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La Felicità INterna Lorda

Arriva un momento nel quale è necessario raccontare. Il tentativo è sempre quello di essere brevi e comprensibili, trasmettere il messaggio e le informazioni il più possibile, donare a chi legge l’opportunità di raccontare a sua volta e di agire.

Già tre frasi di una premessa che forse potevo risparmiarvi. Da qualche parte ho scritto e in qualche momento ho detto che la Felicità è impegnativa. Succede oggi, 3 dicembre 2016, che a Catania, durante il Festival della Felicità INterna Lorda, sono e siamo arrivati a un punto di non ritorno nel quale le energie messe in campo devono concretizzarsi in azioni.

Siamo in Sicilia, regione del mondo complessa, da sempre e per sempre crocevia di culture e istanze che si spingono oltre antiche abitudini, mentalità deleterie e pregiudizi. L’urgenza è quella di comunicare al meglio ciò che sta succedendo e ciò che vogliamo che accada. Mettervi e metterci tutti (o la maggior parte di noi) nelle condizioni di agire i cambiamenti profondi che stanno attraversando le società di tutto il mondo.

Ognuno di noi a suo modo, con e senza sovrastrutture intellettuali, si chiede almeno una volta nella vita: cosa posso fare? Non è una domanda filosofica, detto volgarmente; è una domanda che ha a che vedere con la vita pratica, spesso è autoreferenziale: cosa posso fare per vivere meglio? Cosa posso fare per far vivere meglio la mia famiglia? Cosa posso fare per far vivere meglio i miei amici, i miei concittadini?

Cosa possiamo fare, quando abbiamo voglia di fare qualcosa e siamo immersi in quella che Giovanni Verga chiamava la “fiumana della vita”? Girarci a guardare negli occhi chi ci è accanto, per incominciare.

Cosa vuol dire agire concretamente? Trasmettere pratiche, competenze, raccontare ciò che produciamo, compiere azioni che incidano sulla società in cui viviamo: fare. Dare il giusto nome alle cose, comprendere cosa è giusto. Non imporre, ma condividere. Le parole hanno un limite che passa dalla definizione, dal valore che gli diamo. Ma ciò che abbiamo nelle mani è reale. Sì, ci sono delle competenze che albergano nel campo dell’immateriale, allora potremmo provare a tradurre tutto questo in informazioni utili a tutti.

Tutto questo per dire che ci sono delle persone attorno a noi che non vedono l’ora di coinvolgervi. È vero che se si fa insieme, se si prova a fare qualcosa di nuovo, che viene percepito come diverso, forse rischioso, è più facile, più accessibile, più dirompente. Infine, fa meno paura il cambiamento, quando siamo in tanti ad agirlo.

Avete un bisogno, chiedete; avete un problema, parlatene. I problemi si possono rovesciare in bisogni, i bisogni possono essere soddisfatti cercando insieme i metodi da applicare.

Potrei raccontarvi progetti, invece vi invito a cercarli, conoscerli e farvi coinvolgere. È faticoso? Avete altro da fare? Siete sicuri che ciò che state cercando di fare non abbia la risposta in quello che vi ho scritto?

C’è un bambino in una stanza che dà su una scala, dove porta la scala? Noi siamo quel bambino?

 

“Use your heart, use your hands” (Gunter Pauli)
And use your brain 😉


Mappa e vinci con Guidabile a Siracusa

Non conoscete ancora Mappa e vinci con Guidabile? Vivete a Siracusa e vi piacerebbe partecipare a un gioco utile ed avere la possibilità di vincere dei premi interessanti? Mancano ancora dieci giorni al termine della gara. Basta iscriversi cliccando qui e iniziare a mappare i luoghi accessibili della città.

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Lo aveva promesso Valentina Amico, quando parlammo di Guidabile per Blog d’Innovazione: sarà un’app di tipo ludico esperienziale, un gioco utile, qualcosa di bello per la città di Siracusa e per tutte quelle che verranno coinvolte nel tempo. E qualcosa di bello anche per i cittadini di Siracusa, che abbiano o meno difficoltà motorie, per vivere tutti insieme senza barriere questi splendidi luoghi.

