano, ho già avuto modo di parlare di lui attraverso la recensione del suo libro La vita è un pizza, edito da Corbaccio. Come dice di se stesso e del suo progetto (che non è l’unico, infatti si contende un bel primato di fan su Facebook con Gatto Morto) “scrivo e faccio fotografie. Nel tentativo di innamorarmi di nuovo della mia città ho deciso di girarla per trovare facce e storie che mi aiutino.”. Come tutti noi che scriviamo e facciamo fotografie, per i suoi progetti trae ispirazione da altri “innamorati” della vita e della nostra umanità, da coloro che, vicini o lontani che siano, sono buone fonti di idee da diffondere.

Quindi, “ho incrociato, come molti di voi, il lavoro di Brandon Stanton e “Humans of New York“. Mi ricordava il mio modo di guardare quella città da e(s)terno innamorato (lui è di Chicago), con fotografie e riflessioni. Ma Brandon ci aggiungeva la qualità elevata dell’immagine e le storie delle persone. Dopo alcuni mesi ho pensato di replicare “Humans of New York” a Milano, per innamorarmi ancora di lei.
Ho chiesto a Brandon se pensava che fosse un problema usare il suo marchio. Lui ha detto di no, e che di “Humans of” ce ne sono molti in giro per il mondo. Sostiene che ognuno ha il suo modo di raccontare e ogni città ha le sue storie, che non lo riguardano, perché lui si occupa di New York. Ha ragione, mi sono detto. Dei molti “Humans of” che ci sono in rete in effetti nessuno mi interessa veramente, o mi piace.
Avrei cominciato il mio progetto con la mia cifra. La mia decisione di chiamarlo “Umani a Milano” è stato fin troppo chiaramente da subito un omaggio a Brandon e al suo lavoro, ma la mia specificità, data dal mio modo di incontrare la gente, fotografarla (con l’aiuto di Andrea Tilaro), e raccontare storie la conservo gelosamente e voglio credere si tratti di un valore aggiunto unico e irripetibile.”
Lo crediamo anche noi.

La sfida più difficile è stata trovare un equilibrio che mi permettesse di stare bene senza rinunciare né ad essere marocchina né ad essere italiana. A volte credevo che non fosse possibile trovare un punto d'incontro tra queste due realtà che mi appartengono in egual misura. Ora ho fatto miei i valori migliori di entrambe. (Courtesy of Umani a Milano)

La sfida più difficile è stata trovare un equilibrio che mi permettesse di stare bene senza rinunciare né ad essere marocchina né ad essere italiana. A volte credevo che non fosse possibile trovare un punto d’incontro tra queste due realtà che mi appartengono in egual misura. Ora ho fatto miei i valori migliori di entrambe. (Courtesy of Umani a Milano)

Per ogni proposta di collaborazione e contributo, in cambio della giusta visibilità nei 60 giorni di mostra in Darsena, rivolgersi a umaniamilano@gmail.com


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