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Buon 2016! Nuovo, elettrico e sostenibile.

Ci ho pensato un tot, ecco. Non sono una sentimentale, ma mi sembrava doveroso e simpatico scrivere un articolo che fosse un saluto e buon augurio per l’anno che sta arrivando.

Ho deciso di riacchiappare i fili (elettrici) di due progetti che si stanno realizzando a nord e a sud della nostra Italia e che riuniscono in un grande elettrizzante abbraccio il nostro paese. Proprio perché mi piace raccontare di suggestioni e progetti, di storie di innovazione tecnologica e culturale che abbiano una visione di sostenibilità per l’ambiente e per le nostre vite anche dal punto di vista sociale ed economico.

È con grande piacere che ho nuovamente intervistato Enzo di Bella e Valerio Vannucci, rispettivamente referenti, Enzo per Archimede Solar Car, l’autovettura low cost alimentata da pannelli fotovoltaici costruita a Siracusa, in Sicilia, e Valerio per iaiaGi, il kit e piattaforma di sviluppo open source per la conversione delle auto dal motore a scoppio al motore elettrico, che si sta sviluppando in Emilia Romagna, in quel di Modena.

Il lavoro che questi due team stanno facendo è entusiasmante. A me piacciono entrambi e vorrei vederli realizzati proprio perché intervengono nello stesso settore, ma partono da due regioni del nostro paese che hanno, in questo momento storico, le stesse ambizioni, ma un passato e un presente di supporto alle imprese innovative differente.

Prima di lasciare la parola a Enzo e Valerio, chiedo venia, ma per problemi di spazio ragionevole, non ho inserito tutto il materiale messo a disposizione da entrambi.

Archimede Solar Car dell’associazione Futuro Solare Onlus (ne avevo parlato qui)

D: Enzo raccontaci cose è successo subito dopo che avete raggiunto il goal dei 15 mila euro nella campagna di crowdfunding su Kickstarter.
Enzo Di Bella: C’è stato un costante aumento di interesse da parte di tutti, tanto che la rivista Photon ci ha onorato di uno splendido articolo scientifico pubblicato proprio nel mese di dicembre. Inoltre, il team si è riunito per fare il punto della situazione.
Innanzitutto vogliamo farvi sapere che abbiamo intenzione di rinnovare il concept di Archimede per passare alla fase 2.0 del progetto; questa fase è ancora a livello embrionale, ma l’obbiettivo è rendere il design dell’autovettura più accattivante, permanendo le finalità di progettazione e realizzazione low cost e sostenibili, che sono il nostro marchio.
Archimede 2.0 potrebbe avere un aspetto ispirato alle linee della Spider oppure a quelle di un’auto più piccola, comoda e, soprattutto a due posti.
Quello che stiamo discutendo in questo momento sono le linee guida e l’idea è quella di essere pronti nello spazio di due anni per portare l’auto al concorso australiano per le vetture elettriche sperimentali.

D: Quali sono gli obbiettivi più immediati?
R: Portare Archimede al concorso che si terrà in Belgio a settembre 2016 e, prima ancora, riuscire a fare una serie di dimostrazioni pratiche su strada con la versione 1.0. Per ottenere questo risultato stiamo preparando una domanda da inoltrare al Ministero dei Trasporti che ci permetterà di avere una targa speciale e la possibilità di circolare su strada e organizzare un giro della Sicilia oppure un tour Siracusa – Palermo.

