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E grazie per tutto il pesce

 

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La vita ti viene sempre incontro, mi ha detto un amico ritrovato. È vero più che mai, io lo so. Soprattutto ogni 1 aprile.

Del primo aprile 2011 molti sanno tanto e in questi anni ho condiviso tantissimo, ma non ne ho mai davvero scritto, perché è molto difficile. Del primo aprile 2015 qualcuno sa qualcosa: è la data che ha innescato il processo di trasformazione che mi ha reso ciò che conoscete e ha dato i natali a questo blog e a tutto quello cui sono andata incontro quest’anno, ed è tantissimo, più di quanto ho fatto negli ultimi sedici anni. O forse è solo qualcosa di diverso dal vecchio percorso.

1 aprile 2011

Era un giorno assolato, molto più caldo di quanto ci aspettassimo, un giorno in cui stranamente nessuno pensò a fare pesci d’aprile: c’era da lavorare, da portare a spasso Pablo per i sentieri in mezzo ai campi e togliersi anche le giacche leggere. Io avevo l’auto dal meccanico e D. venne a prendermi a lavoro con lo scooter. Ci fermammo in un pub a prendere una birra lui e un gelato io.

Aveva mal di testa, mi disse, ed era sudato. Parlammo di lavoro, della nostra giornata, del fatto che in mezzo ai campi, rincorrendo Pablo, gli erano caduti gli occhiali per terra. Andammo a prendere l’auto e tornammo a casa separatamente. Io arrivai qualche minuto dopo di lui che nel frattempo aveva già acceso il pc nello studio, ma non riusciva a mettersi seduto.

Me lo disse tre volte di andare in piscina, che lui si sarebbe steso un po’ sul lettino dello studio e mi fece accendere Radio24. Mi chiese dove fosse Pablo. E Pablo era in giardino. Spense la radio, vomitò e la mano destra gli si chiuse a pugno con il pollice all’interno delle quattro dita. Mi disse un’altra cosa e fu l’ultima volta che sentii la sua voce.

La centralinista del 118 pensava fosse un pesce d’aprile. Non me lo disse davvero, ma disse che non avrebbe mandato l’ambulanza se poi la persona che stava male si rifiutava di salirci. Come se potesse rifiutare qualcosa, ebbi il tempo di pensare.
L’ambulanza non sarebbe arrivata.

Ogni volta, alla stessa ora, il primo di aprile 2011, c’è una me che chiude il telefono in faccia alla centralinista, chiama L. e dice: “vai a prendere F. a casa e venite qui perché D. sta male e dobbiamo andare al pronto soccorso. Subito.”. Non una parola di più, non una di meno. Fu così che D. entrò nella sala di primo soccorso esattamente nel momento in cui il suo cervelletto decise che non doveva più farlo respirare. Fu così che il cervello non perse neanche un secondo di ossigeno.

1 aprile 2015

L’ossigeno è uno dei composti chimici che segnalano la presenza della vita. Un po’ di ossigeno, diciamo, quando intendiamo che abbiamo bisogno di denaro per tirare a campare meglio. Di solito questo tipo di ossigeno arriva quando abbiamo un lavoro.

Io, invece, ho ricominciato a respirare quando il 31 marzo dell’anno scorso mi sono congedata dall’azienda di Siracusa che non mi voleva più: fine contratto a tempo determinato. Di lavori ne ho fatti tanti, soprattutto amministrativi, solo un’altra volta sono stata felice di aver perso un lavoro: quando mi avevano messo in catena di montaggio a riempire flaconi di balsamo per i capelli.

Così, il primo aprile di un anno fa, con in mente l’altro “compleanno”, mi sono ritrovata a chiedermi se potessi fare qualcosa di diverso una volta tanto, se potessi reinventarmi. Quando ero di buon umore, mi veniva in mente Marina Ripa di Meana e quel terribile film anni ’80. Quando avevo lo spleen, pensavo a mio padre, perché eravamo quasi coetanei e per un po’ ho avuto il privilegio di pensare le cose come le vedeva lui.