 

Ne ha fatta di strada Guidabile! Dopo aver vinto lo Startup Weekend di Catania l’anno precedente, sono una delle startup selezionate dal comune di Siracusa per il progetto Eureka 2.0 promosso dalla Fondazione Comunità Val di Noto. L’obbiettivo è sempre quello di accrescere la base dati dei luoghi accessibili attraverso la partecipazione attiva dei cittadini. Continua a leggere


Assistente in progettazione sociale: un corso, molteplici prospettive

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Avete mai sentito parlare di impresa sociale? E di progettazione e innovazione sociale? Se sì, e non siete stakeholder del settore, vi sarete sicuramente chiesti come sia possibile acquisire competenze in questi campi, forse avete un progetto nel cassetto, ma non avete abbastanza strumenti e conoscenze per affrontare il monolite dei fondi europei e Horizon 2020 vi sembra irraggiungibile. Oppure vorreste acquisire nuove competenze per risolvervi a rinnovare il vostro curriculum vitae, per dare una svolta diversa alla vostra vita lavorativa.

Dal 5 maggio al 10 giugno, presso la sede di Impact Hub Siracusa, si svolgerà la seconda edizione del corso di formazione professionale in Progettazione e Innovazione Sociale. Io ho partecipato alla prima edizione, fra gennaio e febbraio di quest’anno, ed è stato molto utile.

Uno dei futuri possibili e immediati nel mondo del lavoro è sicuramente fare impresa sociale e occuparsi di progettazione da questo punto di vista: l’Europa stessa sta già stanziando fondi in questo settore, con Horizon 2020 siamo già proiettati in una fase propositiva e di avviamento concreto di imprese low profit che mirano alla costituzione di nuove realtà che riescano a coniugare istanze economiche e sociali, appunto.

La mia esperienza di corsista è stata più che soddisfacente perché il corso è organizzato da esperti che vivono quotidianamente la realtà di imprese sociali, che fanno progettazione a livello europeo e locale, che si occupano di startup, di comunicazione, di fondi dedicati, che conoscono e praticano, insomma, i diversi aspetti che compongono il corso.

Soprattutto, durante il corso, ogni modulo di cui è composto prevede quelle che possiamo chiamare esercitazioni pratiche, ma che hanno il valore aggiunto di essere condotte all’interno di un ambiente e di un gruppo di lavoro per i quali un’esercitazione ha la reale possibilità di diventare “fare impresa sociale” applicata.

Questo può accadere perché vi saranno forniti tutti gli strumenti utili: dal business model canvas al quadro logico, passando per lo storytelling e le tecniche per fare un buon pitch, dalla guida ai fondi europei alle indicazioni fondamentali per districarsi in ambito economico. Senza dimenticare un’analisi approfondita di concetti quali l’innovazione di prodotto, di processo e di servizio oppure quella delle politiche sociali ed economiche.

Inoltre, un valore aggiunto da non dimenticare, è il mutuo scambio di competenze e informazioni che arriva dai partecipanti stessi a corsi di questo tipo. Siamo stati una bella classe, con personalità e un bagaglio di esperienze lavorative importanti e interessanti e credo che questa seconda edizione, sarà altrettanto densa di incontri, conoscenze e opportunità.

C’è molto da raccontare, ma non è possibile riassumere un corso di questo livello in un blog post. Il mio invito è a informarsi e passare a visitare gli ambienti accoglienti e stimolanti di Impact Hub presso i quali si svolgerà il corso. Chissà che non ci incontriamo 😉

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Coding 4 Avola

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È così è successo, il 20 aprile 2016 sono entrata nella classe I C della scuola media inferiore Elio Vittorini di Avola, accolta dal professor Francesco Munafò (matematica!) e abbiamo fatto coding analogico con il gioco Cody Roby.

Se per noi adulti, soprattutto quelli di noi avvezzi alla cultura digitale e all’informatica, può sembrare cosa insignificante, questa piccola esperienza condita di video sul pensiero computazionale, su Cody Roby, Scratch e Minecraft, ha entusiasmato tutta la classe ed è stato bellissimo vederli giocare e ragionare.

Una classe speciale, innanzitutto perché Francesco Munafò li fa giocare spesso a scacchi e dama (e infatti hanno spontaneamente confrontato questa loro esperienza con quella del coding che gli abbiamo presentato ieri), e poi, perché come tutte le classi, la loro individualità, le loro peculiarità, sono state le vere protagoniste dell’ora e mezza trascorsa insieme.

Devo ringraziarli questi ragazzi, perché portargli questo progetto sta aiutando me a comprendere molto e a imparare. Ho presentato e porterò la prossima settimana, Coding 4 Avola anche nella scuola primaria Caia, nelle classi 4 e 5 delle sezioni B e C e ho scoperto molte cose interessanti, almeno per me.