D: Collaborazioni e partnership, invece, a che punto sono?
R: Abbiamo intenzione di coinvolgere altre associazioni che possano aiutarci a migliorare le qualità di Archimede, stiamo cercando attivamente startup o società che basano il loro lavoro sui concetti di riciclo e recupero dei materiali e che facciano ricerca su materiali plastici derivanti da scarti di prodotti di natura ortofrutticola.
Inoltre, abbiamo deciso di privilegiare aziende produttrici che facciano ricerca e sperimentazione all’interno dell’area UE, in questo momento stiamo cercando un produttore di batterie che sia disposto a personalizzare i suoi prodotti. Le aziende interessate ad aiutarci con Archimede sono molte anche a livello extraeuropeo, ma poiché il nostro progetto vuole essere economicamente sostenibile, non possiamo sempre accogliere aiuti basati su standard e grandi numeri; Archimede è un’opportunità di fare ricerca e innovazione tecnologica e le soluzioni esistenti non fanno sempre al caso nostro, piuttosto una loro qualità dovrebbe essere la possibilità di modificarle ad hoc.

D: A che punto sono effettivamente le soluzioni tecnologiche di Archimede?
R: Adesso come adesso i dati sono pochi per avviare una sperimentazione di tipo scientifico: ci servono informazioni sistematiche sull’efficienza energetica, la tenuta meccanica e l’affidabilità delle parti utilizzate. Queste informazioni le otterremo da qui ad aprile, quindi, avremo i dati per capire quali sono le parti del veicolo da migliorare e quali hanno già le giuste qualità.
Archimede è un vero e proprio laboratorio viaggiante i cui risultati potranno avere ricadute utili su altre vetture e anche altre apparecchiature .

D: La comunicazione del progetto invece come procede?
R: Posso anticiparti che, in collaborazione con il professor Rosario Lanzafame dell’Università di Catania, stiamo organizzando un convegno in cui parleremo di problematiche relative alla mobilità sostenibile da un punto di vista ingegneristico e che abbiamo stipulato degli accordi con gli istituti scolastici (terze medie e licei) del comprensorio di Siracusa per raccontare a ragazzi, insegnanti e genitori il bello della possibilità di muoversi senza usare energia prodotta da combustibili fossili.

Per chi volesse approfondire:
il sito di Futuro Solare
Photon è una rivista mensile dedicata al mondo del fotovoltaico ed è reperibile abbonandosi attraverso il sito Photon.info

 

iaiaGi – Automotive Idea for an Advanced Galileo Ferraris finding Implementation (ne avevo parlato qui)

Domanda: Ciao Valerio, per favore, raccontaci cosa è cambiato dal mese di maggio 2015 in cui tu e Alberto mi avete raccontato il progetto iaiaGi.
Valerio Vannucci: Partendo dalla prima call for makers abbiamo impiegato circa tre mesi per formare e informare le persone che si sono aggregate attorno al nostro progetto. Il periodo da maggio ad agosto, inoltre, è servito anche a me e ad Alberto per trovare il nostro modo di gestire le interazioni fra di noi, anche perché d’un tratto ci siamo ritrovati in venti a doverci confrontare e non è sempre stato facile.
All’interno del progetto sono confluite anche due realtà organizzate: un’azienda che aveva già progettato un kit di conversione, la Evotek Engineering, e un ecovillaggio, che si chiama Tempo di Vivere e si trova a Marano sul Panaro, in provincia di Modena.

D: Quali novità hanno portato Evotek e Tempo di Vivere?
R: L’incontro con Evotek ha prodotto un confronto tecnico che ci ha aiutato ad affinare il progetto. Con Tempo di Vivere, invece,  abbiamo definito meglio la comunicazione verso l’esterno e la gestione delle diverse personalità all’interno del gruppo, inserendo di fatto un nuovo fattore all’interno di iaiaGi: un nuovo concetto per gestire le dinamiche di gruppo. E questa cosa la stiamo documentando come tutti i processi che si sono avviati per la realizzazione del kit di conversione. Il counselor dell’ecovillaggio interviene ogni volta che ci sono dei conflitti da risolvere, rendendoci possibile il prendere decisioni all’unanimità. Affinché l’economia solidale si esplichi non solo a livello commerciale, ma anche nei rapporti interpersonali.