La decisione non è stata immediata, non ho smesso di cercare lavoro di punto in bianco, perché non so stare senza, ma ho iniziato a leggere sempre di più gli inviti che mi arrivavano per caso dalla rete (no, non davvero per caso, sapete come funzionano Google e Facebook, più cerchi qualcosa, più te la propongono). Comunque, a pensare di potermi reinventare e pure a scriverlo, l’ho sparata grossa. Perché a conti fatti in questi anni ho fatto un lungo giro in tondo e sono tornata da dove ero partita eoni fa: alla scrittura.

I primi due autentici fattori di svolta sono arrivati fra aprile e giugno: il network di Work Wide Women, grazie al quale ho iniziato a seguire corsi online su Facebook marketing, social advertising e blogging e il network EWMD di Reggio Emilia.

Ho aperto questo blog sull’onda delle suggestioni lasciatemi da Panzallaria.com e da VM-MAG, a maggio ho iniziato a collaborare con blogdinnovazione.it e a giugno ho partecipato a un fantastico workshop di empowerment digitale a Modena organizzato da EWMD e dalle Girl Geek Dinners.

A luglio ho varcato per la prima volta l’ingresso di Impact Hub Siracusa, ad agosto ho conosciuto il giornalista che è diventato il mio direttore per la rivista online GustoNews.it. Fra settembre e ottobre ho collaborato all’editing di alcuni capitoli del libro “Content marketing” edito per Hoepli. A dicembre ho preso contatti con l’assessorato all’istruzione di Avola per il progetto di Coding 4 Avola.

Da gennaio in poi Francesco ha iniziato a lavorare alla progettazione del sito apirolio.net, mentre io ogni tre per due gli propongo un cambiamento e aggiungo dettagli (sono una pessima cliente per un web developer).

L’obbiettivo, ora e sempre, è quello di scrivere di suggestioni e progetti, di scrivere contenuti ancora più glocal, di abbreviare gli articoli, rendendoli fruibili anche da smartphone per quelli che stanno diventando presbiti come me e che leggono cose anche mentre stanno lavando i piatti dopo pranzo, di curare gli orari di pubblicazione e di coltivare quell’interazione fra me e voi che state leggendo. Inoltre a luglio sono 42 e per un infinitesimo istante di tempo sarò la risposta alla vita, l’universo e tutto quanto.

Arrivederci. “E grazie per tutto il pesce” (Douglas Adams)

 


Il problema della confettura di fragole ibride

Ho letto delle cose oggi. Cioè, leggo cose ogni giorno, più volte al giorno, per chi non lo sapesse. Ma oggi ho letto delle considerazioni sulla cultura digitale che mi hanno fatto riflettere per l’ennesima volta sulla mia storia personale e su quanto la narrazione del mio divenire digitale si sia intrecciata con la narrazione delle storie e delle esperienze di alcuni digital champion e non solo.

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Come è fisiologico che sia, l’associazione che ha fatto capo all’iniziativa di promuovere la cultura digitale nel paese Italia è stata fonte di discussioni e riflessioni contrarie al pensiero di Riccardo Luna e contrarie al messaggio portato avanti in questo ultimo anno e, se non al messaggio, ai modi in cui è stato veicolato o non è stato veicolato. Insomma, non mi dilungo oltre, la casistica è immensa e varia, fatta di Sì e anche di Però che assurgono a categorie discriminanti e prolisse. Sul web, se vi fate un giro cercando “digital champion” e le sue varianti linguistiche, trovate una serie di post pro, contro e ni per farvi una vostra idea.

Io una mia idea la ho e, contrariamente a quanto faccio di solito, mi esporrò senza timori (tanto i miei quattro lettori e mezzo non me ne vorranno).

Non sono una nativa digitale per ovvi motivi anagrafici, inoltre sulle mie spalle peserà per sempre la responsabilità di aver negato a mio padre la gioia di regalarmi il mio primo personal computer, però dal 1999 in poi mi sono più che ripresa il tempo perduto, tanto che in alcuni periodi di questi ultimi decenni mi sono dedicata addirittura a creare indecentissimi siti internet e ho frequentato, se non l’alba, le dieci di mattina del web prima dell’avvento dei social media grazie ai gruppi usenet.

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Portare il coding nella mia città n°1

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1.0 A volte sogno che sono di nuovo fra i banchi di scuola, devo rifare gli esami, devo affrontare un’interrogazione oppure devo ripetere tutto l’anno scolastico. Come diceva Eduardo De Filippo: gli esami non finiscono mai.

