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Buon 2016! Nuovo, elettrico e sostenibile.

Ci ho pensato un tot, ecco. Non sono una sentimentale, ma mi sembrava doveroso e simpatico scrivere un articolo che fosse un saluto e buon augurio per l’anno che sta arrivando.

Ho deciso di riacchiappare i fili (elettrici) di due progetti che si stanno realizzando a nord e a sud della nostra Italia e che riuniscono in un grande elettrizzante abbraccio il nostro paese. Proprio perché mi piace raccontare di suggestioni e progetti, di storie di innovazione tecnologica e culturale che abbiano una visione di sostenibilità per l’ambiente e per le nostre vite anche dal punto di vista sociale ed economico.

È con grande piacere che ho nuovamente intervistato Enzo di Bella e Valerio Vannucci, rispettivamente referenti, Enzo per Archimede Solar Car, l’autovettura low cost alimentata da pannelli fotovoltaici costruita a Siracusa, in Sicilia, e Valerio per iaiaGi, il kit e piattaforma di sviluppo open source per la conversione delle auto dal motore a scoppio al motore elettrico, che si sta sviluppando in Emilia Romagna, in quel di Modena.

Il lavoro che questi due team stanno facendo è entusiasmante. A me piacciono entrambi e vorrei vederli realizzati proprio perché intervengono nello stesso settore, ma partono da due regioni del nostro paese che hanno, in questo momento storico, le stesse ambizioni, ma un passato e un presente di supporto alle imprese innovative differente.

Prima di lasciare la parola a Enzo e Valerio, chiedo venia, ma per problemi di spazio ragionevole, non ho inserito tutto il materiale messo a disposizione da entrambi.

Archimede Solar Car dell’associazione Futuro Solare Onlus (ne avevo parlato qui)

D: Enzo raccontaci cose è successo subito dopo che avete raggiunto il goal dei 15 mila euro nella campagna di crowdfunding su Kickstarter.
Enzo Di Bella: C’è stato un costante aumento di interesse da parte di tutti, tanto che la rivista Photon ci ha onorato di uno splendido articolo scientifico pubblicato proprio nel mese di dicembre. Inoltre, il team si è riunito per fare il punto della situazione.
Innanzitutto vogliamo farvi sapere che abbiamo intenzione di rinnovare il concept di Archimede per passare alla fase 2.0 del progetto; questa fase è ancora a livello embrionale, ma l’obbiettivo è rendere il design dell’autovettura più accattivante, permanendo le finalità di progettazione e realizzazione low cost e sostenibili, che sono il nostro marchio.
Archimede 2.0 potrebbe avere un aspetto ispirato alle linee della Spider oppure a quelle di un’auto più piccola, comoda e, soprattutto a due posti.
Quello che stiamo discutendo in questo momento sono le linee guida e l’idea è quella di essere pronti nello spazio di due anni per portare l’auto al concorso australiano per le vetture elettriche sperimentali.

D: Quali sono gli obbiettivi più immediati?
R: Portare Archimede al concorso che si terrà in Belgio a settembre 2016 e, prima ancora, riuscire a fare una serie di dimostrazioni pratiche su strada con la versione 1.0. Per ottenere questo risultato stiamo preparando una domanda da inoltrare al Ministero dei Trasporti che ci permetterà di avere una targa speciale e la possibilità di circolare su strada e organizzare un giro della Sicilia oppure un tour Siracusa – Palermo.

D: Collaborazioni e partnership, invece, a che punto sono?
R: Abbiamo intenzione di coinvolgere altre associazioni che possano aiutarci a migliorare le qualità di Archimede, stiamo cercando attivamente startup o società che basano il loro lavoro sui concetti di riciclo e recupero dei materiali e che facciano ricerca su materiali plastici derivanti da scarti di prodotti di natura ortofrutticola.
Inoltre, abbiamo deciso di privilegiare aziende produttrici che facciano ricerca e sperimentazione all’interno dell’area UE, in questo momento stiamo cercando un produttore di batterie che sia disposto a personalizzare i suoi prodotti. Le aziende interessate ad aiutarci con Archimede sono molte anche a livello extraeuropeo, ma poiché il nostro progetto vuole essere economicamente sostenibile, non possiamo sempre accogliere aiuti basati su standard e grandi numeri; Archimede è un’opportunità di fare ricerca e innovazione tecnologica e le soluzioni esistenti non fanno sempre al caso nostro, piuttosto una loro qualità dovrebbe essere la possibilità di modificarle ad hoc.

