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Save: quando la Ricerca diventa buona pratica

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Cosa succede quando si mettono insieme persone, enti di ricerca, università, pubbliche amministrazioni, imprese, i finanziamenti del MIUR e tanta volontà e curiosità di scoprire nuovi sistemi per il recupero degli scarti dei prodotti ortofrutticoli e lattiero caseari?

Contrastare lo spreco alimentare è operazione che si può realizzare creando contaminazioni fertili fra Scienza e Cultura dell’Alimentazione. Vi presento Save: la prima filiera in linea con le direttive europee sull’economia circolare che sia riuscita ad unire tutti gli attori sopra citati.

Torno ancora una volta a raccontarvi di Circular Economy, di smart cities e communities ovvero di comunità e città intelligenti, digitali e innovative, di innovazione sociale (ed economica, non dimentichiamocelo) e di ciò che sta accadendo nel Sud Italia, terra, anche, di eccellenze nell’innovazione, premiatissime e in costante progresso.

Come ho già fatto per il progetto di Simbiosi Industriale Ecoinnovazione Sicilia, di cui vi ho parlato qui, cercherò di raccontarvi Save a modo mio.

Il 15 dicembre, presso il Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Messina, si è svolto il convegno conclusivo del progetto “Save” (hashtag #SaveUniMessina) che nasce nella culla di PANlab il laboratorio di servizi avanzati nel settore dell’agroalimentare dell’Università: Tecnologie e modelli operativi per la riduzione degli scarti alimentari e il trattamento e la valorizzazione della frazione edibile del rifiuto solido urbano finalizzati alla gestione sostenibile della filiera alimentare urbana.

Afferrarne il senso per la nostra vita quotidiana, potrebbe sembrare un inutile esercizio di stile.
Solo che così non è.
Quindi scomporrò la presentazione in frammenti che spero siano più comprensibili, ma che sono comunque passibili di aggiustamenti, qualora non dovessero essere esaustivi:

  • Tecnologie e modelli operativi: le tecnologie possono essere macchinari o attrezzature specifiche, i modelli operativi possono essere delle procedure precise da seguire per duplicare o riprodurre il progetto, ma anche strategie di comportamento civico e ambientale in cui il singolo cittadino si impegna per ridurre gli scarti alimentari, le aziende sul territorio non disperdono rifiuti nelle discariche ma si integrano in un ciclo di recupero e riuso;
  • per la riduzione degli scarti alimentari: le rimanenze giornaliere di frutta e verdura prelevate dai mercati e dai supermercati e di latticini e yogurt prelevati dai supermercati alla scadenza del prodotto ancora confezionato;
  • e il trattamento e la valorizzazione: raccolta, analisi chimiche e biologiche, selezione, trasformazione degli scarti in mangime, compost, sostanze nutraceutiche, biogas, liquidi fertilizzanti;
  • della frazione edibile del rifiuto solido urbano: edibile significa che si può mangiare, in questo caso si parla della parte ancora mangiabile (da animali o persone, dopo essere stata adeguatamente analizzata e “trasformata”) degli scarti di frutta e verdura e dei derivati del latte come yogurt o formaggi;
  • finalizzati alla gestione sostenibile: è un sistema in cui tutte le entità presenti sul territorio (comunale, “provinciale”, distrettuale) si impegnano a mettere in pratica comportamenti detti virtuosi, in cui lo spreco di risorse, materiali ed energia è ridotto al minimo e tutto è finalizzato al recupero e riuso del rifiuto solido urbano e del rifiuto industriale nell’ottica della valorizzazione economica, della riduzione dei cumuli di rifiuti a perdere in discarica,  di un ambiente più salubre, della collaborazione e sinergia fra imprese, cittadinanza e PA, della nascita di nuove imprese, del miglioramento di quelle esistenti;
  • della filiera alimentare urbana: le città sono le aree urbane da cui proviene la maggiore richiesta di cibo, prodotti agroalimentari arrivano negli agglomerati urbani e ne escono come scarti in vari momenti della catena per vari motivi. Ai piedi di questo sistema possono esserci discariche a perdere di rifiuti di vario tipo non valorizzati oppure un insieme di aziende, PA e cittadini che differenziano gli scarti alimentari (e non solo) senza sprecarli.

Detto questo, al convegno di fine lavori erano presenti tutte le parti coinvolte nella realizzazione del progetto, fra cui una incredibile quantità di ricercatori che ci hanno spiegato ogni singola procedura analizzata e messa a regime per recuperare gli scarti alimentari. Il progetto si è svolto nell’arco di tre anni e la più grande speranza per tutti coloro che vi hanno partecipato è vedere concretizzate le loro esperienze anche in altre aree urbane. Il protocollo, infatti, è già replicabile e i vantaggi sono innumerevoli e certificati dagli studi effettuati: su tutti campeggiano la riduzione evidente dei rifiuti, le tecniche di conservazione per prodotti facilmente marcescibili e la produzione di mangimi di alta qualità per gli animali da allevamento.

Per Save sono già uscite pubblicazioni scientifiche e il progetto è stato premiato al Fech Congress a Novi Sad, in Serbia, e allo SMAU di Napoli del 11 dicembre 2015, l’Università di Messina è stata vincitrice nel Premio Smart Communities Roadshow. Ma la cosa davvero bella è che i risultati scientifici delle analisi di laboratorio sugli scarti ortofrutticoli e lattiero-caseari hanno riservato sorprese positive sia prima dei trattamenti di conservazione che successivamente alle trasformazioni in mangimi o altro.