C’è stato un tempo in cui la scuola era una realtà oggettiva e non un incubo kafkiano. A lezioni terminate immaginavo pomeriggi inerti, aule silenti, corridoi vuoti e i professori, anch’essi a casa, con pile di fogli protocollo da correggere, circondati da libri.

Ciò che penso della Scuola, fuori dal mondo dei sogni, è che occorre creare una visione amplificata e completa dei contesti storici e sociali in cui si sono verificati movimenti letterari, scoperte scientifiche, movimenti pittorici e più in generale, l’evoluzione delle arti figurative, delle letterature dei vari paesi del mondo, delle scienze.

Quando andavo a scuola mi sembrava tutto slegato e, soprattutto le materie scientifiche, qualcosa di esoterico ed elitario.

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1.1 Ci sono tornata davvero a scuola, senza averne apparente dovere; era pomeriggio, il primo dicembre, e ho trovato un mondo indaffarato di insegnanti impegnate fra pc e registri digitali.

All’Istituto Comprensivo Giuseppe Lombardo Radice di Siracusa c’erano due maestre ad attendermi: Ada Strano, docente di matematica, e Maria La Monica, docente di sostegno. Volevo capire, volevo farmi raccontare il coding per bambini dal punto di vista degli insegnanti che lo hanno fatto e Ada e Maria mi hanno raccontato anche di più.

Il Comune di Siracusa, con la collaborazione di Impact Hub, ha promosso un programma di formazione per tutti gli istituti scolastici cittadini volto a stimolare lo studio e la pratica del coding; per questo motivo, fra marzo e aprile 2015, si sono susseguiti alcuni eventi che hanno coinvolto alunni, insegnanti e genitori.

Oltre le giornate di formazione per il coding vero e proprio, i bambini hanno potuto divertirsi con MaKey MaKey facendo suonare frutta e ortaggi, hanno incontrato i robot di Behaviour Labs di Catania e infine hanno creato applicazioni con Scratch.

Quindi, ho pensato, c’è grande movimento nonostante si pensi che la Scuola sia ferma a carta e calamaio.
Troppo lavoro c’è. – mi dicono – Ma se arrivassero più tablet, se le attrezzature bastassero per tutti gli studenti e nessuno fosse senza, potremmo lavorare meglio con tutti i ragazzi.”.

È pur vero che, oltre i Programmi Operativi Nazionali (PON), esistono un’infinità di progetti europei cui aderire, basterebbe fare rete fra scuola, comuni, imprese, genitori e studenti.
Basterebbe fare rete con altre città impegnate nello stesso desiderio di aprire prospettive future ai propri figli, alle nuove generazioni, quelli che chiamiamo nativi digitali e che vivranno, adulti, in società diverse dalle nostre. Una suggestione, questa, donatami da Viviana Cannizzo, digital champion del Comune di Siracusa.
Capisco che i docenti (e i genitori) da soli non possono avere il tempo e le forze per accompagnare i bambini verso il loro futuro, ma la cultura e l’innovazione digitale hanno il potere di contrastare queste solitudini.

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1.1.1 Ada e Maria mi raccontano che hanno fatto coderdojo anche con un alunno audioleso: le nuove tecnologie sono sempre grandi fonti di integrazione. I bambini che hanno fatto da mentor ai loro compagni erano perfettamente in grado di insegnare ai loro coetanei ciò che avevano appreso duranti i corsi propedeutici all’evento di coding. La soddisfazione è stata tanta e diffusa fra tutti.

Fare coding con i bambini mette tutti allo stesso livello – mi dice Ada Strano – e mi ha permesso di rendere completo il percorso scolastico che riguarda l’apprendimento della matematica.

Lo sviluppo del pensiero computazionale è paragonabile ai processi logici che usiamo tutti i giorni per risolvere un problema. L’approccio corretto alla matematica è quello di vederla come lo sviluppo di processi logici all’interno di situazioni problematiche.

Un metodo didattico già ampiamente applicato in pedagogia è quello della verbalizzazione del percorso risolutivo: i bambini mettono per iscritto tutto il ragionamento insieme alle operazioni matematiche, successivamente, tutti insieme correggiamo i compiti verbalizzando il percorso oralmente, in aula. In questo modo tutti, nello stesso momento, sono protagonisti attivi e coinvolti nel processo di apprendimento.“.

