Archivio dell'autore: Aleksandra Semitaio

Informazioni su Aleksandra Semitaio

Scienze, tecnologia, alimentazione, content marketing e social media sono le mie passioni. Suggestioni e progetti il mio motto. La cultura digitale non è tutto, ma la punteggiatura corretta è fondamentale. Se volete davvero commuovermi mostratemi un'astronave sullo sfondo degli anelli di Saturno o una burrata fresca di caseificio; non necessariamente in quest'ordine.

L’intarsio di Schroendiger e la famiglia del Portatore di storie

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È stato quando era ancora l’inverno imbizzarrito di quest’anno, settantuno giorni fa. Il Portatore di storie è taciturno e fa molte domande, cerca conferme, è ondivago.
Preso com’è a inasprire gli spigoli del suo Io, tutto sguardi verso l’acquario di là dal vetro, mi sorprende tre volte su due; ma lui non lo sa.

Le storie nascono dagli oggetti. Solo le cose sono degne di essere raccontate, perché sono lì ad aspettarci, appese a una parete bianca.

La famiglia

A sinistra c’è un gattino, lo penso bianco o grigio: è sul limitare della scena, incuriosito e bonario come i gatti nell’immaginazione semplice di chi non può averne o non li incontra da tempo.

A destra un cagnolino di quelli come i barboncini o gli spinoni, credo: qualcosa di spettinato e gioioso e veloce, ma fermo anche lui, in adorazione.

Potrebbe avere tra i dentini una tuba o un cappello a cilindro, ma quello è tra le mani del figlioletto, a sinistra, subito prima del gattino; coi calzoncini corti, neri sicuramente, e l’aria deferente e il pallore sudaticcio dell’ansia di chi sa che deve crescere in fretta.

La ragazzina davanti al cagnolino ha in mano il bastone da passeggio e indossa l’abito di tutti i giorni: la gonna è gonfia dei sottogonna, ma non troppo. È un abito chiaro e compito, se ancora gioca e si diverte, lo fa seduta composta così come protende il bastone.

Il pizzo del colletto della madre è morbido, come i capelli raccolti verso l’alto a contenere riccioli e sbuffi di pensieri. Porge i guanti al marito che sta per uscire. È al centro del mattino, dell’ora dei saluti, incisa e ritagliata in un gesto che un giorno non ripeterà più.

Il padre, alto e snello, elegante nel suo abito scuro, sembra quasi inclinato verso la moglie; è giovane, ma perfettamente calato nell’idea che tutti noi che guardiamo dobbiamo avere di lui: un uomo responsabile, benestante, posato.

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L’intarsio

L’intarsiatore è chino sulle sue nostalgie, i tarsi sono i suoi desideri mancati; il confine fra un’essenza lignea e l’altra è lo spazio fra l’intento e un obbiettivo mai realizzato. Non c’è pace nell’intaglio finché la sagoma non si incastra perfettamente nel suo spazio.

Vuoti e pieni, spessori ed essenze, legno di recupero, tarlato forse sin dall’inizio, magari tinto. E cosa fosse quel pezzo di legno, bambino o gattino, non è dato sapere; ebano, impossibile, ulivo forse, noce, la spalliera di una vecchia sedia. Qualche chiodo già vecchio in un’epoca vecchia e lontana.

Tornato a casa con la sua fotografia di famiglia solida e bidimensionale, non può immaginare che descriverla a parole non mi darà soddisfazione.
Quel tempo nello spazio appartiene solo a lui e io ne sono spettatrice per un accidente quantistico dello stesso valore che ha avuto il recupero della spalliera della sedia.

La storia delle cose

Nati in Egitto sin dai tempi della Prima Dinastia (dal 3150 a.C. al 2925 a.C.), “si dicono generalmente intarsi dall’arabo “Tarsi”, quelle opere ornamentali o figure ottenute commettendo sopra una superficie piana elementi variamente sagomati di materia diversa (legno, marmo, avorio, pietre colorate, eccetera). L’intarsio si applica alla decorazione di oggetti, mobili o all’architettura, rientrando nella più vasta categoria delle decorazioni polimateriche ottenute per incastri, inserzioni, incastonature…” e altre operazioni volte a costringere i materiali nella rappresentazione della nostra vita.