Provo a scrivere una panoramica veloce degli studi effettuati per darvi un’idea del lavoro svolto in questi anni e del perché sia importante pensare di esportarlo in altre realtà cittadine:
– Sono stati presi accordi con i commercianti di prodotti ortofrutticoli per recuperare gli scarti
– Per trasportare gli scarti sono stati testati speciali contenitori per alimenti, ma resistenti agli urti e dotati di chip per la tracciabilità dei prodotti
– Sono stati effettuati diversi test per estrarre ed analizzare i principi attivi quali carotenoidi, polifenoli e lipidi in maniera efficiente e con metodologie replicabili, gli screening preliminari hanno visto l’uso di tecnologie costruite ad hoc
– I campioni di ortofrutta da recuperare sono stati analizzati per verificare la quantità e il tipo di contaminanti presenti. L’analisi ha rivelato una concentrazione di sostanze nocive, come i pesticidi, al di sotto dei limiti di rilevabilità strumentale; è stato verificato, inoltre, che il contenuto di pesticidi nei mangimi cala drasticamente grazie al trattamento termico
– Sono stati fatti test per capire come recuperare al meglio i nutrienti presenti negli scarti sia del prodotto fresco che del prodotto post shelf life ovvero successivamente alla scadenza e si è scoperto che i nutrienti erano ancora attivi anche dopo la scadenza indicata sulla confezione
– È stata sperimentata l’interazione con i consumatori proponendo un questionario e consigli di consumo critico
– Diverse le analisi fatte su campioni di prodotto in momenti diversi del processo di trasformazione e recupero al fine di determinare le procedure migliori da seguire lungo tutto il percorso
– È stata testata anche la possibilità di sostituire i film plastici normalmente usati per ricoprire terreni e colture con materiali biodegradabili composti anche da fibre o compost derivanti dagli scarti di ortofrutta mescolati in percentuali diverse con il Mater Bi®, nonché la possibilità di produrre contenitori alveolari per la germinazione che siano alternativi a quelli in polistirene
– È stata indagata l’efficienza di diversi sistemi atti a degradare o essiccare gli scarti (compostaggio, degradazione anaerobica, insilamento, essiccazione)
– Sono stati eseguiti test di germinazione su compost da scarti ortofrutticoli
– È stato prodotto biogas recuperando gli acidi grassi contenuti negli scarti
– Sono state eseguite analisi gestionali ed economiche sulla logistica dei trasporti, sugli imballaggi, sulle scorte alimentari e sulla durata della vita a scaffale
– Sono state realizzate etichette amplificate con QR Code, data di scadenza, lotto, tracciabilità dei prodotti esposti nei supermercati
– È stata creata una piattaforma ICT che mira allo sviluppo di un nuovo market place, alla circolazione delle informazioni e a supportare le interazioni fra soggetti interessati e coinvolti nell’ottica dell’incremento delle best practices e della sharing economy e prospettando una futura collaborazione da parte degli horeca e dei cittadini.

90 le persone coinvolte nella ricerca, 14 le aziende di zootecnia e agricoltura, 48 le ore a disposizione per effettuare tutta la check list e consegnare gli scarti alle aziende destinatarie, 17 mila i chilogrammi di ortofrutta insilati nella prima fase di trasformazione in trincea.

Prima postilla:
“L’insilamento ” si realizza per acidificazione della massa vegetale a opera di microrganismi anaerobi allo scopo d’impedire a microrganismi alteranti e potenzialmente tossici di proliferare all’interno della massa vegetale provocandone il consumo (perdita di valore nutritivo) e lo sviluppo di sostanze insalubri.”

Seconda postilla:
Hanno partecipato a Save i supermercati del gruppo Despar – Fiorino, il Mercato Vascone di Messina, Cosenza, Ragusa, Messina e le loro Pubbliche Amministrazioni (PA), il MIUR, il Dipartimento di Scienza dell’Ambiente, della Sicurezza, del Territorio, degli Alimenti e della Salute (S.A.S.T.A.S.) e il Dipartimento di Scienze Chimiche, Biologiche e farmaceutiche, il Dipartimento di Scienze Veterinarie, il Dipartimento di Economia e il Careci (Centro Attrazione Risorse Esterne e Creazione d’Impresa) dell’Università di Messina, la Meridionale Innovazione Trasporti, il Dimeg (Dipartimento di Ingegneria Meccanica, Energetica e Gestionale) dell’Università della Calabria, il Dipartimento di Scienze Agro Ambientali e Territoriali dell’Università degli Studi di Bari, l’Istituto di Scienze dell’Alimentazione del CNR di Avellino, l’Istituto di Scienze delle Produzioni Alimentari del CNR di Bari, l’Istituto per Polimeri, Compositi e Biomateriali del CNR di Pozzuoli, , CoRFilCarni (Consorzio di Ricerca Filiera Carni), il laboratorio potenziato PANlab dell’Università di Messina, la Chromaleont Srl, la TSP Tecnologie e Servizi Professionali e, infine, la GTS Consulting.

Save è nato e cresciuto nell’ambito del Programma Operativo Nazionale Ricerca e Competitività 2007-2013 per le regioni Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, Smart Cities and Communities and Social Innovation (Prot. 84/Ric del 02/03/2012) Asse II Sostegno all’innovazione del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca).

 

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Simbiosi industriale: quando è la Sicilia a fare innovazione

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Simbiosi industriale che?
Immaginate un gruppo di aziende che recupera lo scarto (pastazzo) della lavorazione degli agrumi per fare succhi di frutta e ne ricava pectina e sostanze (buone) per la mangimistica animale, scovando la tecnologia che permette di recuperare i residui dei frutti prima che marciscano. Immaginate un’azienda che recupera i limi di segazione del basalto di lava dell’Etna e li riutilizza per creare materiali più flessibili.

