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Il problema della confettura di fragole ibride

Ho letto delle cose oggi. Cioè, leggo cose ogni giorno, più volte al giorno, per chi non lo sapesse. Ma oggi ho letto delle considerazioni sulla cultura digitale che mi hanno fatto riflettere per l’ennesima volta sulla mia storia personale e su quanto la narrazione del mio divenire digitale si sia intrecciata con la narrazione delle storie e delle esperienze di alcuni digital champion e non solo.

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Come è fisiologico che sia, l’associazione che ha fatto capo all’iniziativa di promuovere la cultura digitale nel paese Italia è stata fonte di discussioni e riflessioni contrarie al pensiero di Riccardo Luna e contrarie al messaggio portato avanti in questo ultimo anno e, se non al messaggio, ai modi in cui è stato veicolato o non è stato veicolato. Insomma, non mi dilungo oltre, la casistica è immensa e varia, fatta di Sì e anche di Però che assurgono a categorie discriminanti e prolisse. Sul web, se vi fate un giro cercando “digital champion” e le sue varianti linguistiche, trovate una serie di post pro, contro e ni per farvi una vostra idea.

Io una mia idea la ho e, contrariamente a quanto faccio di solito, mi esporrò senza timori (tanto i miei quattro lettori e mezzo non me ne vorranno).

Non sono una nativa digitale per ovvi motivi anagrafici, inoltre sulle mie spalle peserà per sempre la responsabilità di aver negato a mio padre la gioia di regalarmi il mio primo personal computer, però dal 1999 in poi mi sono più che ripresa il tempo perduto, tanto che in alcuni periodi di questi ultimi decenni mi sono dedicata addirittura a creare indecentissimi siti internet e ho frequentato, se non l’alba, le dieci di mattina del web prima dell’avvento dei social media grazie ai gruppi usenet.

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Eppur si muove: riflessioni sull’italian digital day

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Ho iniziato a progettare questo articolo sin dal momento in cui ho appreso dell’incontro nazionale dei digital champions. La divulgazione della cultura digitale, le istanze di formazione e diffusione dal basso, l’empowerment digitale (anche di genere) sono azioni e concetti che mi stanno molto a cuore.

Per promuovere la cultura digitale non è indispensabile essere digital champion, ma questo non vuol dire che possiamo fare a meno di una figura del genere. Non ne troverete uno che sia uguale a un altro per competenze e azioni sul territorio.

La cultura digitale è un universo vario e composito. Tutto ciò che ha che fare con il digitale, però, non è solo innovazione e nuove tecnologie come si potrebbe pensare di primo acchito. È pur vero che questo universo ha subito un’accelerazione importante in questi ultimi anni sia dal punto di vista hardware che software e le società, il mondo del lavoro, quello politico ed economico di tutto il mondo si sono evoluti anche sotto la spinta della crescita della cultura digitale.

Non è una crescita verticale né piramidale: trasversale e orizzontale sono gli aggettivi corretti da usare per indicare le istanze che ne connotano l’evoluzione. Commistione, invece, un buon sostantivo che ci permette di comprendere quanto ogni aspetto della nostra vita sia investito dal fenomeno di questa prima parte del terzo millennio che coinvolge tutto il mondo.

Alcune culture e società sono riuscite ad avventurarsi sin da subito e con profitto in tutto ciò che rappresenta la cultura digitale, altre ci hanno messo o ci mettono più tempo e il gap che si è creato ha molte cause individuabili in luoghi e momenti diversi della storia di un paese. I punti di partenza possono essere molteplici anche quando si cerca di individuare le cause di certi ritardi nella nostra piccola Italia.

Eppure, proprio qui in Italia, ci sono persone che operano quotidianamente per colmare questo gap e molto spesso ci riescono, diffondendo nei molti modi peculiari della cultura digitale, nuove buone pratiche, nuove competenze, nuovi lavori, nuove informazioni. E infondendo nuova vita in tutti gli strati della nostra società.

Eppur si muove, mi ha scritto, infatti, Liuba Soncini, che ho avuto l’occasione di conoscere durante il workshop di digital inclusion e digital empowerment “Donne Digitali” che si è tenuto a Modena il 6 giugno 2015. Liuba è digital champion per Modena, web coach per l’associazione EWMD di Reggio Emilia, si occupa di inclusione digitale di genere e alfabetizzazione digitale e, come dico sempre, molto altro. In questo “molto altro” c’è anche il bellissimo dono di una sua riflessione sull’Italian Digital Day che si è svolto alla Reggia di Venaria il 21 novembre 2015.