Del Portatore di storie

Dice che non sa scrivere, ma saper scrivere non vuol dire non saper raccontare; a me ricorda un po’ gli storici dell’età antica, costoro erano indagatori, si ponevano domande. Le cose contengono storie più e meglio di sentimenti e sensazioni: gli oggetti esistono per varcare la soglia dell’indefinito che si estende indifferente sulle nostre vite.
Poiché “ad ogni atto di misurazione il nostro universo si scinde in un insieme di universi paralleli“, non ci resta che cogliere la presenza degli oggetti macroscopici per afferrare lo spaziotempo e piegarlo all’esigenza tutta umana di riconoscerci e ricordare.

 

[Immagini credits: afterhoursstudios e alphacoders

 

 

 


Non chiamateci caregiver

Una storia dentro l’altra, anno dopo anno e qualcosa da raccontarvi e condividere, sempre.
Buona lettura 🙂

WeAreParky

Chi è il caregiver? Cosa vuol dire essere, diventare un caregiver in questi anni così difficili, in un paese come l’Italia nel quale spesso la cura e la prossimità ai nostri amici o ai nostri cari che si ammalano sono delegate alla volontà e alla disponibilità del singolo individuo?

Non esiste un termine italiano per tradurre caregiver: il dizionario ci propone badante, accompagnatore, infermiere. Ma tutti noi sappiamo che essere caregiver vuol dire tutte queste cose e molto di più. To care vuol dire essere solidale, avere qualcuno a cuore; giver vuol dire donatore, persona generosa.

Ed ecco che i caregiver sono persone generose che hanno a cuore altre persone.

Al contempo, essere caregiver può comportare anche l’acquisizione di nozioni di infermieristica, di psicologia, e tutto questo è un mix complesso che spesso va oltre l’amicizia, i legami di parentela, l’amore profondo. Perché coinvolge il corpo e la mente, il cuore…

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Boomerang, racconto breve di un viaggio mai fatto

Come nasce una passione? Come si può credere sul serio che, una volta lanciato, il boomerang ti torni fra le mani?

Molti di noi usano questa metafora del boomerang che torna indietro per significare qualcosa di negativo: quando compiamo un’azione sbagliata non può che accaderci qualcosa di brutto.

Ma il boomerang è semplicemente un oggetto nato in una cultura che non conosce i concetti di trasgressione e senso di colpa: questo strumento esiste perché non è pratico andare a caccia disperdendo energie per andare a recuperarlo.

E per fare questo, cacciatori vissuti millenni fa, hanno imparato a sfruttare la portanza dell’aria progettando forme che possono volare percorrendo fra i settanta e i centro metri. E, se non colpiscono niente, ritornano alla mano che li ha lanciati.

Questa è la storia di un viaggio che non si è mai realizzato e del tentativo di conoscere una terra lontana con un approccio intellettuale e materiale al tempo stesso: storia, fisica, conoscenza dei materiali e degli strumenti. Il colore, infine, perché l’occhio vuole la sua parte.

È capire che migliaia di anni fa qualcuno ha saputo sfruttare quella che noi chiamiamo meccanica dei fluidi, quindi la resistenza dell’aria, e sperimentare forme angolari diverse per creare un’arma che, con lo scorrere dei secoli, ha mantenuto la sua forma, ma ha accolto sostrati di significati diversi.

Un’arma da getto fra le più complesse nata per cacciare e uccidere è diventata uno dei simboli dell’inesorabile perdita della cultura aborigena e uno sport, è diventata un oggetto da arredamento, un souvenir.

Ma può anche essere altro da sé, ricerca e studio; soddisfazione, infine.
Il tempo della ricerca è ciò che segue la spinta della curiosità, un’azione che ci pone in una prospettiva diversa: la frammentazione del significante, dell’oggetto che ha generato l’interesse.