Due esempi (che ho cercato di semplificare per renderli più di impatto e memorabili) che ci vengono da due delle 90 aziende siciliane coinvolte in un grande progetto pilota di simbiosi industriale che si è svolto sul territorio siciliano in questi ultimi quattro anni. Cosa succede se “l’insieme delle ricchezze di un territorio sono valorizzate localmente, invece di essere disperse, delegate o regalate a terzi.“.

Secondo Wikipedia, l’Economia Circolare “fa riferimento sia a una concezione della produzione e del consumo di beni e servizi alternativa rispetto al modello lineare (ad esempio attraverso l’impiego di fonti energetiche rinnovabili in luogo dei combustibili fossili), sia al ruolo della diversità come caratteristica imprescindibile dei sistemi resilienti e produttivi. In un’economia circolare i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera.“.

La Simbiosi Industriale appare un concetto più raffinato, senza fustigare il nostro amato e diffusissimo concetto di Circular Economy: un’economia il cui valore dei prodotti e dei materiali si mantiene il più a lungo possibile; i rifiuti e l’uso delle risorse sono minimizzati e le risorse mantenute nell’economia quando un prodotto ha raggiunto la fine del suo ciclo vitale, al fine di riutilizzarlo più volte e creare ulteriore valore. (Cito dal questionario propostoci da ENEA durante il convegno di cui vi parlerò più sotto).

Qual è la differenza fra Circular Economy e Simbiosi Industriale? Possiamo considerare questi concetti e pratiche, sorelle indissolubili? Sono un’opportunità di rilancio economico per la Sicilia e per tutte le regioni d’Italia e del mondo che vorranno sfruttarle? Bè, sì. La dimostrazione concreta ce la possono dare le 90 imprese siciliane coinvolte attivamente nel progetto Ecoinnovazione Sicilia.

Per inciso, ho l’impressione che, per noi appartenenti alla massa, la definizione di Economia Circolare per come viene comunemente intesa, abbia inglobato quella di Simbiosi Industriale. Ma forse mi sbaglio. Che ne pensate? Di Circular Economy avevo parlato anche con Umberto Pernice nell’intervista pubblicata qui qualche tempo fa.

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Facciamo un breve ripasso di storia dell’economia italiana della seconda metà del ventesimo secolo (dal 1948 in poi, insomma).
Vi va? Se sbaglio correggetemi, se non vi interessa saltate a piè pari tre paragrafi.

È risaputo che il territorio italiano ha da sempre sofferto di scarsità delle materie prime.
Nonostante questa caratteristica, il settore industriale, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra sino ai primi anni settanta, è stato il volano del boom economico italiano. Il passo è stato successivamente ceduto ad una forte crescita del settore terziario, con lo sviluppo di tutto un sistema correlato ai servizi (fra cui anche il turismo) fra gli anni ottanta e novanta del ventesimo secolo.

Sono informazioni che ho studiato a scuola e ricordo che mi affascinava moltissimo il passaggio dalla fase industriale al terziario, mentre non mi è mai piaciuto pensare che il settore primario (agricoltura, allevamento, pesca) fosse stato talmente penalizzato da costruire un colosso come l’Italsider (ora Ilva) al posto degli ettari ed ettari di uliveti  accanto alla mia città natale, cioè Taranto.

Scarsità delle materie prime non vuol dire completa assenza, così come il rafforzamento del settore dei servizi non vuol dire che l’economia italiana sia cresciuta in progressione geometrica e ci permetta di avere una ricchezza diffusa. La geografia del nostro territorio, inoltre, non ci permette di sfruttare appieno il poco spazio a disposizione. La crisi economica non è un’opinione, meno che meno il dovere di fare i conti con un sistema di sfruttamento che ha danneggiato l’ambiente e la salute dei cittadini.

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Quindi, quale potrebbe essere una soluzione?
L’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) ci ha dato una risposta attraverso il progetto Ecoinnovazione Sicilia, di cui mostro le partnership e i patrocini più sotto. Ne approfitto anche per scusarmi per le ridondanze, ma sono necessarie.

Ecoinnovazione Sicilia è una piattaforma di simbiosi industriale costituita da 90 imprese siciliane, operatori e organizzazioni presenti sul territorio. Il progetto pilota per l’Italia, si è appena concluso ed è stato il protagonista di un convegno tenutosi giorno 11 dicembre presso il Coro di notte del Monastero dei Benedettini di Catania.

Gli ospiti intervenuti a raccontare metodiche ed esperienze nonché il loro supporto come patrocinatori del progetto hanno sottolineato quanto sia importante che le imprese da coinvolgere ulteriormente in queste buone pratiche devono necessariamente essere di più. Il territorio siciliano è vasto e coloro che volessero aggregarsi al sistema di simbiosi industriale non devono fare altro che aderire, portando richieste e proposte.

Questo tipo di economia presume che più persone (tante imprese) devono essere coinvolte per far funzionare al meglio il ciclo produttivo e di recupero: enti scientifici, università, istituzioni pubbliche, stakeholders. È, inoltre, fondamentale che aziende portatrici di know how collaborino con le università. Valorizzare gli scarti agricolturali deve essere uno dei primi obbiettivi per una regione a vocazione agricola come la Sicilia.
Infine, occorre conoscere bene normative e processi di trasformazione.