Eppur si muove

Riflessioni a ruota libera sull’Italian Digital Day
“Ho partecipato all’Italian Digital Day a Venaria come Digital Champion di Modena, perché desideravo ritrovare le persone conosciute in questo anno di attività per promuovere la cultura digitale sul territorio.

Ci siamo trovati per la prima volta il 20 novembre 2014 a Roma come pionieri: 100 volontari sparsi su tutto il territorio nazionale con la voglia di fare qualcosa per un paese che stava arrancando tremendamente sull’innovazione digitale, mentre il resto dell’Europa correva a grande velocità. E’ stato un anno vissuto intensamente: tanti grandi progetti sono stati realizzati, alcuni con tanta soddisfazione, altri ancora in corso.

A Venaria abbiamo dedicato un pomeriggio di lavoro per ragionare sul futuro dell’Associazione Italiana Digital Champions. L’Associazione è nata un anno fa da un’idea azzardata, quanto innovativa, di un Riccardo Luna fresco di nomina a Digital Champion italiano: l’idea di far partire dal basso la spinta per portare l’Italia verso l’innovazione digitale. Dai primi 100 Digital Champions locali che ne hanno firmato la costituzione ora siamo più di 3000. Questo comporta necessariamente un ripensamento organizzativo per consentire alle tante persone che, volontariamente e senza etichette, ogni giorno cercano di dare un contributo per diffondere innovazione e cultura digitale. I tavoli di lavoro cui abbiamo partecipato hanno evidenziato i tanti punti di forza della nostra rete, che vanno presidiati e incentivati, ma ovviamente anche delle criticità, a partire da un coordinamento sia nazionale che regionale che diventi strategico per consolidare quanto viene fatto e consentire una migliore diffusione di best practices.

Perché, come scrive Guido Scorza avvocato e Digital Champion: “Il Paese deve imboccare senza più alcuna esitazione la strada che porta al futuro ed investire nell’innovazione e nel digitale” e “guardare al futuro”.

L’Italian Digital Day non è stata una celebrazione dei Digital Champions, ma un momento di incontro per fare il punto della situazione con le luci e le ombre che ancora possiamo rilevare.

Innanzitutto è ormai chiaro che il paese (cittadini, istituzioni e aziende) ha bisogno di poter accedere a una connessione veloce come asset fondamentale per usufruire della digitalizzazione di servizi e strumenti. Giuseppe Recchi, presidente di Telecom Italia, ha presentato il piano di sviluppo della banda larga: entro il 2017 copertura della banda ultralarga mobile al 95%, mentre per quella fissa l’obiettivo è il 75%.

La strada quindi è ancora lunga e difficoltosa. Le aziende hanno bisogno di contare su un accesso veloce per migliorare la propria organizzazione e le pubbliche amministrazioni devono smaterializzare sempre più i propri servizi. A tutto questo possiamo aggiungere la necessità di alfabetizzare un paese in cui ancora oggi 4 persone su 10 non usano Internet. Dai dati che sono stati presentati a Venaria qualche spiraglio di luce si intravede: l’importanza delle competenze digitali e di strumenti efficaci sono percepiti come fondamentali dalla maggioranza delle persone.

Significativa è stata la presenza dell’Agenzia per l’Italia Digitale: una vera e propria squadra di professionisti che stanno lavorando a tanti progetti, alcuni già in fase di realizzazione, con una strategia definita Piano Crescita Digitale. L’obiettivo si chiama Italia Login, una piattaforma digitale che integra i vari settori (sanità, scuola, giustizia, ecc.) in un unico accesso, attraverso il Servizio Pubblico d’Identità Digitale e l’anagrafe nazionale della popolazione residente, che abiliterà la profilazione. Un altro tassello importante sono le linee guida dei siti web della PA: un sistema condiviso e aperto a proposte e miglioramenti che vuole rendere la navigazione e l’esperienza del cittadino/utente online coerente e omogenea. Il primo sito web a adottare il nuovo design è stato proprio governo.it, con la nuova impostazione rilasciata lo stesso giorno dell’Italian Digital Day.

Eppur si muove. Da quanto ci è stato raccontato a Venaria i primi timidi segnali ci sono tutti. Condividiamo anche la richiesta dell’on. Antonio Palmieri, dell’Intergruppo parlamentare innovazione, che ha sollecitato Renzi a nominare un ministro o un sottosegretario con una delega dedicata all’innovazione e al digitale, affinché possa esercitare il ruolo fondamentale di coordinamento politico dei tanti protagonisti e stakeholders interessati.