Da cosa iniziare? I materiali, per esempio; la forma, forse; gli strumenti per costruire e ricreare. Quindi ricerca che contiene altra ricerca, serate passate a leggere testi on line, a trovare quasi per caso altri come noi in un altro punto del pianeta che lo hanno già fatto. Domande e risposte, perché quando si tratta di un oggetto, abbiamo la concreta possibilità di ottenere le risposte che stiamo cercando.

Con le risposte giuste, passare alla deframmentazione delle informazioni, acquisire competenze, sperimentare le nostre capacità: fare cose belle con le nostre mani. Non è sempre qualcosa che genera meraviglia?
Beato chi sa dare forma e colore al proprio lavorio intellettuale, alle proprie idee.

Cosa rimane, infine? Comprendere e accettare la funzione provando l’oggetto che abbiamo creato: lanciare un boomerang, sentendone il peso fra le dita, studiando la posizione del braccio a ricomporre, nel gesto, tutti i saperi acquisiti.

Permettendogli di ritornare, volando via.

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[Copertina credits Tommy McRAE – Kwatkwat people (c.1842 – 1901) Born in Australia. Dead in Australia. Details of artist on Google Art Project, fonte Wikimedia Commons e immagine nell’articolo from page 119 of “Australian Legendary Tales” by K. Langloh Parker]

 

 

 

 

 

 

 


La Felicità INterna Lorda

Arriva un momento nel quale è necessario raccontare. Il tentativo è sempre quello di essere brevi e comprensibili, trasmettere il messaggio e le informazioni il più possibile, donare a chi legge l’opportunità di raccontare a sua volta e di agire.

Già tre frasi di una premessa che forse potevo risparmiarvi. Da qualche parte ho scritto e in qualche momento ho detto che la Felicità è impegnativa. Succede oggi, 3 dicembre 2016, che a Catania, durante il Festival della Felicità INterna Lorda, sono e siamo arrivati a un punto di non ritorno nel quale le energie messe in campo devono concretizzarsi in azioni.

Siamo in Sicilia, regione del mondo complessa, da sempre e per sempre crocevia di culture e istanze che si spingono oltre antiche abitudini, mentalità deleterie e pregiudizi. L’urgenza è quella di comunicare al meglio ciò che sta succedendo e ciò che vogliamo che accada. Mettervi e metterci tutti (o la maggior parte di noi) nelle condizioni di agire i cambiamenti profondi che stanno attraversando le società di tutto il mondo.

Ognuno di noi a suo modo, con e senza sovrastrutture intellettuali, si chiede almeno una volta nella vita: cosa posso fare? Non è una domanda filosofica, detto volgarmente; è una domanda che ha a che vedere con la vita pratica, spesso è autoreferenziale: cosa posso fare per vivere meglio? Cosa posso fare per far vivere meglio la mia famiglia? Cosa posso fare per far vivere meglio i miei amici, i miei concittadini?

Cosa possiamo fare, quando abbiamo voglia di fare qualcosa e siamo immersi in quella che Giovanni Verga chiamava la “fiumana della vita”? Girarci a guardare negli occhi chi ci è accanto, per incominciare.

Cosa vuol dire agire concretamente? Trasmettere pratiche, competenze, raccontare ciò che produciamo, compiere azioni che incidano sulla società in cui viviamo: fare. Dare il giusto nome alle cose, comprendere cosa è giusto. Non imporre, ma condividere. Le parole hanno un limite che passa dalla definizione, dal valore che gli diamo. Ma ciò che abbiamo nelle mani è reale. Sì, ci sono delle competenze che albergano nel campo dell’immateriale, allora potremmo provare a tradurre tutto questo in informazioni utili a tutti.

Tutto questo per dire che ci sono delle persone attorno a noi che non vedono l’ora di coinvolgervi. È vero che se si fa insieme, se si prova a fare qualcosa di nuovo, che viene percepito come diverso, forse rischioso, è più facile, più accessibile, più dirompente. Infine, fa meno paura il cambiamento, quando siamo in tanti ad agirlo.

Avete un bisogno, chiedete; avete un problema, parlatene. I problemi si possono rovesciare in bisogni, i bisogni possono essere soddisfatti cercando insieme i metodi da applicare.