Paradossalmente, “gli unici problemi sono stati quelli relativi alla connessione dati disponibile durante i corsi di formazione: spesso veniva a mancare la connessione e finivamo di prepararci a casa perché durante il corso si verificavano delle interruzioni.“.

A volte le cose avvengono quasi contemporaneamente e non è un caso se arriva una circolare dal Comune che chiede un referente con conoscenze di base a livello informatico per partecipare a un seminario che promuove la conoscenza del linguaggio computazionale. Mentre il MIUR crea programmi di implementazione della cultura digitale all’interno delle scuole.

 

Nelle scuole di oggi si fa lezione con la LIM, la lavagna interattiva multimediale, oppure a distanza con Skype, soprattutto quando ci sono bambini che non possono essere in aula ogni giorno per problemi di salute. Gli insegnanti usano internet costantemente, preparano video e presentazioni in power point e hanno il registro elettronico.
Ogni giorno di più condividono informazioni e competenze a livello informatico e un po’ alla volta si mettono al passo, anche se chi ne sa qualcosa di più viene costantemente consultato con le richieste di aiuto più disparate. E non è una questione generazionale.

È un universo che oscilla fra valori elevati di dispersione scolastica (soprattutto qui nel meridione), dematerializzazione, piattaforme di connessione scuola – famiglie e circolari ministeriali che vengono ancora stampate e affisse su una bacheca fisica.
E poi ci sono anche i trentasei ragazzini di scuola media inferiore che prendono la European Computer Driving License e conquistano crediti per gli esami di stato.

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1.1.2 Nel frattempo confronto e condivisione sono fondamentali, senza dimenticare che la cultura digitale può essere un’opportunità per tutti.

Cito di peso (e concludo) un articolo di Matteo Tempestini pubblicato proprio oggi, 9 dicembre, su Che Futuro!: “La cultura? Si c’è un fattore culturale da tenere presente. È difficile abituarsi a pensare in termini veramente innovativi e soprattutto è complesso effettuare una costante applicazione della tecnologia alla vita di tutti i giorni senza cadere nell’errore di essere autoreferenziali. Il digitale si presta tantissimo a parlare a pochi appassionati di tecnologia…ma gli altri? Gli altri, specialmente in Italia, sono quelli che possono oggi dare valore al digitale con applicazioni che il tecnologo nemmeno lontanamente magari si immagina; è con gli occhi di quelle persone che c’è da sforzarsi di guardare gli strumenti della tecnologia. E per finire: conta condividere. Conta moltissimo quanto siamo disposti a condividere. Quello che a volte è appannaggio dell’innovazione è di fatto la volontà di fare sharing e rete delle nostre idee.”.

 

 


Eppur si muove: riflessioni sull’italian digital day

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Ho iniziato a progettare questo articolo sin dal momento in cui ho appreso dell’incontro nazionale dei digital champions. La divulgazione della cultura digitale, le istanze di formazione e diffusione dal basso, l’empowerment digitale (anche di genere) sono azioni e concetti che mi stanno molto a cuore.

Per promuovere la cultura digitale non è indispensabile essere digital champion, ma questo non vuol dire che possiamo fare a meno di una figura del genere. Non ne troverete uno che sia uguale a un altro per competenze e azioni sul territorio.

La cultura digitale è un universo vario e composito. Tutto ciò che ha che fare con il digitale, però, non è solo innovazione e nuove tecnologie come si potrebbe pensare di primo acchito. È pur vero che questo universo ha subito un’accelerazione importante in questi ultimi anni sia dal punto di vista hardware che software e le società, il mondo del lavoro, quello politico ed economico di tutto il mondo si sono evoluti anche sotto la spinta della crescita della cultura digitale.

Non è una crescita verticale né piramidale: trasversale e orizzontale sono gli aggettivi corretti da usare per indicare le istanze che ne connotano l’evoluzione. Commistione, invece, un buon sostantivo che ci permette di comprendere quanto ogni aspetto della nostra vita sia investito dal fenomeno di questa prima parte del terzo millennio che coinvolge tutto il mondo.