Infrastrutture, piattaforme, alfabetizzazione, sicurezza ma soprattutto comunicazione. Personalmente è stato molto importante sentire la testimonianza legata alla presenza online e offline della Polizia di Stato, che sta svolgendo un ruolo significativo nell’educazione all’uso dei dispositivi tecnologici di giovani e adulti e nella diffusione della legalità, nel senso più ampio del termine. Credo che istituzioni e forze dell’ordine possano dare un contributo straordinario, con la loro presenza online e sui social network, all’educazione civica digitale dei cittadini e alla prevenzione di comportamenti scorretti.

L’educazione è infatti la sfida più rilevante per il nostro futuro, a partire da una scuola che accolga non solo i nuovi strumenti tecnologici a disposizione ma che consenta una integrazione nella didattica di coding, stampa 3D, pensiero computazionale e nuovi contenuti per trasformare l’apprendimento in una palestra esperienziale inclusiva. I tecnici del Miur hanno raccontato il Piano Nazionale Scuola Digitale e l’introduzione di una nuova figura in ogni scuola, l’animatore digitale, nata sul modello dei Digital Champions che avrà il compito di supportare la sperimentazione digitale e la formazione.

Vorrei chiudere con la speranza che le tante idee interessanti e i progetti raccontati a Venaria non siano solo una bella facciata dietro la quale nascondere arretratezza e fallimenti, ma diventino nel prossimo futuro una realtà diffusa su tutto il territorio nazionale.”

Liuba Soncini

 

[La foto di copertina è presa dal web, ma non sono riuscita a stabilire la fonte originaria per citarla correttamente. Se qualcuno dovesse essere titolare dell’immagine, può scrivermi liberamente e sarà mia cura cambiarla o attribuirne correttamente la proprietà.]

 


Una conversazione con il digital champion Francesco @piersoft Paolicelli

Xoff Comunicare sul Futuro - 8 novembre 2015

Xoff Comunicare sul Futuro – 8 novembre 2015

Descrivere una persona come Francesco @piersoft Paolicelli è un compito arduo, sul suo profilo Facebook si definisce webmaster, ha studiato ingegneria presso il Politecnico di Bari, ha fatto parte della task force per l’agenda digitale in Basilicata, è un digital champion fra i più conosciuti, attivi e propositivi in Italia, vive fra Lecce e Matera, promuove CoderDojo come quello di ottobre 2014 a Matera che ha accolto ben mille ragazzi nell’evento di coding più grande che sia mai stato organizzato e si occupa quotidianamente di open data. 

Questo lungo elenco non è un’elegia, ma la mia speranzosa introduzione alla vulcanica conversazione telefonica che abbiamo sostenuto lunedì 9 novembre, mentre Francesco era in viaggio e io sotto il portico di casa a prendere aria perché dove vivo la ricezione della rete cellulare è pessima. Ne è valsa la pena. Se compito di un digital champion è essere fonte di ispirazione e innescare interesse e partecipazione e voi volete comprendere il presente e il futuro della cultura digitale in Italia, non dovete far altro che leggere ciò che segue. Buona lettura a tutti. 

Domanda: Francesco, quando ho iniziato a seguirti, ho dovuto subito cogliere i molteplici inviti a usare Telegram per sfruttare gli open data. Ma sinceramente non ho ancora afferrato correttamente cosa siano i bot e la differenza fra gli open data e OpenStreetMap. Ce la spiegheresti? Sono sicura che capire come funzionano queste informazioni su Telegram ci può dare la possibilità di usarle al meglio.

Risposta: I bot di Telegram possono poggiare sugli open data, che possono essere governativi, oppure su OpenStreetMap che è un sistema di geolocalizzazione aperto che funziona con lo stesso principio di Wikipedia: ogni utente può accedervi e aggiungere o modificare, migliorandole, le informazioni sul luogo in cui si trova qualsiasi esso sia: un museo, un ristorante, un albergo. OpenStreetMap è un esempio di opendata comunitario. Altra cosa è usare gli open data attraverso i bot di Telegram, per esempio rendendo la fruizione di questi dati facile per i non addetti ai lavori. Devi pensare che ci sono database infiniti, per esempio dei beni confiscati alla mafia oltre che dei musei, delle aree archeologiche, dei treni e dei mezzi pubblici e il governo italiano in questi mesi ne ha resi pubblici e accessibili molti. Questa è una cosa importante, perché tutti possono accedere a questi dati e usarli per condividerli, creare app, fare impresa. Il mio obbiettivo è arrivare a più persone possibile, diffondere il concetto di open data  e offrire a tutti la possibilità di usarli per la loro vita quotidiana. 