D: A che punto sono effettivamente le soluzioni tecnologiche di Archimede?
R: Adesso come adesso i dati sono pochi per avviare una sperimentazione di tipo scientifico: ci servono informazioni sistematiche sull’efficienza energetica, la tenuta meccanica e l’affidabilità delle parti utilizzate. Queste informazioni le otterremo da qui ad aprile, quindi, avremo i dati per capire quali sono le parti del veicolo da migliorare e quali hanno già le giuste qualità.
Archimede è un vero e proprio laboratorio viaggiante i cui risultati potranno avere ricadute utili su altre vetture e anche altre apparecchiature .

D: La comunicazione del progetto invece come procede?
R: Posso anticiparti che, in collaborazione con il professor Rosario Lanzafame dell’Università di Catania, stiamo organizzando un convegno in cui parleremo di problematiche relative alla mobilità sostenibile da un punto di vista ingegneristico e che abbiamo stipulato degli accordi con gli istituti scolastici (terze medie e licei) del comprensorio di Siracusa per raccontare a ragazzi, insegnanti e genitori il bello della possibilità di muoversi senza usare energia prodotta da combustibili fossili.

Per chi volesse approfondire:
il sito di Futuro Solare
Photon è una rivista mensile dedicata al mondo del fotovoltaico ed è reperibile abbonandosi attraverso il sito Photon.info

 

iaiaGi – Automotive Idea for an Advanced Galileo Ferraris finding Implementation (ne avevo parlato qui)

Domanda: Ciao Valerio, per favore, raccontaci cosa è cambiato dal mese di maggio 2015 in cui tu e Alberto mi avete raccontato il progetto iaiaGi.
Valerio Vannucci: Partendo dalla prima call for makers abbiamo impiegato circa tre mesi per formare e informare le persone che si sono aggregate attorno al nostro progetto. Il periodo da maggio ad agosto, inoltre, è servito anche a me e ad Alberto per trovare il nostro modo di gestire le interazioni fra di noi, anche perché d’un tratto ci siamo ritrovati in venti a doverci confrontare e non è sempre stato facile.
All’interno del progetto sono confluite anche due realtà organizzate: un’azienda che aveva già progettato un kit di conversione, la Evotek Engineering, e un ecovillaggio, che si chiama Tempo di Vivere e si trova a Marano sul Panaro, in provincia di Modena.

D: Quali novità hanno portato Evotek e Tempo di Vivere?
R: L’incontro con Evotek ha prodotto un confronto tecnico che ci ha aiutato ad affinare il progetto. Con Tempo di Vivere, invece,  abbiamo definito meglio la comunicazione verso l’esterno e la gestione delle diverse personalità all’interno del gruppo, inserendo di fatto un nuovo fattore all’interno di iaiaGi: un nuovo concetto per gestire le dinamiche di gruppo. E questa cosa la stiamo documentando come tutti i processi che si sono avviati per la realizzazione del kit di conversione. Il counselor dell’ecovillaggio interviene ogni volta che ci sono dei conflitti da risolvere, rendendoci possibile il prendere decisioni all’unanimità. Affinché l’economia solidale si esplichi non solo a livello commerciale, ma anche nei rapporti interpersonali.