Potrei raccontarvi progetti, invece vi invito a cercarli, conoscerli e farvi coinvolgere. È faticoso? Avete altro da fare? Siete sicuri che ciò che state cercando di fare non abbia la risposta in quello che vi ho scritto?

C’è un bambino in una stanza che dà su una scala, dove porta la scala? Noi siamo quel bambino?

 

“Use your heart, use your hands” (Gunter Pauli)
And use your brain 😉


Ma quante Stories! Il futuro è la Realtà Aumentata

Pochi giorni dopo il mio workshop “Marketing & business con Snapchat” presso Make Hub di Marina di Licata, Instagram si adegua velocemente alle nuove abitudini imposte da Snapchat e lancia Stories.

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Cito brevemente Wired perché l’aggiornamento è già stato condiviso e commentato con grandissima rapidità: “Con Instagram Stories puoi combinare tra loro fino a 100 tra immagini e video per creare una storia personalizzata da condividere con i tuoi follower per 24 ore, senza che appaia nel feed o sul tuo profilo. Alle storie puoi aggiungere testo, emoji, sticker e filtri, mentre commenti e reazioni resteranno privati. Il rilascio è previsto nelle prossime ore per tutti gli utenti sia su dispositivi iOS sia Android.“.

Il valore aggiunto di questa novità è che noi utenti di Instagram non dovremo preoccuparci di fare overposting, cioè di sovraccaricare l’account (fino a 100 tra immagini e video!), perché le storie sono suggerite nella parte superiore della schermata feed: un cerchietto rosso attorno alla foto del profilo di coloro che seguiamo ci avviserà se ci sono storie in corso e il sistema per fruirle è molto simile a quello di Snapchat.

Fattori negativi al momento ce ne sono parecchi, almeno secondo gli standard di noi utenti Snapchat: i testi non possono cambiare colore (solo bianco, ma correggetemi se sbaglio), si possono usare le emoji in dotazione alla tastiera del nostro smartphone (o comunque delle tastiere che usa ognuno di noi), ma Instagram non propone emoji aggiuntive né, men che meno, i filtri facciali ovvero lenses.

Nel blog post di Instagram in effetti i filtri stile Snapchat non sono stati annunciati; si parla di creatività e di strumenti di testo e disegno, non di filtri: “With Instagram Stories, you don’t have to worry about overposting. Instead, you can share as much as you want throughout the day — with as much creativity as you want. You can bring your story to life in new ways with text and drawing tools.“.

Nel titolo di questo pezzo ho scritto che il futuro è la realtà aumentata. Ne avevo già parlato due articoli fa, e qui, perdonatemi, ma mi autocito: “nel frattempo Snapchat ha assunto Raffael Dickreuter, professionista degli effetti speciali di Hollywood, per lavorare sulla realtà aumentata* che, probabilmente, accrescerà e raffinerà il divertimento e il coinvolgimento già pienamente ottenuto grazie al tool Lenses (i filtri facciali).“.

Ovviamente parliamo di futuro immediato, quello che rincorriamo (quasi) tutti quotidianamente, soprattutto quelli di noi che alimentano le loro storie di vita e di lavoro grazie alle nuove tecnologie e alla cultura digitale.

Qual è il valore aggiunto della augmented reality contro la realtà virtuale? È molto mobile friendly, basta uno smartphone o un tablet e ce l’hai con te, mentre per la realtà virtuale bisogna disporre di strumenti aggiuntivi, come mascherine e sensori. Focus ha da poco pubblicato un intero numero in realtà aumentata alla portata di tutti, qui trovate tutti i dettagli.

A proposito del fare marketing con Snapchat, al mio workshop ho avuto l’ardire di affermare che presto avremo la possibilità di inserire ulteriori contenuti all’interno dei nostri snap probabilmente grazie alla geolocalizzazione, per realizzare video o immagini in cui i luoghi ripresi ci restituiranno molto di più di quello che normalmente i nostri occhi possono vedere: un po’ come quello che accade al cyborg di Terminator quando osserva il mondo circostante e ne rileva dati aggiuntivi.

