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Portare il coding nella mia città n°2

2.0 Oggi sono tornata a scuola. Ormai lo faccio sempre più spesso. È dal 9 dicembre 2015 che non ne scrivo, nel frattempo ho iniziato a parlarne concretamente, a incontrare persone coinvolte, a comprendere i limiti e le opportunità. Qualcuno ne sa più di me, altri mi hanno chiesto di raccontare loro il quadro della situazione. Perché Avola non è una cittadina sempre ricca e spensierata e realizzare progetti che aiutino i ragazzini e le ragazzine di oggi a crearsi nuove opportunità, non è uno scherzo.

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Inoltre, come ho appreso dai miei giretti nelle scuole, i problemi da affrontare sono tanti e tanti i ritardi nel rispondere alle iniziative lanciate dal MIUR; questo non accade per mancanza di volontà, come si potrebbe pensare, ma perché le scuole non sono entità a se stanti, sganciate dal luogo in cui sussistono. Ogni cittadina d’Italia ha le sue problematiche locali e sovente la povertà di mezzi delle famiglie e, quindi, la necessità di rispondere a bisogni basilari, la fanno da padroni. Eppure nelle scuole di Avola mi hanno aperto le porte e dato la disponibilità a costruire qualcosa che dia una prospettiva futura.

Se c’è un luogo fisico in cui convergono i problemi che colpiscono la nostra società e le soluzioni possibili, questo è proprio la Scuola; perché, nonostante i ritardi, le politiche europee sottoscritte dal Governo e, soprattutto, la naturale capacità della Scuola di fare da collettore sociale essendo molti gli attori in causa (bambini, docenti, genitori etc), sono i punti di forza di ogni comunità.

Perciò, come sempre, come parlare di cultura digitale a un neofita? Cosa può fare il sistema Scuola in Italia e ad Avola e perché?

2.1 Partiamo da un assunto: la digitalizzazione della cultura è iniziata un bel po’ di anni fa in tutto il mondo ed è andata di pari passo con la diffusione di un approccio sempre più scientifico alla formazione scolastica. Quando scrivo il termine “scientifico”, lo intendo in modo esteso, relativamente a metodi e forma mentale che, in ogni caso, non prescindono da una cultura umanistica, ma offrono gli strumenti per rendere più intellegibili saperi, competenze, mass media, social media e così via.

Volendo collocare l’avvento della digitalizzazione in un periodo preciso, il momento è stato quando gruppi di studenti e imprenditori statunitensi hanno iniziato a lavorare al concetto di computer personale ovvero alla possibilità di rimpicciolire le dimensioni dei calcolatori per farli arrivare in tutte le case del mondo.

Certo, i primi siamo stati noi italiani con la Programma 101 della Olivetti, ma erano gli anni Sessanta e in Italia i visionari non erano ben visti, gli obbiettivi erano altri: industrializzazione a manetta, prima di tutto, quindi metterci al passo con gli americani e far arrivare le lavatrici, gli aspirapolvere e il televisore in tutte le case. Eravamo indietro di circa vent’anni, del resto.

2.1.1 Qui in Italia stiamo pensando di preparare i nostri bambini ad una società e a un mondo del lavoro che non sono il futuro, non stanno succedendo adesso, ma sono già successi. Siamo comunque in ritardo. Questa considerazione suona grave, ma non è possibile mettersi le mani nei capelli e fermarsi. Il divario, è iniziato a farsi consistente circa trent’anni fa ovvero negli anni Ottanta. Con questo non voglio dire che in Italia non ci siano persone molto preparate, ma non bastano. Ma soprattutto, è il mondo della piccola e media impresa, con le dovute eccezioni, che non è pronto ad aver a che fare con queste competenze complesse e poco settoriali.

Quello che è successo fino agli inizi degli anni Duemila è che molte persone nel mondo si sono specializzate in alcuni campi che noi chiamiamo genericamente “informatico” e “scientifico” e i progressi in campo tecnologico sono dovuti anche al lavoro di queste persone e al fatto che hanno saputo sfruttare tutti gli strumenti che avevano a disposizione per condividere informazioni e competenze.

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Portare il coding nella mia città n°1

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1.0 A volte sogno che sono di nuovo fra i banchi di scuola, devo rifare gli esami, devo affrontare un’interrogazione oppure devo ripetere tutto l’anno scolastico. Come diceva Eduardo De Filippo: gli esami non finiscono mai.

C’è stato un tempo in cui la scuola era una realtà oggettiva e non un incubo kafkiano. A lezioni terminate immaginavo pomeriggi inerti, aule silenti, corridoi vuoti e i professori, anch’essi a casa, con pile di fogli protocollo da correggere, circondati da libri.

Ciò che penso della Scuola, fuori dal mondo dei sogni, è che occorre creare una visione amplificata e completa dei contesti storici e sociali in cui si sono verificati movimenti letterari, scoperte scientifiche, movimenti pittorici e più in generale, l’evoluzione delle arti figurative, delle letterature dei vari paesi del mondo, delle scienze.

Quando andavo a scuola mi sembrava tutto slegato e, soprattutto le materie scientifiche, qualcosa di esoterico ed elitario.

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1.1 Ci sono tornata davvero a scuola, senza averne apparente dovere; era pomeriggio, il primo dicembre, e ho trovato un mondo indaffarato di insegnanti impegnate fra pc e registri digitali.

All’Istituto Comprensivo Giuseppe Lombardo Radice di Siracusa c’erano due maestre ad attendermi: Ada Strano, docente di matematica, e Maria La Monica, docente di sostegno. Volevo capire, volevo farmi raccontare il coding per bambini dal punto di vista degli insegnanti che lo hanno fatto e Ada e Maria mi hanno raccontato anche di più.