D: Che tipo di azioni hanno prodotto queste partnership e i nuovi ingressi nel gruppo?
R: Abbiamo partecipato al Climate Launchpad 2015 competition, un concorso europeo che coinvolge 28 stati e consiste nel proporre idee di tipo tecnologico che prediligono un impatto sostenibile sull’ambiente, ma non siamo riusciti a classificarci per arrivare ad Amsterdam che è sede della competizione internazionale. A settembre, invece, abbiamo partecipato al festival EcoFuturo 2015  evento che si svolge presso la Libera Università di Alcatraz portando la nostra storia ad una tavola rotonda sulla mobilità sostenibile e partecipando a un seminario sul nostro progetto.
Entrambe le esperienze sono state utili per comprendere che il nostro percorso è molto distante come filosofia rispetto al percorso che fanno normalmente imprese come le startup.
L’idea iniziale era quella di realizzare un prototipo, fare una dimostrazione pubblica di stampo makers, dopodiché avviare una campagna di crowdfunding che ci permettesse di concretizzare il prototipo in un prodotto replicabile. Perciò siamo tornati a concentrarci sulla costruzione del prototipo del kit.

D: Di cosa avete bisogno per realizzare il prototipo, quali sono le difficoltà?R: Il primo problema, conti alla mano, è che avevamo le informazioni tecniche, ma ci mancava il materiale: l’autovettura da modificare e la componentistica elettronica e meccanica per la conversione.
Quindi ci siamo autofinanziati e, anche con l’aiuto di qualche follower della newsletter, abbiamo comprato una Ford Fiesta che adesso è in garage in attesa dei test di gennaio.
Il progetto ha subito un’accelerazione in seguito all’acquisto dell’auto perché chi ci seguiva ha compreso che facciamo sul serio e che si poteva iniziare a parlare di questioni pratiche.

D: Ci sono state ricadute positive?
R: Sono arrivati i primi riscontri da parte di alcune aziende del territorio emiliano. Una di queste società ci aiuterà a testare e a mettere a punto l’elettronica di bordo e l’alimentazione perché possiedono il know how per interfacciarsi con le centraline preesistenti sulle autovetture. Di fatto dovremo costruire un simulatore del motore a scoppio e questa azienda porterà la sua strumentazione per capire come dialogano fra di loro e con i sensori del motore, le centraline presenti sul veicolo.
I test di gennaio ci daranno la possibilità di stabilire una procedura che permetterà di convertire qualsiasi veicolo e sarà integrata all’interno della documentazione del kit.
Il kit di conversione, infatti, è stato concepito come il kit di Arduino: il più aperto possibile.
Altre due aziende partner sono la B.Engineering che ci fornirà i locali per effettuare le attività di conversione, e la Nuova Ferrari e Zagni che si occupa di rigenerazione dei motori a scoppio dal 1959 e che, già quattro anni fa, aveva deciso di dedicarsi al settore elettrico; quest’ultima si è offerta di finanziare parte del progetto.

D: Sembra che l’Emilia Romagna si confermi sempre terra fertile per l’innovazione.
R: La verità è che l’Emilia Romagna è l’unica regione di Italia che ha varato la prima legge regionale che tutela l’economia solidale e tutti coloro che se ne facciano promotori.
A partire dal team di makers che si è creato attorno a iaiaGi, proseguendo con le collaborazioni con cinque aziende, la partnership dell’ecovillaggio e questa legge regionale che tutela progetti come il nostro, ci sentiamo pienamente appoggiati. Tanto che, non per ultimo,  siamo venuti a contatto con il Distretto di Economia Eco Solidale di Modena che è un organismo di coordinamento nato grazie a questa legge regionale, che ha come scopo di raccogliere tutti coloro che operano in realtà come la nostra. Il Coordinamento Regionale per l’Economia Solidale ci ha chiesto di collaborare alle sue attività perché, al momento, siamo l’unico progetto con risvolti tecnologici in ambito bio-economico.
In sostanza questi sette mesi ci hanno portato a consolidare il gruppo e a stabilire un rapporto con il territorio in cui operiamo, fattori determinanti a stabilire il successo di questo progetto.

D: Quali sono le tappe successive ai test di gennaio?
R: Ultimare il prototipo entro la fine di marzo 2016; una serie di eventi pubblici a partire da aprile in seguito a un collaudo dell’auto grazie all’uso di una targa di prova.
Entro giugno vorremmo far partire la campagna di crowdfunding per costruire il nostro primo kit. Anche se il kit è uno strumento, ciò che davvero conta per noi è la piattaforma di sviluppo, qualcosa su cui altre persone, anche insieme a noi, avranno la possibilità di realizzare tecnologie ancora più innovative e sostenibili.