Un’idea, suggerita durante il convegno, potrebbe essere quella di usare la logica dei distretti produttivi, ma nell’ottica di un potenziamento di ciò che si trova vicino a noi, quindi della collaborazione fra aziende vicine di casa, se così si può dire, ma dissimili fra loro.

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Un’ultimo dato per riflettere su quanto ho cercato di raccontarvi nel modo più semplice possibile: ogni anno l’agricoltura siciliana produce 1 milione e 500 mila tonnellate di pastazzo, il 95% non viene riciclato; di queste, 70 mila tonnellate sono conferite a Gioia Tauro, il costo della discarica è superiore al costo del prodotto in se stesso.

La simbiosi industriale è una pratica trasversale che coinvolge ambiente, economia e industria e ne accresce le rispettive potenzialità. È un sistema davvero interessante che ha bisogno di essere costantemente divulgato, comunicato e occorre che sia incentrato sull’open source: condividere metodi, soluzioni, strumenti e buone idee mette in grado coloro che possono accedere liberamente alle fonti di migliorare buone idee, strumenti e soluzioni in un circolo virtuoso in cui lo strumento e l’idea sono restituiti migliorati e più utili a tutti.

La condivisione non è quindi una perdita, ma un arricchimento per tutti sin da subito e non in uno strano futuro procrastinabile. Stare insieme migliora la competizione, e gli imprenditori siciliani non possono permettersi di isolarsi, possono, invece, aggregarsi perché mai come in questo momento possiamo usufruire di supporti magnifici come quelli che rappresentano le nuove tecnologie. E mai come in questo momento c’è ancora un ampio margine di movimento.

[Images credits courtesy of ENEA]

Patrocini di
Università degli Studi di Catania
Ordine degli Ingegneri di Catania
Confindustria Catania
Camera di Commercio di Siracusa
Associazione Ingegneri Ambiente e Territorio

La piattaforma Simbiosi Industriale
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Ecoinnovazione Sicilia
Turismo sostenibile

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Molti gli interventi belli e di sostanza, ne riporto degli stralci, spero di riprodurli al meglio:

“Il 2015 può essere di diritto ricordato come l’anno della Sostenibilità, fra Expo e COP21, non dimentichiamo che la Green Economy era un concetto conosciuto da pochi fino a cinque anni fa.”

“Usa, riusa, ripara e ricicla, sfruttando le nuove tecnologie: questa sfida è stata vinta avviando e portando a regime la prima piattaforma di simbiosi industriale in Sicilia, ma l’importante è proseguire su questa strada con la consapevolezza che è utile ad attirare fondi strutturali consistenti.”

“Il modello di simbiosi industriale usato in Sicilia ci ha consentito di trovare maggiori sinergie, di dialogare con le imprese e di codificare un linguaggio comune per costruire un confronto diretto. Sono stati usati solo strumenti di tipo open source che ci sono serviti per analizzare e controllare i percorsi di materiali, sottoprodotti energetici, servizi, competenze e logistica.”

“Per avviare un progetto di simbiosi industriale è necessario che si creino sinergie fra imprese dissimili ovvero operanti in settori diversi dell’industria, dell’artigianato e dell’edilizia. Fondamentale per l’accrescimento delle sinergie è stata la condivisione delle informazioni.”

“Volevamo usare gli scarti della frutta invece di buttarli via, ma avevamo il problema che fermentano e marciscono in fretta, quindi abbiamo studiato degli innovativi essiccatoi che abbattono l’umidità partendo da valori medi del 85% per arrivare a valori del 7%. L’essiccazione si realizza a basse temperature per conservare le sostanze buone contenute negli scarti; i sottoprodotti così ottenuti sono utilizzati da imprese che lavorano per il settore della mangimistica e per il settore della nutraceutica.”

“Dovevamo capire come costruire un sistema di recupero degli scarti della lavorazione dei materiali inerti, perciò abbiamo fatto delle analisi per individuare le caratteristiche qualitative dei residui e abbiamo scoperto che i diversi tipi di strumenti usati per la lavorazione lasciano tracce diverse. I limi di segazione possono diventare filler di conglomerati bituminosi e sostituire altri tipi di aggregati, anziché finire in discarica. Gli aspetti tecnologici usati ci hanno permesso il riuso e l’intensificazione degli scambi; la certezza dell’utilizzo nasce nel rispetto dei requisiti.”

“Usiamo il basalto lavico dell’Etna per la riqualificazione dei centri urbani di tutto il mondo perché offre grande resistenza meccanica. Abbiamo investito sul riciclo delle acque usate per il taglio della pietra lavica, l’impianto corre lungo tutto lo stabilimento e serve anche a recuperare il limo da segazione che è ottimo per rendere i prodotti aggregati più flessibili.”