D: Che tipo di azioni hanno prodotto queste partnership e i nuovi ingressi nel gruppo?
R: Abbiamo partecipato al Climate Launchpad 2015 competition, un concorso europeo che coinvolge 28 stati e consiste nel proporre idee di tipo tecnologico che prediligono un impatto sostenibile sull’ambiente, ma non siamo riusciti a classificarci per arrivare ad Amsterdam che è sede della competizione internazionale. A settembre, invece, abbiamo partecipato al festival EcoFuturo 2015  evento che si svolge presso la Libera Università di Alcatraz portando la nostra storia ad una tavola rotonda sulla mobilità sostenibile e partecipando a un seminario sul nostro progetto.
Entrambe le esperienze sono state utili per comprendere che il nostro percorso è molto distante come filosofia rispetto al percorso che fanno normalmente imprese come le startup.
L’idea iniziale era quella di realizzare un prototipo, fare una dimostrazione pubblica di stampo makers, dopodiché avviare una campagna di crowdfunding che ci permettesse di concretizzare il prototipo in un prodotto replicabile. Perciò siamo tornati a concentrarci sulla costruzione del prototipo del kit.

D: Di cosa avete bisogno per realizzare il prototipo, quali sono le difficoltà?R: Il primo problema, conti alla mano, è che avevamo le informazioni tecniche, ma ci mancava il materiale: l’autovettura da modificare e la componentistica elettronica e meccanica per la conversione.
Quindi ci siamo autofinanziati e, anche con l’aiuto di qualche follower della newsletter, abbiamo comprato una Ford Fiesta che adesso è in garage in attesa dei test di gennaio.
Il progetto ha subito un’accelerazione in seguito all’acquisto dell’auto perché chi ci seguiva ha compreso che facciamo sul serio e che si poteva iniziare a parlare di questioni pratiche.

D: Ci sono state ricadute positive?
R: Sono arrivati i primi riscontri da parte di alcune aziende del territorio emiliano. Una di queste società ci aiuterà a testare e a mettere a punto l’elettronica di bordo e l’alimentazione perché possiedono il know how per interfacciarsi con le centraline preesistenti sulle autovetture. Di fatto dovremo costruire un simulatore del motore a scoppio e questa azienda porterà la sua strumentazione per capire come dialogano fra di loro e con i sensori del motore, le centraline presenti sul veicolo.
I test di gennaio ci daranno la possibilità di stabilire una procedura che permetterà di convertire qualsiasi veicolo e sarà integrata all’interno della documentazione del kit.
Il kit di conversione, infatti, è stato concepito come il kit di Arduino: il più aperto possibile.
Altre due aziende partner sono la B.Engineering che ci fornirà i locali per effettuare le attività di conversione, e la Nuova Ferrari e Zagni che si occupa di rigenerazione dei motori a scoppio dal 1959 e che, già quattro anni fa, aveva deciso di dedicarsi al settore elettrico; quest’ultima si è offerta di finanziare parte del progetto.

D: Sembra che l’Emilia Romagna si confermi sempre terra fertile per l’innovazione.
R: La verità è che l’Emilia Romagna è l’unica regione di Italia che ha varato la prima legge regionale che tutela l’economia solidale e tutti coloro che se ne facciano promotori.
A partire dal team di makers che si è creato attorno a iaiaGi, proseguendo con le collaborazioni con cinque aziende, la partnership dell’ecovillaggio e questa legge regionale che tutela progetti come il nostro, ci sentiamo pienamente appoggiati. Tanto che, non per ultimo,  siamo venuti a contatto con il Distretto di Economia Eco Solidale di Modena che è un organismo di coordinamento nato grazie a questa legge regionale, che ha come scopo di raccogliere tutti coloro che operano in realtà come la nostra. Il Coordinamento Regionale per l’Economia Solidale ci ha chiesto di collaborare alle sue attività perché, al momento, siamo l’unico progetto con risvolti tecnologici in ambito bio-economico.
In sostanza questi sette mesi ci hanno portato a consolidare il gruppo e a stabilire un rapporto con il territorio in cui operiamo, fattori determinanti a stabilire il successo di questo progetto.