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I millennials conoscono e usano già Minecraft, fanno coding senza sapere davvero lo strumento che hanno tra le mani, ma quando gli raccontiamo che è un po’ come se facessero i programmatori informatici, gli occhi si illuminano. Questa esperienza è trasversale fra i generi, anche se ancora adesso, sono molti di più i maschi a dedicarsi a questi giochi e a questi interessi.

Voglio sottolineare che non è mia intenzione ridurre il coding e la diffusione consapevole del pensiero computazionale alla mera programmazione informatica: quando ho raccontato Coding 4 Avola agli animatori digitali e ai loro colleghi, ho sostenuto un concetto più complesso (passatemi la vanità).

In quest’ultimo anno, mi sono resa conto che il mondo del lavoro è sempre più esigente, richiede un mix di competenze e di culture che contemporaneamente settoriale, altamente professionale, ma anche trasversale: detto in parole povere, non si può più essere solo medici, solo architetti, solo programmatori, solo baristi, ma occorre conoscere i mondi accanto al nostro settore specifico di lavoro e sapersi affiancare a coloro che praticano la cultura digitale a tutto tondo.

Internet, il web e i social media, sono strumenti, la programmazione è uno strumento, dobbiamo conoscerli, il mondo al di fuori della scuola si sta evolvendo a rotta di collo e i giovanissimi hanno bisogno di essere preparati. Di contro, gli insegnanti e gli scolari sono già tanto bersagliati e carichi di lavoro. È vero che il mondo della scuola spesso fa fatica a stare al passo, ma è anche vero che l’impegno richiesto è già gravoso, mentre ogni istituto ha le sue problematiche da affrontare, fra queste: le difficoltà di alcuni studenti, la povertà di mezzi di alcune famiglie, i problemi specifici di alcune zone d’Italia.

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Una parte di questa storia l’ho già raccontata sulle pagine di questo blog: durante l’estate del 2015 ho iniziato a leggere articoli sul coding nelle scuole, poi ho incontrato Viviana Cannizzo di Impact Hub Siracusa e grazie a lei ho conosciuto il progetto di coding per le scuole e ho partecipato da spettatrice ad un evento di programmazione green con Arduino.

In quei mesi si parlava molto di digital champion e di quello che ognuno di noi, appassionati di cultura digitale in toto, avremmo potuto fare per diffondere buone pratiche fra i giovanissimi. Mi sono chiesta se nel cittadina in cui vivo si fossero già avviati progetti di coding e ho iniziato a parlarne e a chiedere in giro, finché non sono arrivata a presentare il mio piccolissimo progetto per le scuole di Avola all’assessore all’istruzione e allo sportello pedagogico.

Infine, ho conosciuto tre degli animatori digitali designati, perché nel frattempo era stato varato il Piano Nazionale Scuola Digitale dal MIUR e l’operazione digital champion si è in qualche modo conclusa (anche se le istanze lanciate da Riccardo Luna non si sono fermate). Clementina Amato, Francesco Munafò e Vincenzo Rossitto sono degli insegnanti splendidi, prima di tutto; grazie a loro ho conosciuto altri docenti delle scuole medie inferiori e delle scuole primarie che hanno accolto me e il mio piccolo progetto come se fosse un grande tesoro, ne parlerò la prossima settimana.

Cosa accadrà nei prossimi mesi dipende da molti fattori, nel frattempo, spero di migliorare il progetto e di coinvolgere in modo sempre più efficace i ragazzi e gli insegnanti.

Grazie! 🙂

Vi lascio con un articolo apparso su TechEconomy a marzo di quest’anno: lo considero una riflessione dura, ma utile.


Free Wheeling Tour: fare impresa favorendo il turismo accessibile

Siciliani e siracusani di ritorno da esperienze di vita e di lavoro all’estero o in altre regioni di Italia ne ho incontrati molti da quando ho iniziato a frequentare Impact Hub Siracusa. Sono persone che credono nelle potenzialità di questa terra e sono legate ad essa da un amore sincero e lucido. Conoscono pregi e difetti della Sicilia e per questo desiderano sviluppo sociale ed economico per questi luoghi così belli e ricchi di Storia e di storie.