 

 


Fare di più con meno: operatori green a Siracusa

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Era l’estate del 2014, quando visitai per la prima volta il comune di Ferla, in provincia di Siracusa. Fu amore a prima vista per i coloratissimi bidoni per la raccolta differenziata dei rifiuti sparsi per il centro storico.
Iniziativa lodevole, pensai; ce la faranno? Mi chiesi.
Quella sera ancora non sapevo che il 28 novembre del 2015 avrei incontrato i promotori di quest’onda del cambiamento che sta travolgendo amorevolmente Siracusa e la sua provincia.
Nella speranza di comunicarvi che la partecipazione e il sostegno di tutti sono le fondamenta del cambiamento e dell’innovazione sociale e culturale, torno a scrivere storie di economia sostenibile e di innovazione sul territorio di Siracusa.
Perché partire da Ferla? Michelangelo Giansiracusa è un sindaco lungimirante, che ha compreso appieno il valore del fare la differenziazione dei rifiuti sul territorio comunale con l’obbiettivo di costruire una rinnovata identità della comunità di Ferla.
Valore che si esplica economicamente, grazie al fatto che il Conai premia i comuni virtuosi, e si esplica materialmente e culturalmente.
Fare la raccolta differenziata ci mette in movimento, ci permette di riflettere sulla qualità e sulla quantità dei rifiuti che produciamo: quanta plastica ci beviamo, quanta frutta e verdura mangiamo, se sappiamo riconoscere e distinguere i materiali e gli imballaggi che contengono le nostre vite.
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Fare la raccolta differenziata ci permette di fermarci a riflettere su come organizzarci per ottimizzare i risultati e gli obbiettivi, ci costringe a osservare cosa passa dalle nostre mani e a decidere consapevolmente se mandare un oggetto in una discarica per lo spazio di una vita oppure riciclarlo, dargli una seconda possibilità e darla a noi stessi e al posto in cui viviamo.
Ferla è comunità, cittadina, pubblica amministrazione ed è, quindi, l’ingresso su un mondo di imprese, associazioni e pubbliche amministrazioni che sabato 28 novembre si sono incontrate negli spazi di Impact Hub, in Via Mirabella a Ortigia.
Nella cornice green della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti, la priorità è stata raccontarsi, confrontarsi e avviare un progetto di promozione e sensibilizzazione del territorio siracusano sul tema delle buone pratiche per operare in modo sostenibile sul territorio.
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L’introduzione del progetto “Fare di più con meno” è stata fatta a cura di Viviana Cannizzo (digital champion di Siracusa, catalizzatrice sociale, co-fondatrice di Impact Hub e molto altro) che ci ha detto: Comportarsi eticamente può essere un valido fattore di sviluppo economico che può creare nuove dinamiche; le aziende presenti all’incontro ne sono un esempio..

È intervenuta anche Emma Schembari (consulente ambientale di cui vi ho raccontato in questo articolo) dicendo: “Questa settimana è un’occasione per mettere sul tavolo tutte le esperienze amministrative, associative e imprenditoriali che negli ultimi due anni stanno emergendo con forza. E tutto sta accadendo in un momento economico così difficile, anche per i consumatori che guardano a questa variabile di impatto anche se ci sono priorità e necessità importanti che puntano a sostenere il costo più basso possibile in ogni ambito della nostra vita. È importante sentire che state lavorando in una città che ha come priorità il sistema della Circular Economy e che associazioni, amministrazioni e imprese si stiano costituendo in piattaforme collaborative.“.

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E prezioso è stato il racconto di Dario Ferrante, ideatore e promotore del Festival delle Energie Alternative che da otto anni promuove il tema delle energie rinnovabili e del risparmio energetico in Sicilia. Cito dal sito: “Il Festival energie alter-native ha lo scopo di creare una community di aziende, associazioni, enti ed artisti che si incontrano tutto l’anno per diffondere la cultura e le applicazioni pratiche delle energie rinnovabili.“.

Ecco, quindi, che il racconto sul Festival non può che essere l’esempio più strutturato di come creare e promuovere una comunità di imprese e persone che hanno a cuore l’ambiente e i territori in cui viviamo. Perché: “la Sicilia è da anni teatro delle nuove energie alternative e attira l’attenzione delle aziende di tutta Europa che investono in Sicilia nel campo delle energie pulite in tutte le loro forme: eolico, fotovoltaico, biomasse.”.

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È intervenuto anche l’ingegnere Luigi Grasso di Etna Hitech, il consorzio di imprese informatiche che sta attivamente collaborando alla creazione e strutturazione del progetto Siracusa Smart City nell’ambito di Prisma, la soluzione cloud open source a servizio della Pubblica Amministrazione. Un progetto che mira a costituire un ecosistema digitale comunitario e di cui vi racconterò in occasione della due giorni del 3 e 4 dicembre per Siracusa Smart City Strategy.

Il digitale, che sembra essere a latere dei progetti relativi all’impatto ambientale e al recupero di un valore del territorio, è invece uno degli attori importanti di questo momento storico. Partendo dal concetto semplice, ma impegnativo, della dematerializzazione (pensiamo a procedure che ci permettono di diminuire l’uso della carta negli uffici pubblici), arrivando alle infinite possibilità di creare reti civiche orizzontali e trasversali che coinvolgano a vario titolo cittadini, imprese, amministrazioni e associazioni col fine di migliorare la vita di tutti.

Al termine dell’incontro  la serata è proseguita in Piazzetta dei Mergulensi dove i locali della piazza hanno offerto un aperitivo green e abbiamo assistito alla sfilata di abiti riciclati a cura delle splendide donne dell’associazione Rici-creo laboratorio di riciclo creativo del comune virtuoso di Ferla.

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Queste le aziende presenti:
Movimentocentrale: bike cafè siracusano attivo per quanto riguarda il tema della mobilità sostenibile;
TusiBio – eco packaging: azienda che vende packaging compostabile biologico come posate e piatti (ma non solo);
Futuro Solare Onlus, associazione che ha realizzato il primo prototipo di autovettura alimentata ad energia solare ovvero Archimede 1.0;
Eco-green che ha realizzato la case dell’acqua nel comune di Ferla ed altre quattro nel comune di Siracusa;
Ecomac, impianto che raccoglie e separa imballaggi in plastica, carta e cartone e fa raccolta pet e lattine attraverso le macchine compattatrici;
– Asso Agricoltura, ditta leader nel settore del giardinaggio promotrice della bio-triturazione a domicilio con rimessa in ciclo naturale;
Pony in bici, servizio di ritiro/consegna pacchi in bicicletta a zero emissioni di CO2 per la città di Siracusa;
– Onda Energia, azienda che si occupa di ottimizzazione energetica ed ha realizzato alcune casette dell’acqua a Siracusa.