Provate a immaginare di applicare questa tecnologia a luoghi di interesse commerciale oppure storico o naturalistico. Tenendo conto che non è una realtà immersiva come quella virtuale e che ci permette di mantenere il controllo sul mondo circostante così come siamo abituati a percepirlo. Io sono emozionata al solo pensiero!

Tutte queste considerazioni senza dimenticare che Snapchat è un’app di messaggistica istantanea e non un social network per immagini come Instagram: la differenza è fondamentale, se si tiene conto che l’uso che ne facciamo è profondamente diverso ed è dettato dall’evoluzione nel gusto della condivisione che sta maturando fra gli utenti di tutto il mondo e che si può individuare nel preferire determinati contenuti e momenti di vita con un occhio alla privacy e uno all’esclusività.

Voi cosa ne pensate?

 


Snapchat: 15 motivi per i quali potete fare quello che volete

A due giorni dal mio workshop su Snapchat a Marina di Licata, presso Make Hub, succede qualcosa. Niente di particolare. Anche se non si dovrebbe scrivere un’affermazione del genere all’inizio di un articolo per un blog.

È apparso un articolo, come tanti, recentemente, proprio su Snapchat, contenente un elenco di persone da seguire, molte, davvero meritevoli e per svariati motivi. Almeno secondo i miei gusti; perché, perdonatemi se mi ripeto, su questo social network funziona così: potete seguire chi volete, per quanto tempo volete, quando vi pare e nella modalità che preferite, perché tanto lo troverete sempre lì, fra gli aggiornamenti.

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Indipendentemente dai consigli di chi è già su Snapchat da tanto o poco tempo (ma chi è da poco tempo, quanto ha compreso delle dinamiche che si sviluppano su questo social? Un mese può bastare per averne un’idea? Ed è giusto che io ponga questa domanda?)

Il titolo è un inganno bonario, una spinta alla riflessione. La mia è che non posso permettermi in assoluto di affermare qui e ovunque, che ci sono dei profili di snappers che non meritano di essere seguiti. Qualsiasi opinione io abbia di tutti coloro che seguo non posso pensare che il mio sia un giudizio assoluto e pormi nei confronti di chi mi sta ascoltando con questo piglio.

Sono in molti quelli che affermano che è preferibile non fare snap di vita privata, altrettanti quelli che affermano che è preferibile non fare snap in cui si parla del proprio lavoro (o di eventi a cui si partecipa, per esempio): sono due estremi, in mezzo metteteci quello che volete, le sfumature sono infinite.

Io, invece, affermo che nessuna delle due è giusta: infatti, come ho già scritto (questo me lo ricordo), su Snapchat è più importante l’interazione del contenuto, perché senza interazione il contenuto non viaggia. In poche parole, state parlando nel vuoto, a meno che non beneficiate di quei “quattro lettori e mezzo” che aveva Manzoni (io li ho e me li faccio bastare!) 😉

Cos’è l’interazione? Di cosa è fatta? Su Snapchat i fattori in gioco sono tantissimi: includendo le loro combinazioni, ho osservato che lo spirito intraprendente e giocoso, la dolcezza, la gentilezza e un modo di porsi assertivo, hanno la meglio su tutto. Un altro fattore importante è sapersi rapportare con la propria immagine riflessa.

L’interazione non è solo dialogare in chat, ma far partire lo spunto al dialogo nel momento stesso in cui siamo davanti all’obbiettivo dello smartphone e abbiamo dieci secondi per parlare.

Ho scritto cose scontate, ma con grande consapevolezza, a maggior ragione perché io spesso non riesco a trasmettere tutto insieme ciò che ho elencato qui sopra; se provo a osservarmi dai miei snap, vedo che restituisco un’immagine seriosa e ondivaga, ma tant’è: preferisco farmi suggestionare dagli altri snapper e dalle persone che mi circondano, e poi raccontarvele.

(Grazie a pantonemr per la chiacchierata e gli spunti)


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Se mi chiedessero in questo momento cosa sia per me Snapchat, risponderei che è una forma di narrazione orale frammentaria e ubiqua.