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A volte, come tutti noi in ogni dove in Italia, ritornano all’isola con competenze professionali preziose, altre con idee e progetti nati dal confronto con diverse realtà nazionali e dall’analisi dei bisogni che in qualche modo non vengono soddisfatti.

Non voglio partire con la disamina distruttiva delle mancanze, ma sottolineare che andare incontro ai bisogni sul territorio in cui viviamo, può creare reale opportunità di fare impresa; quindi, fare rete con gli stakeholder esistenti, aggiunge valore e forza alle iniziative e ai progetti. Così stanno facendo i quattro fondatori di Free Wheeling Tour (Daniela Comella, Giusy Pitruzzello, Giovanni Lombardo e Andrea Parisi) una cooperativa di servizi di trasporto che vuole facilitare e sviluppare il turismo e la permanenza in Sicilia da parte di persone con diverse disabilità e dei loro amici e famigliari, a partire da coloro che si muovono con la sedia a rotelle.

Quella che segue è la gran bella chiacchierata fatta con Giovanni Lombardo e Andrea Parisi.

Buona lettura!

Giovanni: Il progetto nasce in modo spontaneo: Andrea da qualche tempo ha acquisito una licenza taxi su Siracusa e svolgendo il suo lavoro si è resto conto che c’erano delle esigenze, dei bisogni particolari che il nostro territorio non era preparato ad affrontare e soddisfare. Parlo di turisti che non possono prendere un mezzo di trasporto qualsiasi e non trovano facilmente personale e organizzazioni pronti a seguirli durante i loro spostamenti.

Io, invece, sono vissuto 28 anni fra l’Italia e l’estero, da undici anni vivevo e lavoravo in Inghilterra con tutta la mia famiglia, a un certo punto abbiamo sentito nascere il desiderio di tornare a vivere a Siracusa, accanto a parenti e amici. Perciò ci siamo dati una possibilità iniziando a ideare un progetto di impresa insieme ad Andrea e sua moglie Daniela, con i quali ci conosciamo sin da quando eravamo ragazzini.

Free Wheeling è nato così e non poteva che nascere qui in Italia, specialmente in Sicilia, luoghi in cui non esistono infrastrutture pubbliche che siano in grado di soddisfare i bisogni quotidiani di vita sociale e di totale accessibilità di coloro che vivono l’invalidità.

D: Quando ti sei trasferito fuori Siracusa quasi trent’anni fa com’era il sistema del welfare? Si respirava già un’aria diversa da quella che vivevamo in Italia?

G: In effetti il welfare e lo special need si stavano sviluppando da parecchio tempo. Attualmente esiste un sistema di nursery ben radicato dedicato agli anziani non autosufficienti grazie al quale le persone possono vivere nelle loro case, con i loro familiari, ma durante il giorno il comune di residenza offre loro un sistema di trasporto e dei centri di incontro in cui passare le giornate in maniera più attiva, ma dotati di assistenza medica. Questo è un esempio come tanti altri che potrei fare, ma che serve a comprendere che in questo momento nel nostro paese sono le iniziative di privati e associazioni che sopperiscono alla mancanza cronica di servizi diversificati.

Di contro, è vero che mancano servizi importanti per la vita della comunità, ma è anche vero che il nostro patrimonio culturale, le bellezze paesaggistiche e quella specifica qualità della vita tutta italiana, informale, con ritmi più consoni alla crescita di una famiglia, sono stati per mia moglie, per i miei figli e per me, i motivi per tornare qui a Siracusa e trovare un modo di permettere anche ad altri di godere pienamente di questi luoghi bellissimi.

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Veduta di Siracusa dalla parte di Ortigia – Courtesy of Agostino Sella

D: E, invece, Andrea, tu sei sempre stato qui a Siracusa?

Andrea: In realtà ho viaggiato molto per lavoro, anche all’estero, ma la mia famiglia ha sempre fatto base a Siracusa, quindi, nelle pause lavorative, sono sempre tornato a casa, pur mantenendo sempre il desiderio di un forte contatto con la strada e con il pubblico. A un certo punto ho deciso di prendere la licenza taxi per mettere insieme la mia passione per la guida al volante (ma non solo, devo confessare che sono anche un velista appassionato) con la necessità di non allontanarmi per lunghi periodi da Siracusa.