Alcune culture e società sono riuscite ad avventurarsi sin da subito e con profitto in tutto ciò che rappresenta la cultura digitale, altre ci hanno messo o ci mettono più tempo e il gap che si è creato ha molte cause individuabili in luoghi e momenti diversi della storia di un paese. I punti di partenza possono essere molteplici anche quando si cerca di individuare le cause di certi ritardi nella nostra piccola Italia.

Eppure, proprio qui in Italia, ci sono persone che operano quotidianamente per colmare questo gap e molto spesso ci riescono, diffondendo nei molti modi peculiari della cultura digitale, nuove buone pratiche, nuove competenze, nuovi lavori, nuove informazioni. E infondendo nuova vita in tutti gli strati della nostra società.

Eppur si muove, mi ha scritto, infatti, Liuba Soncini, che ho avuto l’occasione di conoscere durante il workshop di digital inclusion e digital empowerment “Donne Digitali” che si è tenuto a Modena il 6 giugno 2015. Liuba è digital champion per Modena, web coach per l’associazione EWMD di Reggio Emilia, si occupa di inclusione digitale di genere e alfabetizzazione digitale e, come dico sempre, molto altro. In questo “molto altro” c’è anche il bellissimo dono di una sua riflessione sull’Italian Digital Day che si è svolto alla Reggia di Venaria il 21 novembre 2015.

Eppur si muove

Riflessioni a ruota libera sull’Italian Digital Day
“Ho partecipato all’Italian Digital Day a Venaria come Digital Champion di Modena, perché desideravo ritrovare le persone conosciute in questo anno di attività per promuovere la cultura digitale sul territorio.

Ci siamo trovati per la prima volta il 20 novembre 2014 a Roma come pionieri: 100 volontari sparsi su tutto il territorio nazionale con la voglia di fare qualcosa per un paese che stava arrancando tremendamente sull’innovazione digitale, mentre il resto dell’Europa correva a grande velocità. E’ stato un anno vissuto intensamente: tanti grandi progetti sono stati realizzati, alcuni con tanta soddisfazione, altri ancora in corso.

A Venaria abbiamo dedicato un pomeriggio di lavoro per ragionare sul futuro dell’Associazione Italiana Digital Champions. L’Associazione è nata un anno fa da un’idea azzardata, quanto innovativa, di un Riccardo Luna fresco di nomina a Digital Champion italiano: l’idea di far partire dal basso la spinta per portare l’Italia verso l’innovazione digitale. Dai primi 100 Digital Champions locali che ne hanno firmato la costituzione ora siamo più di 3000. Questo comporta necessariamente un ripensamento organizzativo per consentire alle tante persone che, volontariamente e senza etichette, ogni giorno cercano di dare un contributo per diffondere innovazione e cultura digitale. I tavoli di lavoro cui abbiamo partecipato hanno evidenziato i tanti punti di forza della nostra rete, che vanno presidiati e incentivati, ma ovviamente anche delle criticità, a partire da un coordinamento sia nazionale che regionale che diventi strategico per consolidare quanto viene fatto e consentire una migliore diffusione di best practices.

Perché, come scrive Guido Scorza avvocato e Digital Champion: “Il Paese deve imboccare senza più alcuna esitazione la strada che porta al futuro ed investire nell’innovazione e nel digitale” e “guardare al futuro”.

L’Italian Digital Day non è stata una celebrazione dei Digital Champions, ma un momento di incontro per fare il punto della situazione con le luci e le ombre che ancora possiamo rilevare.

Innanzitutto è ormai chiaro che il paese (cittadini, istituzioni e aziende) ha bisogno di poter accedere a una connessione veloce come asset fondamentale per usufruire della digitalizzazione di servizi e strumenti. Giuseppe Recchi, presidente di Telecom Italia, ha presentato il piano di sviluppo della banda larga: entro il 2017 copertura della banda ultralarga mobile al 95%, mentre per quella fissa l’obiettivo è il 75%.

La strada quindi è ancora lunga e difficoltosa. Le aziende hanno bisogno di contare su un accesso veloce per migliorare la propria organizzazione e le pubbliche amministrazioni devono smaterializzare sempre più i propri servizi. A tutto questo possiamo aggiungere la necessità di alfabetizzare un paese in cui ancora oggi 4 persone su 10 non usano Internet. Dai dati che sono stati presentati a Venaria qualche spiraglio di luce si intravede: l’importanza delle competenze digitali e di strumenti efficaci sono percepiti come fondamentali dalla maggioranza delle persone.