Melilli SI differenzia, ma anche Siracusa, Avola, Noto…

 

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Paghiamo questo servizio, usiamolo. Ma soprattutto, lo sapevate che una corretta raccolta differenziata dei rifiuti ci permette addirittura di guadagnare?

In occasione della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (SERR) ho avuto l’opportunità di prestare il mio aiuto per attivare la comunicazione durante le visite presso l’impianto di recupero di rifiuti speciali non pericolosi di Ecomac Smaltimenti S.r.l. a Siracusa, insieme agli alunni di seconda media della sezione A e C dell’istituto G.E. Rizzo, le loro insegnanti e un folto gruppo del Centro Incontro Anziani di Melilli venuti in visita all’impianto nell’ambito del progetto “Melilli SI differenzia”.

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Il progetto è stato fortemente voluto dall’amministrazione comunale di Melilli e da Emma Schembari con la partecipazione di alcune associazioni di volontariato e dalle scuole del comprensorio. Emma Schembari è consulente giuridico, economico e ambientale per il sistema camerale italiano, per il comune di Melilli e per altri comuni che hanno puntato sulle politiche di sostenibilità.

La SERR 2015 (anche su Facebook) ha come tema portante la Dematerializzazione ovvero, il motto “Fare di più con meno”, e punta alla diffusione più ampia possibile del concetto che riduzione, riutilizzo, recupero e riciclo siano buone pratiche fondamentali per un presente e un futuro sostenibili sia a livello ambientale che economico.

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Sostenibilità ed Economia Circolare (Sustainability and Circular Economy) non sono solo belle parole, ma due concetti inscindibili che, in questo particolare momento della storia delle civiltà umane e, della storia sociale, economica e politica della Sicilia, rappresentano un’autentica opportunità di miglioramento di tutta la società civile.

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L’impianto che ci ha ospitato raccoglie e separa ulteriormente, se necessario, imballaggi in plastica, carta e cartone, lattine in alluminio e sfalci di verde pubblico e molto altro provenienti da 6 enti locali (Siracusa, Melilli, Avola, Noto, Palazzolo e Canicattini Bagni) e 35 aziende. Fra gli imballaggi in plastica conferibili secondo i regolamenti del Conai (Consorzio Nazionale Imballaggi), i PET (come le bottiglie dell’acqua) e gli HDPE (i flaconi di detersivi e detergenti) sono i materiali da riutilizzare in un ciclo pressoché infinito che ci permette di ricavare fibre plastiche che possono diventare tessuti come il pile, per fare un esempio.

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La cosa bella che noi e i nostri comuni possiamo goderci grazie all’esistenza del Conai è che questi materiali hanno un valore talmente elevato che se li depositiamo in una discarica a morire, costituiscono un costo e per questo veniamo tassati; ma, se decidiamo di effettuare una corretta raccolta differenziata, i materiali riciclabili diventano un autentico guadagno. Più differenziamo, più i nostri comuni vengono premiati ricevendo un corrispettivo in denaro in base ai volumi di differenziata prodotta, meno veniamo tassati.

I benefici per l’ambiente sono noti a tutti, ma, tornando all’esempio delle discariche contro gli impianti di recupero e riciclo, è noto a tutti che i rifiuti  non sono tutti biodegradabili e che permangono nel terreno per moltissimi anni. Le tipologie di rifiuti sono classificate dallo stato italiano in inerti, non pericolosi (per esempio i rifiuti solidi urbani) e pericolosi; i residui dei rifiuti solidi urbani (RSU) possono rimanere attivi per oltre 30 anni e producono percolato altamente contaminante per il terreno e le falde acquifere.

Diminuire il più possibile il volume degli RSU conferiti nelle discariche è un obbiettivo fondamentale per il mantenimento di un territorio vivibile per noi e per le generazioni future. L’Unione Europea ha stabilito che “l’uso delle discariche per il rifiuto indifferenziato deve essere assolutamente vietato” con la direttiva 99/31/CE.

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La Sicilia è il fanalino di coda italiano per la raccolta differenziata, ma la necessità urgente di recuperare il tempo perduto sta producendo interesse e progettualità da parte delle pubbliche amministrazioni del territorio siracusano che in questo momento si stanno impegnando su più fronti per accompagnare i propri concittadini verso pratiche corrette e trasparenti.

Oltre Melilli, Siracusa stessa sta perfezionando la raccolta differenziata e sta sperimentando i compattatori per bottiglie in PET, flaconi in HDPE e lattine in alluminio che in cambio rilasciano punti per ottenere buoni sconto presso gli esercenti convenzionati con l’iniziativa; Avola e Noto risultano essere i comuni più attivi grazie al potenziamento della raccolta dei rifiuti porta a porta e, come confermato dalla Ecomac S.r.l., la qualità del rifiuto differenziato è molto buona. Anche il comune di Ferla, piccola perla incastonata fra gli Iblei, ha avviato il suo programma di raccolta porta a porta, che è il migliore fra i metodi usati per effettuare la differenziazione dei rifiuti solidi urbani.

