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I doni neri di Papà Idrocarburo

 

Papà Idrocarburo non si ferma mai, per lui è festa tutto l’anno. Sparge i suoi doni incessantemente, notte e giorno, ma soprattutto di mattina presto. Se provassimo ad affacciarci virtualmente per osservare la skyline di Taranto, li vedremmo, letteralmente, un velo scuro di doni: diossina, Idrocarburi policiclici aromatici (IPA), Policlorobifenili (PCB)… Apirolio, Cadmio, Arsenico, Piombo, Cromo.

Si racconta (ed io riferisco) che a Taranto Papà Idrocarburo non si cali nei camini, ma ne esca, uno dei suoi preferiti si chiama E312; ma spesso la sua slitta parte anche dalle colline nere e rosse accoccolate poco lontano, anzi, vicinissime. Non c’è nessuno che non abbia ricevuto i suoi doni. Buoni, cattivi o ignavi, sparsi da tempo lungo le strade del mondo, tutti i tarantini sanno chi è Papà Idrocarburo.

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Qualche giorno fa Legambiente ha divulgato a mezzo stampa i primi dati statistici sull’inquinamento dell’aria nelle città italiane. Non è la prima volta, se andate sul sito dell’associazione, troverete i rapporti relativi agli anni precedenti cercando “PM10 ti tengo d’occhio” e “Mal’aria”.

È la prima volta, invece, in cui mi soffermo a pensare: e Taranto? A che punto sarà di questa classifica? Perché non è fra le prime città nella statistica? Quotidiani e telegiornali hanno parlato dei rischi connessi agli elevati volumi di traffico nelle grandi città. E non è una notizia sbagliata.

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Però, nonostante la bontà delle fonti, io l’ho sentita incompleta. Perciò, ho cercato di capirne qualcosa in più. Ovviamente, questo è un mio sentire, che non ha un valore scientifico, ma oserei dire, umanistico. Sono questi i giorni successivi a Cop21, la conferenza sul clima che si è tenuta a Parigi e che ha visto 200 paesi produrre un accordo definito “storico” da Craig Welch in un articolo apparso su National Geographic Italia.

Cito una parte fondamentale dell’articolo: “Passare da un mondo dominato dai combustibili fossili a quello delle energie pulite non è né facile né semplice. E per molti esponenti del mondo degli affari è stato complicato capire dove investire i propri sforzi e il proprio denaro. Dai gestori dei fondi d’investimento, alle banche, ai finanziatori dell’energia, molti hanno chiesto di avere qualche risposta chiara su quale fosse la direzione da intraprendere.

Se il patto di Parigi diverrà un crescendo di azioni concrete, alcuni dei paesi produttori di combustibili di origine fossile, si troveranno ad affrontare una crisi economica epocale. E in questo mondo iperconnesso, non possiamo ignorare i benefici, ma nemmeno le difficoltà che deriveranno da questa svolta.

I tarantini stanno cercando da anni di affrontare il problema dell’inquinamento causato dagli insediamenti industriali sul proprio territorio. Ecco, a Taranto il problema non è il traffico.
Quindi è per questo motivo che non rientra fra le prime città più inquinate secondo la statistica di Legambiente?

Per avere una prima risposta, ho chiesto notizie del rapporto nominato dai quotidiani attraverso la pagina Facebook dell’associazione, ma la stampa ha ricevuto delle anticipazioni e il rapporto completo sarà pubblicato a gennaio. Come potete leggere dallo screenshot qui sotto, Legambiente mi ha cortesemente risposto che lo pubblicheranno (e quindi sarà accessibile a tutti), ma per il momento devo fare le mie riflessioni personali facendo a meno di dati freschi.

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Il primo documento utile che trovo è comunque recente, risale agli inizi del 2015 e si trova sempre sul sito di Legambiente da cui potete scaricare anche il dossier completo.

Nella premessa di Mal’ARIA 2015 è scritto: “L’Italia rappresenta una delle situazioni più critiche anche a livello europeo, soprattutto per quanto riguarda il PM10, il PM2,5 e l’ozono, come si evince dai dati dell’ultimo “Rapporto sulla Qualità dell’aria 2014” redatto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente.“.

Cito ancora dal documento: “I principali settori che contribuiscono all’emissione di questi macroinquinanti (PM10 ecc, n.d.r.) sono quello industriale (per gli ossidi di zolfo), i trasporti marittimi (per i NMVOC) e stradali (per gli ossidi di azoto e benzene) e quello del riscaldamento e produzione di calore (per il monossido di carbonio e polveri sottili). Prevalentemente di origine industriale l’emissione dei microinquinanti quali metalli pesanti, diossine, PCB e IPA.“.
Questi ultimi sono i doni di Papà Idrocarburo.

Taranto viene nominata come eccezione: “I contributi principali all’inquinamento dell’aria derivano, soprattutto per i macroinquinanti, dal settore industriale, energetico, dai trasporti stradali e dal riscaldamento domestico. Quando ci concentriamo sui cosiddetti microinquinanti (quali metalli pesanti o sostanze pericolose tipo diossine, IPA o PCB) il contributo industriale diventa invece prevalente. La situazione cambia quando scendiamo a livello urbano, dove le fonti principali, ad eccezione di città che ospitano importanti attività industriali (prima fra tutte Taranto), diventano i trasporti stradali e il riscaldamento domestico: quest’ultimo assume una rilevanza maggiore nelle città in cui è prevalente l’uso della legna o dai combustibili fossili più inquinanti come olio combustibile o gasolio, mentre riduce di molto il suo impatto quando viene utilizzato il gas naturale.“.

ilmeteo

Secondo l’Istituto Superiore della Sanità, Taranto è in compagnia di altrettanti siti italiani sparsi per il paese: sono “18 i siti di interesse nazionale per le bonifiche (SIN) inclusi nel Progetto SENTIERI e serviti dalla rete AIRTUM dei Registri tumori.“. Le località in effetti sono molte di più: l’elenco completo è in fondo all’articolo. I comuni afferenti ai 18 SIN vivono in una situazione in cui abbassare di un grado e mezzo il riscaldamento delle case e sospendere o limitare temporaneamente il traffico cittadino in base alle condizioni meteorologiche (piogge scarse o assenti, ad esempio), non sono le soluzioni utili. Gli agenti contaminanti sono entrati nella catena alimentare e nel sistema endocrino da tempo.

I siti contaminati sono stati definiti dall’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) come aree che ospitano, o hanno ospitato, attività antropiche che abbiano prodotto, o possano produrre, contaminazione del suolo, delle acque superficiali o di falda, dell’aria e della catena alimentare, la quale dia luogo, o possa dare luogo, a impatti sulla salute umana.1 I siti contaminati nella definizione dell’OMS sono la risultante di uno sviluppo economico e industriale aggressivo e non attento alla tutela ambientale.“.

arpataranto

Ho chiesto ad Alessandro Marescotti di PeaceLink di spiegarmi perché, se si lancia l’allarme per l’inquinamento dell’aria in Italia, nessuno nomini Taranto fra le città con il primato peggiore.

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