Significativa è stata la presenza dell’Agenzia per l’Italia Digitale: una vera e propria squadra di professionisti che stanno lavorando a tanti progetti, alcuni già in fase di realizzazione, con una strategia definita Piano Crescita Digitale. L’obiettivo si chiama Italia Login, una piattaforma digitale che integra i vari settori (sanità, scuola, giustizia, ecc.) in un unico accesso, attraverso il Servizio Pubblico d’Identità Digitale e l’anagrafe nazionale della popolazione residente, che abiliterà la profilazione. Un altro tassello importante sono le linee guida dei siti web della PA: un sistema condiviso e aperto a proposte e miglioramenti che vuole rendere la navigazione e l’esperienza del cittadino/utente online coerente e omogenea. Il primo sito web a adottare il nuovo design è stato proprio governo.it, con la nuova impostazione rilasciata lo stesso giorno dell’Italian Digital Day.

Eppur si muove. Da quanto ci è stato raccontato a Venaria i primi timidi segnali ci sono tutti. Condividiamo anche la richiesta dell’on. Antonio Palmieri, dell’Intergruppo parlamentare innovazione, che ha sollecitato Renzi a nominare un ministro o un sottosegretario con una delega dedicata all’innovazione e al digitale, affinché possa esercitare il ruolo fondamentale di coordinamento politico dei tanti protagonisti e stakeholders interessati.

Infrastrutture, piattaforme, alfabetizzazione, sicurezza ma soprattutto comunicazione. Personalmente è stato molto importante sentire la testimonianza legata alla presenza online e offline della Polizia di Stato, che sta svolgendo un ruolo significativo nell’educazione all’uso dei dispositivi tecnologici di giovani e adulti e nella diffusione della legalità, nel senso più ampio del termine. Credo che istituzioni e forze dell’ordine possano dare un contributo straordinario, con la loro presenza online e sui social network, all’educazione civica digitale dei cittadini e alla prevenzione di comportamenti scorretti.

L’educazione è infatti la sfida più rilevante per il nostro futuro, a partire da una scuola che accolga non solo i nuovi strumenti tecnologici a disposizione ma che consenta una integrazione nella didattica di coding, stampa 3D, pensiero computazionale e nuovi contenuti per trasformare l’apprendimento in una palestra esperienziale inclusiva. I tecnici del Miur hanno raccontato il Piano Nazionale Scuola Digitale e l’introduzione di una nuova figura in ogni scuola, l’animatore digitale, nata sul modello dei Digital Champions che avrà il compito di supportare la sperimentazione digitale e la formazione.

Vorrei chiudere con la speranza che le tante idee interessanti e i progetti raccontati a Venaria non siano solo una bella facciata dietro la quale nascondere arretratezza e fallimenti, ma diventino nel prossimo futuro una realtà diffusa su tutto il territorio nazionale.”

Liuba Soncini

 

[La foto di copertina è presa dal web, ma non sono riuscita a stabilire la fonte originaria per citarla correttamente. Se qualcuno dovesse essere titolare dell’immagine, può scrivermi liberamente e sarà mia cura cambiarla o attribuirne correttamente la proprietà.]

 


Portare il coding nella mia città n°0

0 – Voglio portare il coding ai bambini della città in cui vivo. Ci riuscirò? Per farlo dovrò comprendere io stessa, prima di tutto, cosa fare e come potrò proporre questa iniziativa e a questo proposito, presto vi racconterò di nuovi incontri. L’idea covava da tempo sotto le ceneri dell’ex impiegata amministrativa che sono stata. Poiché quelle ceneri si sono ormai raffreddate da tempo, pare che stia germogliando qualcosa. La prima a essere curiosa sono io.

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0.1 – È stato a maggio di quest’anno, mentre girovagavo per il web alla ricerca di qualcosa di innovativo da raccontare, che mi sono imbattuta in un articolo su Matera Capitale della Cultura 2019 e ho scoperto il coding dedicato a bambini e ragazzi.

A ottobre, in occasione della Code Week, ho potuto assistere all’evento di “Green Coding: rispettare l’ambiente giocando con le nuove tecnologie”, grazie a Marco Scalet dell’associazione Futuro Solare Onlus (sì, proprio quella di Archimede 1.0) e a Viviana Cannizzo di Impact Hub Siracusa.