Narrazione orale perché, nonostante sia un social network nato sotto l’impero dell’immagine, gli snap “parlati” sono in gran numero e a qualsiasi ora della giornata: tutti, o quasi, parliamo (a volte anche troppo e poi magari vi dico perché), condividiamo ricordi, impressioni, riflessioni, scherzi, favole, ricette, consigli, sentimenti, dialoghiamo da uno snap all’altro usando i contest oppure semplicemente rispondendo alle domande altrui.

Frammentaria in ragione del meccanismo stesso della creazione degli snap che possono essere scatti visualizzabili fino a un tempo massimo di dieci secondi e video, anch’essi della durata massima di dieci secondi (lo scrivo a beneficio di coloro che ancora non l’hanno provato); ogni snap può essere inviato in chat privata ad un altro snapper che abbiamo aggiunto alla lista di coloro che vogliamo seguire oppure essere inserito in una storia pubblica che si sviluppa in modo fluido nell’arco di 24 ore (ogni singolo snap scompare allo scadere delle 24 ore dalla sua pubblicazione).

E ubiqua, sì: io seguo snappers un po’ da tutto il mondo, perciò mi basta far partire gli aggiornamenti e passare senza colpo ferire da Roma a Sacramento, da Sidney a Miami, da Milano a Zanzibar, da Catania a Parma al Lago Balaton a Londra in un susseguirsi di paesaggi, situazioni, eventi, strade, locali, case private, giardini, sale riunioni.

Snapchat è anche metadiscorso, se mi passate il termine, perché la maggior parte di noi dedica almeno uno snap al giorno agli aggiornamenti, agli usi e costumi che si stanno affermando, al chiedersi se sia o meno opportuno mutuare alcune abitudini da altri social, ai consigli su come usarlo al meglio, ai feedback sulla quantità di snap da fare oppure sulla durata della visualizzazione delle foto, a come cambiare font per scrivere, ai follow alle views agli skip agli swipe ecc ecc 🙂

A me sembra che in qualche modo, questo social tacciato di superficialità, sia in realtà molto più addentro la vita, e fornisca stimoli ad approfondire o a scoprire, perché l’esperienza, trasmessa attraverso lo sguardo diretto di chi si sta guardando, è realmente percepita come più veritiera, ma soprattutto è più sentita.

Ovviamente, la realtà filtrata da un altro sguardo non può essere definita realtà oggettiva; senza finire in un campo filosofico minato, non è detto che si debba avere le stesse opinioni e visioni dello snapper di turno, ma certo la sua finestra sul mondo ha un suo valore, non assoluto, ma importante.

Concludo questo breve pezzo sottolineando che “frammentario e ubiquo” sono aggettivi dalla valenza doppia, possono essere letti sia in negativo che in positivo: sta a voi fare una scelta che non voglio imporvi, ma non sarei sincera se non vi invitassi con entusiasmo a entrare in questo mondo a tratti ancora grezzo e confuso e con qualche difetto (gli snap logorroici, ad esempio, e il fare i conti con il tempo a disposizione per visualizzare tuuuutte le storie).

Il prossimo 29 luglio porterò il mio workshop su Snapchat (perfezionato, arricchito e aggiornato) al Make Hub di Marina di Licata (Agrigento), nel frattempo Snapchat ha assunto Raffael Dickreuter, professionista degli effetti speciali di Hollywood, per lavorare sulla realtà aumentata* che, probabilmente, accrescerà e raffinerà il divertimento e il coinvolgimento già pienamente ottenuto grazie al tool Lenses (i filtri facciali).

Io sono curiosa e voi?

 

*Attenzione, non sto parlando di realtà virtuale perché quest’ultima è un po’ difficile da portarsi in giro con lo smartphone.

 


Al Bar Etna

Il Bar era, è, e auspico resti, quel luogo per riunirsi, stare insieme o soli, scambiare o ascoltare racconti, fatti, idee, informazioni, mentre si sorseggia un caffé o un drink

la Ciarla

a cura di Giovanni Pistolato

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