D: Quali sono le tappe successive ai test di gennaio?
R: Ultimare il prototipo entro la fine di marzo 2016; una serie di eventi pubblici a partire da aprile in seguito a un collaudo dell’auto grazie all’uso di una targa di prova.
Entro giugno vorremmo far partire la campagna di crowdfunding per costruire il nostro primo kit. Anche se il kit è uno strumento, ciò che davvero conta per noi è la piattaforma di sviluppo, qualcosa su cui altre persone, anche insieme a noi, avranno la possibilità di realizzare tecnologie ancora più innovative e sostenibili.

Per qualsiasi approfondimento iaiagi.com

 

[L’immagine di copertina è una rielaborazione di una foto del sole presente sul sito della Nasa]

 


CyberMediAvola: per una cultura della privacy e dell’informazione

Se è vero che i dati del patrimonio informativo pubblico in quest’epoca devono necessariamente aperti e condivisibili da chiunque, d’altro canto è più che giusto che i nostri dati personali siano tutelati nel miglior modo possibile.

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Entrambe le istanze e necessità non sono responsabilità demandabili a idee fumose su enti o istituzioni che ci siamo fatti nel corso delle nostre esperienze di vita sociale e politica.
La responsabilità è prima di tutto nostra: chi meglio di ognuno di noi sa cosa vuole e può condividere della sua vita? E chi meglio di noi sa quanto possono essere utili le informazioni provenienti da Pubbliche Amministrazioni, istituzioni e stampa?

Notevole a questo proposito l’iniziativa di un gruppo di miei concittadini di Avola di costituirsi in team di lavoro e organizzare un convegno divulgativo su comunicazione, informazione, privacy e sicurezza presso il centro giovanile di Viale Mattarella. L’evento si è tenuto il 27 dicembre 2015 ed è stato un buon punto di partenza per imparare e confrontarsi su temi che ci coinvolgono tutti ogni giorno.

Sebbene sia sempre molto coinvolta in attività che si svolgono nel comune di Siracusa grazie alle iniziative di Impact Hub, è stato piacevole e importante partecipare al convegno, perché mi ha dato la possibilità di incontrare i miei concittadini sul vasto territorio delle tematiche che riguardano la comunicazione a tutto tondo.

Il gruppo di relatori è composito tanto quanto complessi e vasti gli argomenti affrontati. Due giornalisti, Cenzina Salemi per il quotidiano La Sicilia e Antonio Dell’Albani per Il Giornale di Sicilia, un blogger, Antonino Campisi per Avolablog, Chiara Marescalco, social media manager e Ilaria Sangregorio, social media specialist, Salvatore Rametta, presidente di ALUG (Avola Linux User Group) e il moderatore, Gianni Amato, cyber security expert.

Le suggestioni ricevute sono state tante, parte del pubblico si è lasciato coinvolgere dai racconti sul ruolo dell’industria della stampa nella nostra vita, altri dai racconti sui social media, sulla pubblicità online e sul ruolo preponderante che hanno le tecnologie che tutti possediamo fra smartphone e pc.

Il giornalista ideale di Antonio Dell’Albani è colui che segue la deontologia professionale, una persona che non si lascia fuorviare dall’immediatezza e dalla facilità di utilizzo e diffusione delle notizie offerta dai social media, ma persegue il convincimento che essere veritieri e onesti con i propri lettori sia fondamentale. E in effetti, perché non preferire questo tipo di giornalismo alla moltiplicazione becera di news inconsistenti e spesso false? Premiare chi ci racconta gli avvenimenti facendo una verifica costante delle fonti, è fondamentale per avere un servizio di qualità.