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Dobbiamo ricordarci che questi incoraggianti passi avanti non sono ancora sufficienti per rendere vivibile il territorio siracusano, prezioso per cultura, storia e bellezze naturali, qualità che vanno mantenute, ma anche coltivate e accresciute. Stimolare il senso civico, la curiosità e la disponibilità nei cittadini e negli stakeholder locali è impegnativo, ma anche interessante e divertente come visitare un impianto di recupero dei rifiuti e scoprire che il nostro comune, la raccolta differenziata, la fa davvero.

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Polaris: qualità della vita, resilienza ai disastri e il futuro degli open data

Quale potrebbe essere un argomento di massimo interesse collettivo nell’ambito dell’innovazione e delle problematiche legate all’ambiente e al territorio in Italia?

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Quando mi sono posta questa domanda, ho deciso di prendere spunto dalle cronache di questi primi giorni d’autunno e ho scoperto l’esistenza di una piattaforma web, “POLARIS, Popolazione a rischio da frana e da inondazione in Italia”, che ha l’obbiettivo di coinvolgere cittadini, imprese, enti governativi e di ricerca scientifica in quelle che vengono chiamate best practice, buone pratiche, per l’ambiente e la qualità della vita.

Un universo di pratiche che coinvolgono concetti come la Circular Economy, la resilienza, gli open data, la partecipazione dal basso, la qualità della vita, l’engagement di utenti e gli obbiettivi dei finanziamenti stanziati dall’Unione Europea.

Posso affermare che la scoperta sia in qualche modo avvenuta grazie alla partecipazione allo speed networking presso Impact Hub a Siracusa (ve ne ho parlato recentemente). Hubber come me, ma soprattuto Manager di Progetti di Ricerca ed Innovazione e Coach, Umberto Pernice, di Palermo, impegnato in progetti collaborativi nell’ambito della resilienza ai disastri naturali, ci racconterà delle iniziative legate ad attività di ricerca e innovazione e del suo ruolo nella consulenza per la realizzazione di questa e di altre iniziative.

Domanda: Cos’è POLARIS? Risponde in qualche modo a necessità espresse dal basso?
POLARIS è un sito web progettato e gestito dall’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica (IRPI) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e contribuisce a rispondere alle domande e alle richieste di informazioni da parte di media, amministratori nazionali, regionali e locali, e anche singoli cittadini, sui rischi idrogeologici. Il sito fornisce informazioni puntuali sulle caratteristiche, la frequenza e la severità degli eventi relativi a frane ed alluvioni, incluso il numero di morti, dispersi, feriti, sfollati e senzatetto causati da tali eventi. Sono numeri indispensabili per definire i livelli di rischio idrogeologico, identificare le aree dove il rischio è alto e valutare l’impatto sociale ed economico di tali eventi. In aggiunta il sito fornisce informazioni utili per migliorare la resilienza dei cittadini a tali disastri con suggerimenti su cosa fare (e non fare) prima, durante e dopo tali eventi. I post vengono promossi anche sui principali social network (@CNR_IRPI su Twitter) generando una significativa partecipazione e condivisione fra concittadini e istituzioni.

D: Quali sono i tempi di realizzazione di iniziative di questo tipo?
L’iniziativa ha richiesto la pianificazione ed il coordinamento di un lavoro durato oltre un anno tra i ricercatori dell’IRPI-CNR, informatici e web designer, per la realizzazione del sito. E la stessa prosegue con la progettazione di altre sezioni del sito, considerando le statistiche di traffico di utenza. C’è l’interesse a comprendere meglio la percezione che media e cittadini hanno dell’informazione in esso contenuta per capire se e come la stessa possa essere alimentata anche dal basso, come le iniziative aperte ad accogliere dati ed informazione di tipo “
crowd”.

D: Esiste qualcosa di simile a POLARIS in ambito prettamente europeo?
Non esistono ancora iniziative di rilevanza europea che informino cittadini europei in maniera così dettagliata sugli eventi legati ai rischi naturali ed al relativo impatto sulla popolazione, sebbene l’attenzione verso queste tematiche da parte dei cittadini si dimostri crescente, anche attraverso l’uso dei social network. La Commissione Europea finanzia progetti di ricerca ed innovazione sulle tematiche della resilienza ai disastri i cui risultati vengono divulgati anche ai cittadini, nell’ambito dei programmi COPERNICUS e del Programma Quadro della Ricerca e Sviluppo Tecnologico Europeo. Uno di questi progetti, LAMPRE (www.lampre-project.eu), tratta di metodi, prodotti e servizi innovativi basati sull’utilizzo di tecnologie satellitari, per migliorare, attraverso mappe, software, linee guida e standard, le capacità degli enti pubblici nelle attività di prevenzione dal rischio da frane.