Il 9 novembre, in una vulcanica chiacchierata telefonica, Francesco Paolicelli mi ha raccontato che l’evento di coder dojo fatto a Matera a ottobre del 2014 è stato uno dei motivi per cui l’Unione Europea ha scelto la città dei Sassi come capitale della cultura per il 2019.

Perché non di sola bellezza fine a se stessa si vive, ma della bellezza coltivata nel progresso culturale e nell’innovazione del tessuto sociale. 

0.1.1 – Cos’è il coding? È programmazione informatica: la stesura di un programma, una sequenza di istruzioni che dà vita a internet, a software e applicazioni, ai pc e ai device come tablet e smartphone. Il modo per far avvicinare i bambini, gli insegnanti e i genitori e non solo, al pensiero computazionale effettuando il passaggio da un concetto di informatica vissuto come utente passivo al concetto di informatica vissuto come maker.

Mettere in grado i nativi digitali e gli adulti che li educano a vivere questa nuova epoca storica con più consapevolezza, questo l’obbiettivo. È un modo per non pensare alla cultura digitale come altro da sé.

È un modo per riappropriarci dell’apprendimento critico, tutti insieme e a qualsiasi età, perché è divertente e perché, cito un articolo di Coder Dojo Matera, “non è la formazione scolastica o formale. E’ un evento dal basso. Chi vuole partecipa.”.

0.1.2 – Storie rintracciabili in rete:
Xoff Conversazioni sul futuro 8 novembre 2015
App4Kids ne parlano su StartupItalia!
Anche il MIUR se ne occupa
@CoderBas per #GoOnBas

 


Fare o non fare: non c’è provare

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27 agosto 2012 ore 12.33. La foto è stata scattata per sbaglio mentre sistemavo la webcam. Montatura scura, faccia seria, trenta chili fa in meno. In quei giorni sapevo che stavo per perdere il mio lavoro e stavo cercando una strategia che mi permettesse di non perdere anche l’appartamento, l’automobile e il preziosissimo telefono. Dovevo mantenere una promessa oltre che l’autonomia.

Era circa un anno che possedevo il mio primo smartphone, ero convinta che fosse fondamentale per la mia vita: la possibilità di essere connessa con i miei amici vicini e lontani ovunque fossi, soprattutto durante le ore passate in ospedale o in casa di riposo; la possibilità di avere un navigatore satellitare sempre a portata di mano, perché ormai ero sempre da sola in auto, cento chilometri al giorno tutti i giorni e, se trovavo una deviazione improvvisa ai miei soliti percorsi, la sensazione di perdere il controllo era forte.

Sapere che potevo rispondere agli annunci di lavoro anche se non ero al pc.

Alcune parti della strategia non hanno funzionato, altre, invece, hanno funzionato meglio di quanto mi aspettassi: una di queste era essere pronta a reinventarmi per lavorare. Un anno dopo lavoravo facendo qualcosa che mi aveva terrorizzato tutta la vita: l’addetta alle casse in un supermercato. Arrivavo da molteplici esperienze in ufficio, spesso ho passato ore interminabili da sola, seduta a una scrivania. In cassa non sei mai sola: devi confrontarti continuamente con un pubblico e con i colleghi: è una eccezionale palestra per la comunicazione e per i comunicativi. Tornerei a farlo domani, se me lo permettessero.

L’altro pezzo di strategia fondamentale è stato mantenere e rafforzare la rete di amicizie: senza non avrei trovato lavoro presso il supermercato; senza la fiducia che mi è stata accordata e che non dimenticherò mai. Io, di contro, ho sempre cercato di dare quello che potevo, non avendo granché in termini materiali. Senza le mie amiche e i miei amici sarebbe stata una vita grama: l’opportunità di vedere il mondo da prospettive diverse, il piacere di cucinare pizze, melanzane alla parmigiana e bere litri di tè verde.

L’altro punto importante della strategia era essere consapevole che, per quanto mi sforzassi, le cose sarebbero cambiate. Sapevo che il cambiamento era in me e attorno a me. Sapevo che avrei fatto il possibile per mantenere la promessa finché il mondo non si fosse riassestato con uno scrollone per farmi voltare pagina.