Qualità che, secondo Cenzina Salemi, si esplica attraverso un forte senso di responsabilità da parte del giornalista e favorendo l’interazione con i lettori. I giornali dovrebbero dare le notizie che il cittadino non vuole leggere, piuttosto che preferire esclusivamente schemi funzionanti e di successo, ma succubi dei proventi provenienti dalle pubblicità. Occorre, però, trovare un equilibrio fra la necessità di sopravvivere a leggi di mercato crudeli e una rinnovata spinta a produrre informazione autentica.

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L’autenticità è sicuramente una delle qualità che sono di ispirazione per gli articoli e le fotografie di Nino Campisi, in assoluto il blogger più conosciuto ad Avola. Campisi ci racconta che ha iniziato a collaborare con Avolablog condividendo le sue fotografie. Condivisione, passione e trasparenza, senza dimenticare una grande attenzione per gli aggiornamenti costanti delle news offerte dal blog, sono, secondo Campisi, le basi per costruire la propria credibilità.

E l’informazione credibile su cui dovremmo fare affidamento, quali strumenti usa e con quali intenti, nell’epoca della diffusione di internet e delle nuove tecnologie su vasta scala?
L’informazione online mette a dura prova giornalisti e lettori: multimedialità, tempestività e fruibilità sono i cardini della stampa online.

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iaiaGi: il motore elettrico open source. Blog d’Innovazione c’è

iaiagiInnovazione

Vi ho già raccontato che, oltre a scrivere qui per Apirolio (e per chi altri avesse bisogno dei miei servigi come blogger), dai primi di maggio di quest’anno scrivo per il blog d’Innovazione? Blog d’Innovazione è il luogo virtuale che mi ha accolto quando ho preso coraggio e ho deciso di rispondere a una call to action per diventarne contributor. Innovazione è uno dei canali di bloglive.it che è indissolubilmente legato alla rivista online quindicinale Il Giornale Digitale grazie alla persona di Alessandro Zarcone.

Era fine aprile quando Cristiano Carriero, content manager, una fra le due persone che considero miei mentori in questo percorso, ha pubblicato la call to action per nuovi contributor. Ad accogliermi in redazione, ho trovato il mio secondo mentore nonché il migliore coach del mondo per una blogger alle prime armi: Massimiliano Fabrizi, fotografo pubblicitario e social media manager. Insieme a una bella squadra, ho iniziato a masticare di SEO e a “fare palestra” di scrittura ed editing. E ho scritto, tanto tanto, imparando anche moltissimo, su tutto ciò che è innovazione e nuove tecnologie e ho ancora tanto da scrivere.

Con questo post, quindi, voglio iniziare un percorso di rivisitazione di alcuni degli articoli pubblicati per Innovazione che toccano tematiche uniche e sempre valide, raccontano storie e ci introducono in un universo complesso e multiforme, colmo di belle opportunità per tutti coloro che vorranno attingervi.
Il primo articolo è un’intervista, la mia prima intervista, ai due ingegneri maker che stanno progettando un motore elettrico a tecnologia open source: vi presento iaiaGi.

“E’ di questi giorni di primavera piena la prima call for makers tutta italiana per un nuovo progetto open source che fa dell’innovazione tecnologica e culturale le sue caratteristiche fondanti, i suoi protagonisti sono due entusiasti e competenti ingegneri italiani che ho intervistato per voi in anteprima per presentarvi l’idea ambiziosa che sta già ricevendo i primi concreti riscontri in termini di partecipazione e concretizzazione. A seguire l’intervista a Valerio Vannucci e Alberto Trentadue di iaiaGi.com (sito in inglese e italiano per collaboratori maker e curiosi) e iaiaGi youtube channel per chi vuole ascoltarli in prima persona durante la call for makers di Modena del 9 maggio e acquisire informazioni tecniche più dettagliate sul progetto.