Per qualsiasi approfondimento iaiagi.com

 

[L’immagine di copertina è una rielaborazione di una foto del sole presente sul sito della Nasa]

 


Una conversazione con il digital champion Francesco @piersoft Paolicelli

Xoff Comunicare sul Futuro - 8 novembre 2015

Xoff Comunicare sul Futuro – 8 novembre 2015

Descrivere una persona come Francesco @piersoft Paolicelli è un compito arduo, sul suo profilo Facebook si definisce webmaster, ha studiato ingegneria presso il Politecnico di Bari, ha fatto parte della task force per l’agenda digitale in Basilicata, è un digital champion fra i più conosciuti, attivi e propositivi in Italia, vive fra Lecce e Matera, promuove CoderDojo come quello di ottobre 2014 a Matera che ha accolto ben mille ragazzi nell’evento di coding più grande che sia mai stato organizzato e si occupa quotidianamente di open data. 

Questo lungo elenco non è un’elegia, ma la mia speranzosa introduzione alla vulcanica conversazione telefonica che abbiamo sostenuto lunedì 9 novembre, mentre Francesco era in viaggio e io sotto il portico di casa a prendere aria perché dove vivo la ricezione della rete cellulare è pessima. Ne è valsa la pena. Se compito di un digital champion è essere fonte di ispirazione e innescare interesse e partecipazione e voi volete comprendere il presente e il futuro della cultura digitale in Italia, non dovete far altro che leggere ciò che segue. Buona lettura a tutti. 

Domanda: Francesco, quando ho iniziato a seguirti, ho dovuto subito cogliere i molteplici inviti a usare Telegram per sfruttare gli open data. Ma sinceramente non ho ancora afferrato correttamente cosa siano i bot e la differenza fra gli open data e OpenStreetMap. Ce la spiegheresti? Sono sicura che capire come funzionano queste informazioni su Telegram ci può dare la possibilità di usarle al meglio.

Risposta: I bot di Telegram possono poggiare sugli open data, che possono essere governativi, oppure su OpenStreetMap che è un sistema di geolocalizzazione aperto che funziona con lo stesso principio di Wikipedia: ogni utente può accedervi e aggiungere o modificare, migliorandole, le informazioni sul luogo in cui si trova qualsiasi esso sia: un museo, un ristorante, un albergo. OpenStreetMap è un esempio di opendata comunitario. Altra cosa è usare gli open data attraverso i bot di Telegram, per esempio rendendo la fruizione di questi dati facile per i non addetti ai lavori. Devi pensare che ci sono database infiniti, per esempio dei beni confiscati alla mafia oltre che dei musei, delle aree archeologiche, dei treni e dei mezzi pubblici e il governo italiano in questi mesi ne ha resi pubblici e accessibili molti. Questa è una cosa importante, perché tutti possono accedere a questi dati e usarli per condividerli, creare app, fare impresa. Il mio obbiettivo è arrivare a più persone possibile, diffondere il concetto di open data  e offrire a tutti la possibilità di usarli per la loro vita quotidiana. 

Fare divulgazione e divulgare l’uso di questi strumenti è la mia missione; il detto latino “communica te ipsum” non significa altro che “condividi te stesso” ed è il valore aggiunto di quest’epoca in cui il mondo (anche del digitale) sta pervadendo tutta la società e in cui non ho più bisogno di insegnanti che mi infondano nozioni dall’alto, ma di persone con competenze diverse che sappiano condividerle e contaminarsi a vicenda.

È per questo motivo per esempio, che considero il coding un aspetto fondamentale di un nuovo modo di fare scuola: la programmazione è un approccio attivo alla tecnologia e un approccio orizzontale alla conoscenza. Un cambiamento di mentalità che dobbiamo attuare adesso che stiamo conoscendo le prime generazioni di millennials, di nativi digitali che la tecnologia non devono subirla, ma esserne parte attiva. Ovviamente questo passo possono e devono farlo anche i genitori, noi che siamo nati in un universo analogico, anche noi non dovremmo subire le nuove tecnologie, ma farle nostre, per comprenderle e usarle in maniera critica e trasmettere questo concetto ai nostri figli.