4) Chi è Umberto Pernice e qual è il tuo ruolo in questo tipo di iniziative?
Sono un consulente indipendente, impegnato a facilitare i processi di generazione collettiva di idee e soluzioni innovative, generate attraverso progetti europei di ricerca ed innovazione. Di tali processi seguo tutti gli aspetti gestionali: dalla pianificazione ed organizzazione delle attività di ricerca ed innovazione alla guida nell’implementazione e controllo del raggiungimento dei risultati, svolgendo un ruolo di catalizzatore e mediatore tra soggetti diversi. Si tratta di facilitare le interazioni tra il mondo della ricerca (mi riferisco a biologi, fisici, geologi, ingegneri, architetti, socio-economisti, ecc.), delle imprese di ogni entità, delle autorità governative e non, anch’esse a tutti i livelli, dei cittadini e della società civile tutta. I progetti di ricerca ed innovazione collaborativa interessano vari ambiti di ricerca, adottano approcci interdisciplinari ed hanno come denominatore comune l’attenzione verso la protezione e valorizzazione dell’ambiente e l’incremento della resilienza dei cittadini ai disastri naturali ed umani. In quest’ampio ambito di azione, il mio ruolo è quello di organizzare incontri per co-creare idee e soluzioni innovative, analizzando le aspettative della Commissione Europea di altre Autorità di Gestione definite nel testo dei bandi di finanziamento dell’Unione Europea, alla luce delle politiche europee e dei risultati dei progetti europei pregressi. Identifico soggetti impegnati in Europa e nel mondo su queste tematiche e ne favorisco l’aggregazione in consorzi per lo sviluppo di proposte. Aiuto nell’interpretazione dei tecnicismi e nell’adempimento delle attività ancora ampiamente burocratiche che caratterizzano i testi dei bandi europei e le attività necessarie al loro adeguato utilizzo.

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D: Innovazione, ambiente e qualità della vita: perché?
Perché sono concetti fortemente interdipendenti. Nel 2015 facciamo ancora fatica ad accorgerci del grande divario nella qualità della vita degli abitanti del pianeta e della sperequazione nell’uso delle risorse e dell’impatto disastroso sull’ambiente. Il concetto di innovazione nella società odierna, fortemente interconnessa tramite internet, continua ad evolversi adottando i paradigmi dell’innovazione aperta, collaborativa e sociale: oggi si può investire sul contributo che ognuno di noi cittadini può dare nell’identificazione dei bisogni di innovazione per una società più rispettosa dell’ambiente e della qualità della vita.

D: Salvaguardia dell’ambiente e della qualità della vita quanto incidono a livello economico?
È un argomento ampio e dibattuto. Posso dire che da una parte c’è la Commissione UE che finanzia l’Area Europea della Ricerca affinché l’Europa possa meglio competere con gli Stati Uniti, la Corea, Cina, India ed altri paesi emergenti in logica di crescita sostenibile, mentre dall’altra esistono approcci socio-economici (come quello di Serge Latouche) che propongono concetti di “decrescita felice” in risposta ad uno sviluppo vantato come sostenibile e che tale invece non può essere, vista la limitatezza delle risorse naturali e la sperequazione che i modelli economici attuali generano nelle società.

D: Fra crescita e decrescita, pensare di spalmare il più possibile fra la popolazione mondiale quello che già abbiamo a nostra disposizione avrebbe senso? È previsto?
Credo che in questo caso possiamo introdurre il concetto di economia circolare che può collocarsi fra i due termini, cioè fra crescita sostenibile e decrescita. Con la Circular Economy possiamo riutilizzare intelligentemente tutte le risorse, cioè materie prime, semilavorati, prodotti, scarti, tecnologie e anche conoscenze. Tutto questo integrando il concetto di eco-innovazione, caro ai programmi UE e alla Ricerca, che focalizza l’attenzione sul minimizzare l’impatto che processi, prodotti e servizi arrecano all’ambiente.

D: Facciamo un passo indietro. Hai 15 anni di attività alle spalle, hai iniziato anni prima che si iniziasse a parlare diffusamente di innovazione, come hai costruito queste competenze?
È una sorta di puzzle di competenze fortemente voluto. Mi sono laureato in Economia e Commercio nel 1996 con una tesi che parlava di marketing applicato all’Arte, ai Beni Culturali. Ho proseguito con un Master in Gestione di Impresa per operare come analista all’estero: dal Sudafrica (trattando di statistica multivariata) all’Irlanda e Regno Unito (nell’ambito delle tecnologie informatiche) con imprese multinazionali. Sono quindi rientrato in Italia per tuffarmi nella consulenza sugli aspetti funzionali delle tecnologie all’interno dei laboratori di ricerca e sviluppo di imprese di tutte le dimensioni e di vari dipartimenti di università e di enti di ricerca, sviluppando conoscenze in ambiti multi-disciplinari per sviluppare progetti di ricerca e sviluppo tecnologico e progetti di cooperazione transnazionale.

D: Esistono altre realtà in Italia come la tua? 
La mia attività integra vari approcci ed io non mi identifico nell’etichetta del progettista europeo, di colui che studia gli strumenti di finanziamento e coltiva relazioni con i vari enti per ottimizzarne l’uso. Io coltivo la “gestione dell’innovazione collaborativa” (
collaborative innovation management). Devo essere attento a comprendere il contributo che la partecipazione di soggetti diversi dà alla creazione e all’implementazione dei progetti e, al contempo, devo far sì che il management non smorzi i contesti creativi.

D: Ti è capitato di incontrare i fruitori finali di questi progetti, noi cittadini europei?
Sì, spesso nei momenti iniziali di divulgazione, durante le conferenze. Come nel caso dei progetti LAMPRE e del progetto CATCH che ha prodotto una piattaforma tecnologica che veicolava le persone verso scelte di mobilità consapevole quali tram, metro e bici e che spingeva verso la consapevolezza dell’impatto delle emissioni di CO2 sull’ambiente e sulla nostra vita e verso i benefici collaterali come la riduzione delle malattie cardio-vascolari e l’incremento del valore delle aree urbane meno congestionate. Negli ultimi anni i progetti di cui mi occupo coinvolgono i cittadini nella fase di concepimento dell’idea attraverso workshop che utilizzano tecniche di lavoro partecipative e il service design per stimolare l’utilizzo di dati aperti.

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