Durante le giornate in taxi vengo a contatto con tanti clienti diversi che mi portano le loro storie, le belle esperienze che fanno nello nostra città e anche i problemi come quello di spostarsi nel siracusano e nel ragusano in assenza di mezzi pubblici o di agenzie di trasporto organizzate. Spesso, durante la bella stagione, ho scoperto che il turismo su Siracusa è molto vario, ci sono persone, anche su sedia a rotelle oppure sorde o non vedenti, che vengono da queste parti per fare sport, non solo per godersi le bellezze del paesaggio o la buona cucina. Tanto che abbiamo pensato di sviluppare diversi pacchetti di servizi dedicati alle varie tipologie di utenti.

Devi tenere conto che la clientela, cosiddetta disabile, a cui ci rivolgiamo, è molto dinamica, abituata a spostarsi, a viaggiare. Sono persone già organizzate, che girano il mondo e che vengono qui a Siracusa nonostante le grandissime difficoltà. Ma vorremmo che anche coloro che non hanno mai preso in considerazione l’idea di venire in Sicilia, sappiano che possiamo fornirgli tutto il supporto logistico di cui hanno bisogno.

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Portare il coding nella mia città n°2

2.0 Oggi sono tornata a scuola. Ormai lo faccio sempre più spesso. È dal 9 dicembre 2015 che non ne scrivo, nel frattempo ho iniziato a parlarne concretamente, a incontrare persone coinvolte, a comprendere i limiti e le opportunità. Qualcuno ne sa più di me, altri mi hanno chiesto di raccontare loro il quadro della situazione. Perché Avola non è una cittadina sempre ricca e spensierata e realizzare progetti che aiutino i ragazzini e le ragazzine di oggi a crearsi nuove opportunità, non è uno scherzo.

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Inoltre, come ho appreso dai miei giretti nelle scuole, i problemi da affrontare sono tanti e tanti i ritardi nel rispondere alle iniziative lanciate dal MIUR; questo non accade per mancanza di volontà, come si potrebbe pensare, ma perché le scuole non sono entità a se stanti, sganciate dal luogo in cui sussistono. Ogni cittadina d’Italia ha le sue problematiche locali e sovente la povertà di mezzi delle famiglie e, quindi, la necessità di rispondere a bisogni basilari, la fanno da padroni. Eppure nelle scuole di Avola mi hanno aperto le porte e dato la disponibilità a costruire qualcosa che dia una prospettiva futura.

Se c’è un luogo fisico in cui convergono i problemi che colpiscono la nostra società e le soluzioni possibili, questo è proprio la Scuola; perché, nonostante i ritardi, le politiche europee sottoscritte dal Governo e, soprattutto, la naturale capacità della Scuola di fare da collettore sociale essendo molti gli attori in causa (bambini, docenti, genitori etc), sono i punti di forza di ogni comunità.

Perciò, come sempre, come parlare di cultura digitale a un neofita? Cosa può fare il sistema Scuola in Italia e ad Avola e perché?

2.1 Partiamo da un assunto: la digitalizzazione della cultura è iniziata un bel po’ di anni fa in tutto il mondo ed è andata di pari passo con la diffusione di un approccio sempre più scientifico alla formazione scolastica. Quando scrivo il termine “scientifico”, lo intendo in modo esteso, relativamente a metodi e forma mentale che, in ogni caso, non prescindono da una cultura umanistica, ma offrono gli strumenti per rendere più intellegibili saperi, competenze, mass media, social media e così via.

Volendo collocare l’avvento della digitalizzazione in un periodo preciso, il momento è stato quando gruppi di studenti e imprenditori statunitensi hanno iniziato a lavorare al concetto di computer personale ovvero alla possibilità di rimpicciolire le dimensioni dei calcolatori per farli arrivare in tutte le case del mondo.

Certo, i primi siamo stati noi italiani con la Programma 101 della Olivetti, ma erano gli anni Sessanta e in Italia i visionari non erano ben visti, gli obbiettivi erano altri: industrializzazione a manetta, prima di tutto, quindi metterci al passo con gli americani e far arrivare le lavatrici, gli aspirapolvere e il televisore in tutte le case. Eravamo indietro di circa vent’anni, del resto.

2.1.1 Qui in Italia stiamo pensando di preparare i nostri bambini ad una società e a un mondo del lavoro che non sono il futuro, non stanno succedendo adesso, ma sono già successi. Siamo comunque in ritardo. Questa considerazione suona grave, ma non è possibile mettersi le mani nei capelli e fermarsi. Il divario, è iniziato a farsi consistente circa trent’anni fa ovvero negli anni Ottanta. Con questo non voglio dire che in Italia non ci siano persone molto preparate, ma non bastano. Ma soprattutto, è il mondo della piccola e media impresa, con le dovute eccezioni, che non è pronto ad aver a che fare con queste competenze complesse e poco settoriali.