Fare divulgazione e divulgare l’uso di questi strumenti è la mia missione; il detto latino “communica te ipsum” non significa altro che “condividi te stesso” ed è il valore aggiunto di quest’epoca in cui il mondo (anche del digitale) sta pervadendo tutta la società e in cui non ho più bisogno di insegnanti che mi infondano nozioni dall’alto, ma di persone con competenze diverse che sappiano condividerle e contaminarsi a vicenda.

È per questo motivo per esempio, che considero il coding un aspetto fondamentale di un nuovo modo di fare scuola: la programmazione è un approccio attivo alla tecnologia e un approccio orizzontale alla conoscenza. Un cambiamento di mentalità che dobbiamo attuare adesso che stiamo conoscendo le prime generazioni di millennials, di nativi digitali che la tecnologia non devono subirla, ma esserne parte attiva. Ovviamente questo passo possono e devono farlo anche i genitori, noi che siamo nati in un universo analogico, anche noi non dovremmo subire le nuove tecnologie, ma farle nostre, per comprenderle e usarle in maniera critica e trasmettere questo concetto ai nostri figli.

Gli open data, come dicevo, sono uno dei modi per arrivare a questo approccio aperto e orizzontale. Bisogna ricordarsi che l’origine stessa di Internet, del world wide web, cioè Arpanet, era la piattaforma attraverso cui gli scienziati di tutto il mondo condividevano i risultati delle loro ricerche per confrontarsi e trovare soluzioni comuni. Il principio di Arpanet era anche volto ad un risparmio a livello economico: la condivisione dei dati produce anche questo bel risultato. Si risparmiano tempo e denaro fruendo liberamente dei risultati ottenuti da altri, invece che ripetere ricerche e creare ex novo informazioni già prodotte da altri. Questo principio per esempio è alla base degli open data usati dalla Svizzera per le informazioni sul trasporto pubblico come i treni: gli svizzeri possono usufruire per esempio dei dati di Trenitalia e io posso appoggiarmi ai bot svizzeri per ricavare queste informazioni, ma perché in Italia non sono stati messi a disposizione.

Tornando alla Scuola, trovare persone ricettive da questo punto di vista è un lavoro impegnativo, ecco perché occorre lavorare molto sulla missione dei coderdojo. Uno dei messaggi più importanti dati ai bambini che fanno coding è Be Cool: sii figo. Questo i bambini lo capiscono, quando fanno coding si divertono, acquisiscono molte competenze e loro stessi possono diventare mentori di altri bambini, innescando un circolo virtuoso e gratificante. Comprendere la cultura digitale e trasmettere competenze a livello tecnologico abbatte la cultura di tipo cattedratico e le storiche arretratezze infrastrutturali di cui soffriamo soprattutto nel sud dell’Italia: che tu viva in città o in un’area rurale hai la stessa possibilità di accedere alla conoscenza e di essere libero.

D: Qual è lo stato dell’arte della figura del digital champion in Italia? Come viene percepito dalle istituzioni e dagli stakeholder: ambasciatore, divulgatore oppure come una figura propositiva, come un innovatore? Un consiglio che ti sentiresti di dare ai nuovi digital champion e agli stakeholder che occupano il tessuto istituzionale delle nostre città.

R: A proposito di questo posso dirti che il 20 e il 21 novembre di quest’anno abbiamo un raduno a Torino. È sorta la necessità di discutere della figura del digital champion in Italia perché molti di noi non son riusciti a relazionarsi efficacemente con le istituzioni e con la cittadinanza e si sono dimenticati che il senso di questo incarico è la divulgazione della cultura digitale e delle best practice utili a creare e consolidare i nuovi modi in cui si può esprimere il senso civico e la società contemporanea. Occorre spendersi per la crescita del territorio e occorre farlo in autonomia attraverso una rete di persone reale e animata dagli stessi intenti. Ci incontriamo anche per fare il punto di un anno di attività e vedere le cose belle fatte da ognuno, e le ombre dell’associazione.