Il Comune di Siracusa, con la collaborazione di Impact Hub, ha promosso un programma di formazione per tutti gli istituti scolastici cittadini volto a stimolare lo studio e la pratica del coding; per questo motivo, fra marzo e aprile 2015, si sono susseguiti alcuni eventi che hanno coinvolto alunni, insegnanti e genitori.

Oltre le giornate di formazione per il coding vero e proprio, i bambini hanno potuto divertirsi con MaKey MaKey facendo suonare frutta e ortaggi, hanno incontrato i robot di Behaviour Labs di Catania e infine hanno creato applicazioni con Scratch.

Quindi, ho pensato, c’è grande movimento nonostante si pensi che la Scuola sia ferma a carta e calamaio.
Troppo lavoro c’è. – mi dicono – Ma se arrivassero più tablet, se le attrezzature bastassero per tutti gli studenti e nessuno fosse senza, potremmo lavorare meglio con tutti i ragazzi.”.

È pur vero che, oltre i Programmi Operativi Nazionali (PON), esistono un’infinità di progetti europei cui aderire, basterebbe fare rete fra scuola, comuni, imprese, genitori e studenti.
Basterebbe fare rete con altre città impegnate nello stesso desiderio di aprire prospettive future ai propri figli, alle nuove generazioni, quelli che chiamiamo nativi digitali e che vivranno, adulti, in società diverse dalle nostre. Una suggestione, questa, donatami da Viviana Cannizzo, digital champion del Comune di Siracusa.
Capisco che i docenti (e i genitori) da soli non possono avere il tempo e le forze per accompagnare i bambini verso il loro futuro, ma la cultura e l’innovazione digitale hanno il potere di contrastare queste solitudini.

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1.1.1 Ada e Maria mi raccontano che hanno fatto coderdojo anche con un alunno audioleso: le nuove tecnologie sono sempre grandi fonti di integrazione. I bambini che hanno fatto da mentor ai loro compagni erano perfettamente in grado di insegnare ai loro coetanei ciò che avevano appreso duranti i corsi propedeutici all’evento di coding. La soddisfazione è stata tanta e diffusa fra tutti.

Fare coding con i bambini mette tutti allo stesso livello – mi dice Ada Strano – e mi ha permesso di rendere completo il percorso scolastico che riguarda l’apprendimento della matematica.

Lo sviluppo del pensiero computazionale è paragonabile ai processi logici che usiamo tutti i giorni per risolvere un problema. L’approccio corretto alla matematica è quello di vederla come lo sviluppo di processi logici all’interno di situazioni problematiche.

Un metodo didattico già ampiamente applicato in pedagogia è quello della verbalizzazione del percorso risolutivo: i bambini mettono per iscritto tutto il ragionamento insieme alle operazioni matematiche, successivamente, tutti insieme correggiamo i compiti verbalizzando il percorso oralmente, in aula. In questo modo tutti, nello stesso momento, sono protagonisti attivi e coinvolti nel processo di apprendimento.“.

Paradossalmente, “gli unici problemi sono stati quelli relativi alla connessione dati disponibile durante i corsi di formazione: spesso veniva a mancare la connessione e finivamo di prepararci a casa perché durante il corso si verificavano delle interruzioni.“.

A volte le cose avvengono quasi contemporaneamente e non è un caso se arriva una circolare dal Comune che chiede un referente con conoscenze di base a livello informatico per partecipare a un seminario che promuove la conoscenza del linguaggio computazionale. Mentre il MIUR crea programmi di implementazione della cultura digitale all’interno delle scuole.

 

Nelle scuole di oggi si fa lezione con la LIM, la lavagna interattiva multimediale, oppure a distanza con Skype, soprattutto quando ci sono bambini che non possono essere in aula ogni giorno per problemi di salute. Gli insegnanti usano internet costantemente, preparano video e presentazioni in power point e hanno il registro elettronico.
Ogni giorno di più condividono informazioni e competenze a livello informatico e un po’ alla volta si mettono al passo, anche se chi ne sa qualcosa di più viene costantemente consultato con le richieste di aiuto più disparate. E non è una questione generazionale.

È un universo che oscilla fra valori elevati di dispersione scolastica (soprattutto qui nel meridione), dematerializzazione, piattaforme di connessione scuola – famiglie e circolari ministeriali che vengono ancora stampate e affisse su una bacheca fisica.
E poi ci sono anche i trentasei ragazzini di scuola media inferiore che prendono la European Computer Driving License e conquistano crediti per gli esami di stato.

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1.1.2 Nel frattempo confronto e condivisione sono fondamentali, senza dimenticare che la cultura digitale può essere un’opportunità per tutti.

Cito di peso (e concludo) un articolo di Matteo Tempestini pubblicato proprio oggi, 9 dicembre, su Che Futuro!: “La cultura? Si c’è un fattore culturale da tenere presente. È difficile abituarsi a pensare in termini veramente innovativi e soprattutto è complesso effettuare una costante applicazione della tecnologia alla vita di tutti i giorni senza cadere nell’errore di essere autoreferenziali. Il digitale si presta tantissimo a parlare a pochi appassionati di tecnologia…ma gli altri? Gli altri, specialmente in Italia, sono quelli che possono oggi dare valore al digitale con applicazioni che il tecnologo nemmeno lontanamente magari si immagina; è con gli occhi di quelle persone che c’è da sforzarsi di guardare gli strumenti della tecnologia. E per finire: conta condividere. Conta moltissimo quanto siamo disposti a condividere. Quello che a volte è appannaggio dell’innovazione è di fatto la volontà di fare sharing e rete delle nostre idee.”.

 

 


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