Quello che è successo fino agli inizi degli anni Duemila è che molte persone nel mondo si sono specializzate in alcuni campi che noi chiamiamo genericamente “informatico” e “scientifico” e i progressi in campo tecnologico sono dovuti anche al lavoro di queste persone e al fatto che hanno saputo sfruttare tutti gli strumenti che avevano a disposizione per condividere informazioni e competenze.

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Buon 2016! Nuovo, elettrico e sostenibile.

Ci ho pensato un tot, ecco. Non sono una sentimentale, ma mi sembrava doveroso e simpatico scrivere un articolo che fosse un saluto e buon augurio per l’anno che sta arrivando.

Ho deciso di riacchiappare i fili (elettrici) di due progetti che si stanno realizzando a nord e a sud della nostra Italia e che riuniscono in un grande elettrizzante abbraccio il nostro paese. Proprio perché mi piace raccontare di suggestioni e progetti, di storie di innovazione tecnologica e culturale che abbiano una visione di sostenibilità per l’ambiente e per le nostre vite anche dal punto di vista sociale ed economico.

È con grande piacere che ho nuovamente intervistato Enzo di Bella e Valerio Vannucci, rispettivamente referenti, Enzo per Archimede Solar Car, l’autovettura low cost alimentata da pannelli fotovoltaici costruita a Siracusa, in Sicilia, e Valerio per iaiaGi, il kit e piattaforma di sviluppo open source per la conversione delle auto dal motore a scoppio al motore elettrico, che si sta sviluppando in Emilia Romagna, in quel di Modena.

Il lavoro che questi due team stanno facendo è entusiasmante. A me piacciono entrambi e vorrei vederli realizzati proprio perché intervengono nello stesso settore, ma partono da due regioni del nostro paese che hanno, in questo momento storico, le stesse ambizioni, ma un passato e un presente di supporto alle imprese innovative differente.

Prima di lasciare la parola a Enzo e Valerio, chiedo venia, ma per problemi di spazio ragionevole, non ho inserito tutto il materiale messo a disposizione da entrambi.

Archimede Solar Car dell’associazione Futuro Solare Onlus (ne avevo parlato qui)

D: Enzo raccontaci cose è successo subito dopo che avete raggiunto il goal dei 15 mila euro nella campagna di crowdfunding su Kickstarter.
Enzo Di Bella: C’è stato un costante aumento di interesse da parte di tutti, tanto che la rivista Photon ci ha onorato di uno splendido articolo scientifico pubblicato proprio nel mese di dicembre. Inoltre, il team si è riunito per fare il punto della situazione.
Innanzitutto vogliamo farvi sapere che abbiamo intenzione di rinnovare il concept di Archimede per passare alla fase 2.0 del progetto; questa fase è ancora a livello embrionale, ma l’obbiettivo è rendere il design dell’autovettura più accattivante, permanendo le finalità di progettazione e realizzazione low cost e sostenibili, che sono il nostro marchio.
Archimede 2.0 potrebbe avere un aspetto ispirato alle linee della Spider oppure a quelle di un’auto più piccola, comoda e, soprattutto a due posti.
Quello che stiamo discutendo in questo momento sono le linee guida e l’idea è quella di essere pronti nello spazio di due anni per portare l’auto al concorso australiano per le vetture elettriche sperimentali.

D: Quali sono gli obbiettivi più immediati?
R: Portare Archimede al concorso che si terrà in Belgio a settembre 2016 e, prima ancora, riuscire a fare una serie di dimostrazioni pratiche su strada con la versione 1.0. Per ottenere questo risultato stiamo preparando una domanda da inoltrare al Ministero dei Trasporti che ci permetterà di avere una targa speciale e la possibilità di circolare su strada e organizzare un giro della Sicilia oppure un tour Siracusa – Palermo.