La figura del digital champion è diffusa in tutto il mondo, ma normalmente ne esiste una per nazione, per esempio il digital champion di fatto degli Stati Uniti è Barack Obama, ma in Europa (dove la carica del Digital Champion è ufficiale e voluta dall’EU) è, per esempio, nel caso dell’Estonia, impersonata dal premier stesso. Di solito vengono incaricate figure emblematiche per la società civile, il Governo ha voluto fortemente Riccardo Luna per l’Italia e noi siamo l’unico paese al mondo in cui il digital champion ufficiale ha deciso di condividere onori e oneri con altri come lui, creando un sistema che dovrebbe diffondersi fino ad arrivare ad avere un digital champion per comune. In questo modo, secondo l’idea di Riccardo, ogni luogo di Italia potrà avere la possibilità di beneficiare di una figura che si occupi di divulgazione sul territorio in maniera capillare. Uno degli obbiettivi della riunione che faremo a breve è capire chi di noi può supportare attivamente queste istanze ed, eventualmente, creare dei piani di coordinamento locali per non farci sentire isolati e darci gli strumenti e i modi per agire mettendo a fuoco gli obbiettivi. I DigitCh fungono da substrato di unione per esempio tra la PA e gli stakeholders, tra la Scuola 1.0 e il mondo del coding.

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D: Di Matera 2019 se ne parla poco oppure è solo un’impressione? Mi risulta che uno dei motivi per i quali è stata scelta sia stato il grande evento coderdojo di ottobre 2014: a distanza di un anno è possibile tirare le somme dello slancio dato alle prospettive future della città e dei suoi bambini?

R: L’avventura di Matera è stata fortemente voluta dall’amministrazione comunale precedente. Esiste un dossier in cui io sono stato nominato a mia insaputa, in cui sono stati evidenziati, tra le altre cose, tutti gli steps partecipativi che abbiamo affrontato per arrivare alla designazione di Matera come Capitale della Cultura del 2019. Io ho partecipato come volontario del WebTeam Matera 2019 a tutte le attività propedeutiche a questo successo, perché sono nativo di Matera, ma vivo a Lecce, ed ero parte dell’amministrazione comunale di quel periodo. Sono state coinvolte molte personalità della cultura, anche a livello internazionale, e tutto questo, compreso il CoderDojo di ottobre 2014 è stato fatto innanzitutto per avviare l’autentica rinascita della città. La designazione di Matera a Capitale della Cultura è stato un benefico effetto collaterale.

Bisogna radicarsi nel territorio e proiettarsi nel futuro, questa cosa potrebbe andare perduta dall’amministrazione comunale odierna di Matera, perché purtroppo al momento c’è uno scontro di forze in campo dove stanno prevalendo interessi miopi. Pensa al concetto di open data di cui parlavamo prima: si portano dentro la trasparenza e la politica nazionale e locale dovrebbe fare sue queste istanze e non pensare solo ad ottenere qualcosa per sé stessa. Il governo Renzi, per esempio ha fatto una gran cosa sorpassando gli enti locali e rendendo pubblici tutti i dati relativi all’uso dei soldi pubblici. In questo momento, se io cittadino, volessi conoscere ciò che il mio comune di residenza sta facendo a livello economico posso consultare portali come soldipubblici.gov.it oppure openexpo e altri, senza dimenticare il database dei bei confiscati alla mafia messo in formato “decente” e opendata dal gruppo di Confiscatibene.it (consultabile anche da Telegram attraverso questo link https://telegram.me/confiscatibenebot). Questa condivisione di informazioni crea un ritorno economico diffuso, come dicevo prima, coinvolgendo gli stakeholder.

Tornando alla “Capitale”, coloro che amministrano Matera adesso dovrebbero comprendere che per la città è già stato fatto questo passaggio e che l’Europa si aspetta molto da loro in questi termini. Nelle motivazioni della vittoria di Matera 2019, non c’è solo la bellezza della città (che è un’invariante rispetto alle altre città) ma la sua visione del futuro legata anche alle nuove tecnologie e “al coding per i ragazzi”.

D: Un suggerimento o uno schema su come affrontare o superare il digital divide da un lato e l’analfabetismo funzionale dall’altro qui in Italia.

R: Qui devo dirti che non è un problema di informatizzazione, ma di creare una comunità di persone e anche di professionisti che comprendano che il patrimonio informativo è e deve essere pubblico e i dati devono essere interoperabili. Alcune città questa cosa la stanno già facendo, Bari con baritransport.bot oppure Lecce. Ovviamente l’uso degli open data attraverso Telegram è solo un esempio. È una questione di concorso di competenze e cooperazione. Tutte le ricette sono valide e devono essere sommate, non è più utile pensare che qualcuno sia più bravo di altri, ma sicuramente riunirsi per parlarne e anche scannarsi a vicenda crea contaminazione e commistione e tutti ne possiamo uscire migliorati.


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