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L’intarsio di Schroendiger e la famiglia del Portatore di storie

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È stato quando era ancora l’inverno imbizzarrito di quest’anno, settantuno giorni fa. Il Portatore di storie è taciturno e fa molte domande, cerca conferme, è ondivago.
Preso com’è a inasprire gli spigoli del suo Io, tutto sguardi verso l’acquario di là dal vetro, mi sorprende tre volte su due; ma lui non lo sa.

Le storie nascono dagli oggetti. Solo le cose sono degne di essere raccontate, perché sono lì ad aspettarci, appese a una parete bianca.

La famiglia

A sinistra c’è un gattino, lo penso bianco o grigio: è sul limitare della scena, incuriosito e bonario come i gatti nell’immaginazione semplice di chi non può averne o non li incontra da tempo.

A destra un cagnolino di quelli come i barboncini o gli spinoni, credo: qualcosa di spettinato e gioioso e veloce, ma fermo anche lui, in adorazione.

Potrebbe avere tra i dentini una tuba o un cappello a cilindro, ma quello è tra le mani del figlioletto, a sinistra, subito prima del gattino; coi calzoncini corti, neri sicuramente, e l’aria deferente e il pallore sudaticcio dell’ansia di chi sa che deve crescere in fretta.

La ragazzina davanti al cagnolino ha in mano il bastone da passeggio e indossa l’abito di tutti i giorni: la gonna è gonfia dei sottogonna, ma non troppo. È un abito chiaro e compito, se ancora gioca e si diverte, lo fa seduta composta così come protende il bastone.

Il pizzo del colletto della madre è morbido, come i capelli raccolti verso l’alto a contenere riccioli e sbuffi di pensieri. Porge i guanti al marito che sta per uscire. È al centro del mattino, dell’ora dei saluti, incisa e ritagliata in un gesto che un giorno non ripeterà più.

Il padre, alto e snello, elegante nel suo abito scuro, sembra quasi inclinato verso la moglie; è giovane, ma perfettamente calato nell’idea che tutti noi che guardiamo dobbiamo avere di lui: un uomo responsabile, benestante, posato.

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L’intarsio

L’intarsiatore è chino sulle sue nostalgie, i tarsi sono i suoi desideri mancati; il confine fra un’essenza lignea e l’altra è lo spazio fra l’intento e un obbiettivo mai realizzato. Non c’è pace nell’intaglio finché la sagoma non si incastra perfettamente nel suo spazio.

Vuoti e pieni, spessori ed essenze, legno di recupero, tarlato forse sin dall’inizio, magari tinto. E cosa fosse quel pezzo di legno, bambino o gattino, non è dato sapere; ebano, impossibile, ulivo forse, noce, la spalliera di una vecchia sedia. Qualche chiodo già vecchio in un’epoca vecchia e lontana.

Tornato a casa con la sua fotografia di famiglia solida e bidimensionale, non può immaginare che descriverla a parole non mi darà soddisfazione.
Quel tempo nello spazio appartiene solo a lui e io ne sono spettatrice per un accidente quantistico dello stesso valore che ha avuto il recupero della spalliera della sedia.

La storia delle cose

Nati in Egitto sin dai tempi della Prima Dinastia (dal 3150 a.C. al 2925 a.C.), “si dicono generalmente intarsi dall’arabo “Tarsi”, quelle opere ornamentali o figure ottenute commettendo sopra una superficie piana elementi variamente sagomati di materia diversa (legno, marmo, avorio, pietre colorate, eccetera). L’intarsio si applica alla decorazione di oggetti, mobili o all’architettura, rientrando nella più vasta categoria delle decorazioni polimateriche ottenute per incastri, inserzioni, incastonature…” e altre operazioni volte a costringere i materiali nella rappresentazione della nostra vita.

Del Portatore di storie

Dice che non sa scrivere, ma saper scrivere non vuol dire non saper raccontare; a me ricorda un po’ gli storici dell’età antica, costoro erano indagatori, si ponevano domande. Le cose contengono storie più e meglio di sentimenti e sensazioni: gli oggetti esistono per varcare la soglia dell’indefinito che si estende indifferente sulle nostre vite.
Poiché “ad ogni atto di misurazione il nostro universo si scinde in un insieme di universi paralleli“, non ci resta che cogliere la presenza degli oggetti macroscopici per afferrare lo spaziotempo e piegarlo all’esigenza tutta umana di riconoscerci e ricordare.

 

[Immagini credits: afterhoursstudios e alphacoders

 

 

 


Al Bar Etna

Il Bar era, è, e auspico resti, quel luogo per riunirsi, stare insieme o soli, scambiare o ascoltare racconti, fatti, idee, informazioni, mentre si sorseggia un caffé o un drink

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a cura di Giovanni Pistolato

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