D: Collaborazioni e partnership, invece, a che punto sono?
R: Abbiamo intenzione di coinvolgere altre associazioni che possano aiutarci a migliorare le qualità di Archimede, stiamo cercando attivamente startup o società che basano il loro lavoro sui concetti di riciclo e recupero dei materiali e che facciano ricerca su materiali plastici derivanti da scarti di prodotti di natura ortofrutticola.
Inoltre, abbiamo deciso di privilegiare aziende produttrici che facciano ricerca e sperimentazione all’interno dell’area UE, in questo momento stiamo cercando un produttore di batterie che sia disposto a personalizzare i suoi prodotti. Le aziende interessate ad aiutarci con Archimede sono molte anche a livello extraeuropeo, ma poiché il nostro progetto vuole essere economicamente sostenibile, non possiamo sempre accogliere aiuti basati su standard e grandi numeri; Archimede è un’opportunità di fare ricerca e innovazione tecnologica e le soluzioni esistenti non fanno sempre al caso nostro, piuttosto una loro qualità dovrebbe essere la possibilità di modificarle ad hoc.

D: A che punto sono effettivamente le soluzioni tecnologiche di Archimede?
R: Adesso come adesso i dati sono pochi per avviare una sperimentazione di tipo scientifico: ci servono informazioni sistematiche sull’efficienza energetica, la tenuta meccanica e l’affidabilità delle parti utilizzate. Queste informazioni le otterremo da qui ad aprile, quindi, avremo i dati per capire quali sono le parti del veicolo da migliorare e quali hanno già le giuste qualità.
Archimede è un vero e proprio laboratorio viaggiante i cui risultati potranno avere ricadute utili su altre vetture e anche altre apparecchiature .

D: La comunicazione del progetto invece come procede?
R: Posso anticiparti che, in collaborazione con il professor Rosario Lanzafame dell’Università di Catania, stiamo organizzando un convegno in cui parleremo di problematiche relative alla mobilità sostenibile da un punto di vista ingegneristico e che abbiamo stipulato degli accordi con gli istituti scolastici (terze medie e licei) del comprensorio di Siracusa per raccontare a ragazzi, insegnanti e genitori il bello della possibilità di muoversi senza usare energia prodotta da combustibili fossili.

Per chi volesse approfondire:
il sito di Futuro Solare
Photon è una rivista mensile dedicata al mondo del fotovoltaico ed è reperibile abbonandosi attraverso il sito Photon.info

 

iaiaGi – Automotive Idea for an Advanced Galileo Ferraris finding Implementation (ne avevo parlato qui)

Domanda: Ciao Valerio, per favore, raccontaci cosa è cambiato dal mese di maggio 2015 in cui tu e Alberto mi avete raccontato il progetto iaiaGi.
Valerio Vannucci: Partendo dalla prima call for makers abbiamo impiegato circa tre mesi per formare e informare le persone che si sono aggregate attorno al nostro progetto. Il periodo da maggio ad agosto, inoltre, è servito anche a me e ad Alberto per trovare il nostro modo di gestire le interazioni fra di noi, anche perché d’un tratto ci siamo ritrovati in venti a doverci confrontare e non è sempre stato facile.
All’interno del progetto sono confluite anche due realtà organizzate: un’azienda che aveva già progettato un kit di conversione, la Evotek Engineering, e un ecovillaggio, che si chiama Tempo di Vivere e si trova a Marano sul Panaro, in provincia di Modena.

D: Quali novità hanno portato Evotek e Tempo di Vivere?
R: L’incontro con Evotek ha prodotto un confronto tecnico che ci ha aiutato ad affinare il progetto. Con Tempo di Vivere, invece,  abbiamo definito meglio la comunicazione verso l’esterno e la gestione delle diverse personalità all’interno del gruppo, inserendo di fatto un nuovo fattore all’interno di iaiaGi: un nuovo concetto per gestire le dinamiche di gruppo. E questa cosa la stiamo documentando come tutti i processi che si sono avviati per la realizzazione del kit di conversione. Il counselor dell’ecovillaggio interviene ogni volta che ci sono dei conflitti da risolvere, rendendoci possibile il prendere decisioni all’unanimità. Affinché l’economia solidale si esplichi non solo a livello commerciale, ma anche nei rapporti interpersonali.