Gli open data, come dicevo, sono uno dei modi per arrivare a questo approccio aperto e orizzontale. Bisogna ricordarsi che l’origine stessa di Internet, del world wide web, cioè Arpanet, era la piattaforma attraverso cui gli scienziati di tutto il mondo condividevano i risultati delle loro ricerche per confrontarsi e trovare soluzioni comuni. Il principio di Arpanet era anche volto ad un risparmio a livello economico: la condivisione dei dati produce anche questo bel risultato. Si risparmiano tempo e denaro fruendo liberamente dei risultati ottenuti da altri, invece che ripetere ricerche e creare ex novo informazioni già prodotte da altri. Questo principio per esempio è alla base degli open data usati dalla Svizzera per le informazioni sul trasporto pubblico come i treni: gli svizzeri possono usufruire per esempio dei dati di Trenitalia e io posso appoggiarmi ai bot svizzeri per ricavare queste informazioni, ma perché in Italia non sono stati messi a disposizione.

Tornando alla Scuola, trovare persone ricettive da questo punto di vista è un lavoro impegnativo, ecco perché occorre lavorare molto sulla missione dei coderdojo. Uno dei messaggi più importanti dati ai bambini che fanno coding è Be Cool: sii figo. Questo i bambini lo capiscono, quando fanno coding si divertono, acquisiscono molte competenze e loro stessi possono diventare mentori di altri bambini, innescando un circolo virtuoso e gratificante. Comprendere la cultura digitale e trasmettere competenze a livello tecnologico abbatte la cultura di tipo cattedratico e le storiche arretratezze infrastrutturali di cui soffriamo soprattutto nel sud dell’Italia: che tu viva in città o in un’area rurale hai la stessa possibilità di accedere alla conoscenza e di essere libero.

D: Qual è lo stato dell’arte della figura del digital champion in Italia? Come viene percepito dalle istituzioni e dagli stakeholder: ambasciatore, divulgatore oppure come una figura propositiva, come un innovatore? Un consiglio che ti sentiresti di dare ai nuovi digital champion e agli stakeholder che occupano il tessuto istituzionale delle nostre città.

R: A proposito di questo posso dirti che il 20 e il 21 novembre di quest’anno abbiamo un raduno a Torino. È sorta la necessità di discutere della figura del digital champion in Italia perché molti di noi non son riusciti a relazionarsi efficacemente con le istituzioni e con la cittadinanza e si sono dimenticati che il senso di questo incarico è la divulgazione della cultura digitale e delle best practice utili a creare e consolidare i nuovi modi in cui si può esprimere il senso civico e la società contemporanea. Occorre spendersi per la crescita del territorio e occorre farlo in autonomia attraverso una rete di persone reale e animata dagli stessi intenti. Ci incontriamo anche per fare il punto di un anno di attività e vedere le cose belle fatte da ognuno, e le ombre dell’associazione.

La figura del digital champion è diffusa in tutto il mondo, ma normalmente ne esiste una per nazione, per esempio il digital champion di fatto degli Stati Uniti è Barack Obama, ma in Europa (dove la carica del Digital Champion è ufficiale e voluta dall’EU) è, per esempio, nel caso dell’Estonia, impersonata dal premier stesso. Di solito vengono incaricate figure emblematiche per la società civile, il Governo ha voluto fortemente Riccardo Luna per l’Italia e noi siamo l’unico paese al mondo in cui il digital champion ufficiale ha deciso di condividere onori e oneri con altri come lui, creando un sistema che dovrebbe diffondersi fino ad arrivare ad avere un digital champion per comune. In questo modo, secondo l’idea di Riccardo, ogni luogo di Italia potrà avere la possibilità di beneficiare di una figura che si occupi di divulgazione sul territorio in maniera capillare. Uno degli obbiettivi della riunione che faremo a breve è capire chi di noi può supportare attivamente queste istanze ed, eventualmente, creare dei piani di coordinamento locali per non farci sentire isolati e darci gli strumenti e i modi per agire mettendo a fuoco gli obbiettivi. I DigitCh fungono da substrato di unione per esempio tra la PA e gli stakeholders, tra la Scuola 1.0 e il mondo del coding.