Domanda: Descrivetemi iaiaGi in dieci parole e se vi definireste una start up e perché.
Valerio Vannucci: Possiamo iniziare dall’acronimo del progetto IaiaGi cioè Integrated Automotive Idea for Advanced Galileo ferraris finding Implementation che vuol dire “idea di mobilità integrata per la realizzazione della scoperta di Galileo Ferraris”. Galileo Ferraris fu lo scopritore del Campo Magnetico Rotante che è il principio di elettrodinamica che è alla base del funzionamento dei motori in corrente alternata, colui grazie al quale siamo qui a parlare di questo progetto. Noi e i collaboratori che si aggregheranno mano a mano, stiamo progettando e realizzando un Kit Open Source per la trasformazione di veicoli a combustione interna in veicoli elettrici.
Alberto Trentadue: Abbiamo una persona a cui ci ispiriamo che è Seth Leitman che ha un suo blog accessibile a tutti ed è autore della guida “Build your own electric vehicle” e proprio per la caratterizzazione open source non vogliamo definirci una start up, ma una piattaforma di sviluppo; l’innovazione per noi è proprio nell’idea open source e nella forte connotazione ecosostenibile che vorrebbe arrivare all’obbiettivo dell’impatto zero sull’ambiente.
Valerio: Non vogliamo essere una start up perché vogliamo introdurre innovazione scientifica e culturale, sai ci sono molti pregiudizi qui in Italia sul funzionamento del motore elettrico e delle batterie e noi stiamo creando questo kit che sarà libero sia nella progettazione hardware (quindi nelle parti materiali del motore) sia nella progettazione software e trattandosi di uno strumento del genere sarà ciò che darà il via alla creazione di nuove start up soprattutto in Italia. Questo è un punto che è molto importante per noi: essere un progetto che condivide know how nazionale e internazionale a cui tutti potranno attingere liberamente, come ci insegna il modello di Arduino.

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Quindi a questo punto posso chiedervi cos’è la call for makers e come è andato l’incontro presso il FabLab di Modena che avete avuto ai primi di maggio?
Alberto: La call for makers è la chiamata a raccolta di persone con differenti esperienze che cercano innovazione, nuovi saperi e vogliono condividere le loro conoscenze incrementando la fattibilità del kit open source.
Valerio: E devi sapere che hanno risposto già in tanti alla call for makers che abbiamo organizzato e già molti ci seguivano attraverso il sito internet, ci sono studenti e persone con esperienze specifiche in vari ambiti.
Alberto: Vorrei aggiungere che il FabLab è un modello virtuoso di condivisione di competenze e di esperienze nato al MIT, il Massacchusets Institute of Technology di Boston.

Potreste parlarmi del vostro percorso professionale e delle vostre competenze e quali di queste vi hanno portato ad ideare iaiaGi?
Valerio: Io sono un ingegnere aerospaziale, Alberto un ingegnere elettronico. Entrambi lavoriamo nel settore delle telecomunicazioni ed eravamo colleghi quattro anni fa quando abbiamo iniziato a confrontarci su questo progetto. Io vivo a Carpi e Alberto a Modena.
Alberto: Bisogna anche dire che amiamo definirci tutti e due “maker” e che io sono unappassionato di IoT, che è l’internet delle cose e di Radiofrequenza, mentre Valerio è appassionato di prototipazione e tecnologie per l’ecosostenibilità. Non abbiamo una formazione specifica in ambito meccanico, ma vogliamo riappropriarci del know how, il saper fare, insieme a chi vorrà accompagnarci in questa avventura.
Valerio: Quindi non c’è stata una competenza specifica che ci ha portato a ideare tutto questo, piuttosto è stata la mia esperienza personale: tutto è iniziato quando ho potuto provare un’auto elettrica nel percorso cittadino, cioè per andare a fare la spesa. E’ stata una delle esperienze più belle che abbia mai fatto, qualcosa che mi ha smosso dentro e ha iniziato a farmi riflettere sulle immense possibilità di vita e lavorative che può dare un veicolo elettrico e che ancora, qui in Italia sono sottovalutate. Mentre in altri paesi come gli Stati Uniti, l’Olanda e la Germania, ma soprattutto gli Stati Uniti, sono molto più avanti di noi nel concretizzare prodotti accessibili.