D: Che tipo di azioni hanno prodotto queste partnership e i nuovi ingressi nel gruppo?
R: Abbiamo partecipato al Climate Launchpad 2015 competition, un concorso europeo che coinvolge 28 stati e consiste nel proporre idee di tipo tecnologico che prediligono un impatto sostenibile sull’ambiente, ma non siamo riusciti a classificarci per arrivare ad Amsterdam che è sede della competizione internazionale. A settembre, invece, abbiamo partecipato al festival EcoFuturo 2015  evento che si svolge presso la Libera Università di Alcatraz portando la nostra storia ad una tavola rotonda sulla mobilità sostenibile e partecipando a un seminario sul nostro progetto.
Entrambe le esperienze sono state utili per comprendere che il nostro percorso è molto distante come filosofia rispetto al percorso che fanno normalmente imprese come le startup.
L’idea iniziale era quella di realizzare un prototipo, fare una dimostrazione pubblica di stampo makers, dopodiché avviare una campagna di crowdfunding che ci permettesse di concretizzare il prototipo in un prodotto replicabile. Perciò siamo tornati a concentrarci sulla costruzione del prototipo del kit.

D: Di cosa avete bisogno per realizzare il prototipo, quali sono le difficoltà?R: Il primo problema, conti alla mano, è che avevamo le informazioni tecniche, ma ci mancava il materiale: l’autovettura da modificare e la componentistica elettronica e meccanica per la conversione.
Quindi ci siamo autofinanziati e, anche con l’aiuto di qualche follower della newsletter, abbiamo comprato una Ford Fiesta che adesso è in garage in attesa dei test di gennaio.
Il progetto ha subito un’accelerazione in seguito all’acquisto dell’auto perché chi ci seguiva ha compreso che facciamo sul serio e che si poteva iniziare a parlare di questioni pratiche.

D: Ci sono state ricadute positive?
R: Sono arrivati i primi riscontri da parte di alcune aziende del territorio emiliano. Una di queste società ci aiuterà a testare e a mettere a punto l’elettronica di bordo e l’alimentazione perché possiedono il know how per interfacciarsi con le centraline preesistenti sulle autovetture. Di fatto dovremo costruire un simulatore del motore a scoppio e questa azienda porterà la sua strumentazione per capire come dialogano fra di loro e con i sensori del motore, le centraline presenti sul veicolo.
I test di gennaio ci daranno la possibilità di stabilire una procedura che permetterà di convertire qualsiasi veicolo e sarà integrata all’interno della documentazione del kit.
Il kit di conversione, infatti, è stato concepito come il kit di Arduino: il più aperto possibile.
Altre due aziende partner sono la B.Engineering che ci fornirà i locali per effettuare le attività di conversione, e la Nuova Ferrari e Zagni che si occupa di rigenerazione dei motori a scoppio dal 1959 e che, già quattro anni fa, aveva deciso di dedicarsi al settore elettrico; quest’ultima si è offerta di finanziare parte del progetto.

D: Sembra che l’Emilia Romagna si confermi sempre terra fertile per l’innovazione.
R: La verità è che l’Emilia Romagna è l’unica regione di Italia che ha varato la prima legge regionale che tutela l’economia solidale e tutti coloro che se ne facciano promotori.
A partire dal team di makers che si è creato attorno a iaiaGi, proseguendo con le collaborazioni con cinque aziende, la partnership dell’ecovillaggio e questa legge regionale che tutela progetti come il nostro, ci sentiamo pienamente appoggiati. Tanto che, non per ultimo,  siamo venuti a contatto con il Distretto di Economia Eco Solidale di Modena che è un organismo di coordinamento nato grazie a questa legge regionale, che ha come scopo di raccogliere tutti coloro che operano in realtà come la nostra. Il Coordinamento Regionale per l’Economia Solidale ci ha chiesto di collaborare alle sue attività perché, al momento, siamo l’unico progetto con risvolti tecnologici in ambito bio-economico.
In sostanza questi sette mesi ci hanno portato a consolidare il gruppo e a stabilire un rapporto con il territorio in cui operiamo, fattori determinanti a stabilire il successo di questo progetto.

D: Quali sono le tappe successive ai test di gennaio?
R: Ultimare il prototipo entro la fine di marzo 2016; una serie di eventi pubblici a partire da aprile in seguito a un collaudo dell’auto grazie all’uso di una targa di prova.
Entro giugno vorremmo far partire la campagna di crowdfunding per costruire il nostro primo kit. Anche se il kit è uno strumento, ciò che davvero conta per noi è la piattaforma di sviluppo, qualcosa su cui altre persone, anche insieme a noi, avranno la possibilità di realizzare tecnologie ancora più innovative e sostenibili.

Per qualsiasi approfondimento iaiagi.com

 

[L’immagine di copertina è una rielaborazione di una foto del sole presente sul sito della Nasa]

 


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