L’automobile è sempre la stessa, lo smartphone è cambiato: con quello che ho adesso ci lavoro pure. Insomma, ogni tanto vi scrivo da lì. Lo uso anche per studiare Social Advertising. L’appartamento che si staglia oltre i confini della fotografia di allora è lontano nel tempo e nello spazio.

Adesso pubblico l’articolo e la foto, così posso riprendere a fare il Presente: ricerca di lavoro compresa. 😉


102 chili sull’anima, una recensione

C’è un tempo e un luogo per le antiche storie che narrano di draghi, demoni e streghe da affrontare, c’è un tempo e un luogo anche per il più grande antagonista che abbiamo: la nostra anima nera. C’è un tempo e un luogo che sono un Per Sempre e In Ogni Dove, per ascoltarle queste storie, per trarne esperienza, motivazioni e gioia.

La narrazione di un frammento della storia personale di Francesca Sanzo inizia quasi come una fiaba d’altri tempi: “Durante l’estate del 2013…”. Che riecheggia il caro vecchio C’era una volta, ma in un tempo ben definito, che ci aiuta nella percezione della realtà della storia. L’inizio di un mutamento sempre in divenire (perché a percorsi di evoluzione interiore ed esteriore non si può porre un termine) che continuerà a srotolarsi davanti agli occhi di ogni lettore che vorrà conoscerne i particolari, i modi e i tempi.

Sì, si parla di un dimagrimento, ma non è tutto qui e non sarebbe più semplice se fosse così: nelle antiche storie c’è un protagonista, un accadimento che spinge l’eroe in luoghi sconosciuti, una serie di ostacoli da superare che rendono l’eroe (e l’eroina, ovvio) di volta in volta più forte e lucido, un antagonista dai poteri mortali, un inevitabile obbiettivo da raggiungere che al termine della storia si rivela “altro da sé”.

Questo è ciò che accade in #102chili. E’ la prima volta che una donna vi narra del suo mutamento a quarant’anni? Questa è una storia per tutte le età e per ognuno di noi che vuole smettere di sentirsi solo fra le onde dei cambiamenti, che siano cercati oppure no. Francesca si rende conto che deve abbandonare il suo status di individuo in sovrappeso, l’ultimo segnale potrebbe essere un’osservazione sincera di sua figlia.  Ma quello che impariamo è che possiamo sempre darci una possibilità e che il coraggio si prende a piccoli passi che col tempo diventano grandi falcate e corse, corse veloci nel vento. Anche se sembra impossibile.

Abbiamo sempre trovato i modi per raccontarci la vita. E le antiche storie hanno rinnovato i linguaggi: grazie a un modo narrativo positivo, costruito pazientemente e con costanza attraverso il blog Panzallaria, Francesca Sanzo è arrivata donarci “102 chili sull’anima”. E’ scesa nel suo personale bosco oscuro, nel mare profondo che potrebbe risucchiare, ha aperto l’armadio degli spettri e ne è uscita trasfigurata.

“Mi auguro che queste pagine possano essere lette da persone che non solo desiderano cambiare il loro rapporto con il cibo, ma che più in generale sentono che il cambiamento è l’unico modo per andare avanti, per vivere bene e per vivere a lungo, nella lunghezza che è data a ogni vita.” E per avere sempre una buona storia da raccontare.

Francesca Sanzo “102 chili sull’anima” Giraldi Editore – anche in formato e-book nelle librerie e su Amazon
blog Panzallaria e sito professionale (Francesca è una digital coach, fa workshop e consulenza sulla comunicazione digitale)
Non ho l’autografo sul libro, ma ho la mia intervista recente. 😉

Francesca Sanzo

Francesca Sanzo


Al Bar Etna

Il Bar era, è, e auspico resti, quel luogo per riunirsi, stare insieme o soli, scambiare o ascoltare racconti, fatti, idee, informazioni, mentre si sorseggia un caffé o un drink

la Ciarla

a cura di Giovanni Pistolato

ilpagliarino

Che la luce sia con te ...il portfolio fotografico di Luca Pagliarino

IL BLOG DELLA GHIANDAIA IMITATRICE

Peeta: Tu mi ami, vero o falso? Katniss: Vero!!!

pe®izoma

Bisogna farsi Dio