A che punto siete della realizzazione del progetto?
Alberto: Abbiamo preparato le strutture teoriche per il dimensionamento meccanico del motore elettrico, quindi siamo pronti per costruire il prototipo.

Quali le metodiche per rintracciare fondi e collaboratori?
Alberto: Non stiamo cercando fondi, ma se dovesse essere necessario ricorreremo all’autofinanziamento oppure al crowdfunding esclusivamente per realizzare il prototipo dimostrativo perché non vogliamo mettere le briglie a iaiaGi, vogliamo raccogliere collaborazioni e nessuno che metta il cappello sopra il progetto.

Avete fatto uno studio per individuare le zone nevralgiche nazionali e internazionali che potrebbero accogliere e sviluppare il progetto?
Valerio: Come dicevamo prima, siamo aperti a collaborazioni che possono arrivare da qualsiasi parte del mondo, al momento coloro che ci hanno risposto qui in Italia provengono esclusivamente da regioni del settentrione, in primis l’Emilia Romagna che ospita già un’azienda, l’unica in Italia ad aver realizzato e brevettato kit di conversione in elettrico.

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Come state affrontando le questioni quali eventuali brevetti, autorizzazioni e legislazione locale?
Alberto: Sappiamo che in Italia ci sarebbero problemi di omologazione, ma noi vogliamo comunque liberare questa tecnologia dai brevetti e renderla libera e accessibile a tutti in modo tale che possa arrivare presto all’utente finale; in modo specifico abbiamo preso in considerazione anche le problematiche collaterali alla trasformazione di un veicolo a motore tradizionale in elettrico, comprese le difficoltà di approvvigionamento e stoccaggio di energia, che verranno inglobate nello studio open source.
Valerio: Questo perché ovviamente cerchiamo attivamente proposte e soluzioni in tutti gli ambiti collegati all’idea motore elettrico, compresi gli spostamenti sul territorio.
Alberto: Quindi possiamo dire che la problematiche da risolvere al momento sono uno, l’omologazione, due, l’individuazione del luogo dove effettuare le prime conversioni, tre, l’impegno nei confronti della rete di distribuzione. Aggiungiamo che a livello istituzionale e di informazione diffusa, molti non hanno le conoscenze corrette sulla durata di un motore elettrico, sulle modalità d ricarica e sulle reali percentuali di durata, smaltimento e riciclo delle batterie.
Valerio: Per esempio, pochi hanno idea delle reali esigenze di un veicolo elettrico di tipo utilitario che viene usato principalmente nel traffico cittadino. Già se parliamo di un’autovettura Tesla, che è comunque un’autovettura di lusso con caratteristiche di eccellenza, possiamo affermare che ha dimostrato che in futuro un’autonomia di ben cinquecento chilometri non è un obbiettivo irraggiungibile e che non servirà un’intera carica delle batterie per fare i normali tragitti settimanali in città. Per quanto riguarda le vetture elettriche “normali”, al momento, l’autonomia è stimata fra i centocinquanta e i duecento chilometri.

C’è qualcosa che siete disposti ad abbandonare e a cosa non rinuncereste mai?
Alberto: Non rinunceremo mai all’open source… Valerio: E all’approccio maker. Perché questo progetto appartiene alla collettività.

Potrà sembrare uno scherzo, ma l’ultima domanda, prima di salutarci, è: c’è qualcosa che mi sono dimenticata di chiedervi e che avreste voluto dire?
Valerio: Aggiungerei che iaiaGi vuole avviare un cambiamento culturale oltre che tecnologico a partire dalla scelte che possiamo compiere dal basso e non imposto dall’alto.
Alberto: E io invece aggiungo che dobbiamo molto al sostegno e all’entusiasmo delle nostre mogli: senza di loro non saremmo arrivati a questi risultati, perché mettere insieme le forze è sempre un punto fondamentale nella realizzazione di un progetto, anche di innovazione tecnologica.”


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