OpenDataLecce

D: Di Matera 2019 se ne parla poco oppure è solo un’impressione? Mi risulta che uno dei motivi per i quali è stata scelta sia stato il grande evento coderdojo di ottobre 2014: a distanza di un anno è possibile tirare le somme dello slancio dato alle prospettive future della città e dei suoi bambini?

R: L’avventura di Matera è stata fortemente voluta dall’amministrazione comunale precedente. Esiste un dossier in cui io sono stato nominato a mia insaputa, in cui sono stati evidenziati, tra le altre cose, tutti gli steps partecipativi che abbiamo affrontato per arrivare alla designazione di Matera come Capitale della Cultura del 2019. Io ho partecipato come volontario del WebTeam Matera 2019 a tutte le attività propedeutiche a questo successo, perché sono nativo di Matera, ma vivo a Lecce, ed ero parte dell’amministrazione comunale di quel periodo. Sono state coinvolte molte personalità della cultura, anche a livello internazionale, e tutto questo, compreso il CoderDojo di ottobre 2014 è stato fatto innanzitutto per avviare l’autentica rinascita della città. La designazione di Matera a Capitale della Cultura è stato un benefico effetto collaterale.

Bisogna radicarsi nel territorio e proiettarsi nel futuro, questa cosa potrebbe andare perduta dall’amministrazione comunale odierna di Matera, perché purtroppo al momento c’è uno scontro di forze in campo dove stanno prevalendo interessi miopi. Pensa al concetto di open data di cui parlavamo prima: si portano dentro la trasparenza e la politica nazionale e locale dovrebbe fare sue queste istanze e non pensare solo ad ottenere qualcosa per sé stessa. Il governo Renzi, per esempio ha fatto una gran cosa sorpassando gli enti locali e rendendo pubblici tutti i dati relativi all’uso dei soldi pubblici. In questo momento, se io cittadino, volessi conoscere ciò che il mio comune di residenza sta facendo a livello economico posso consultare portali come soldipubblici.gov.it oppure openexpo e altri, senza dimenticare il database dei bei confiscati alla mafia messo in formato “decente” e opendata dal gruppo di Confiscatibene.it (consultabile anche da Telegram attraverso questo link https://telegram.me/confiscatibenebot). Questa condivisione di informazioni crea un ritorno economico diffuso, come dicevo prima, coinvolgendo gli stakeholder.

Tornando alla “Capitale”, coloro che amministrano Matera adesso dovrebbero comprendere che per la città è già stato fatto questo passaggio e che l’Europa si aspetta molto da loro in questi termini. Nelle motivazioni della vittoria di Matera 2019, non c’è solo la bellezza della città (che è un’invariante rispetto alle altre città) ma la sua visione del futuro legata anche alle nuove tecnologie e “al coding per i ragazzi”.

D: Un suggerimento o uno schema su come affrontare o superare il digital divide da un lato e l’analfabetismo funzionale dall’altro qui in Italia.

R: Qui devo dirti che non è un problema di informatizzazione, ma di creare una comunità di persone e anche di professionisti che comprendano che il patrimonio informativo è e deve essere pubblico e i dati devono essere interoperabili. Alcune città questa cosa la stanno già facendo, Bari con baritransport.bot oppure Lecce. Ovviamente l’uso degli open data attraverso Telegram è solo un esempio. È una questione di concorso di competenze e cooperazione. Tutte le ricette sono valide e devono essere sommate, non è più utile pensare che qualcuno sia più bravo di altri, ma sicuramente riunirsi per parlarne e anche scannarsi a vicenda crea contaminazione e commistione e tutti ne possiamo uscire migliorati.


Polaris: qualità della vita, resilienza ai disastri e il futuro degli open data

Quale potrebbe essere un argomento di massimo interesse collettivo nell’ambito dell’innovazione e delle problematiche legate all’ambiente e al territorio in Italia?

polaris

Quando mi sono posta questa domanda, ho deciso di prendere spunto dalle cronache di questi primi giorni d’autunno e ho scoperto l’esistenza di una piattaforma web, “POLARIS, Popolazione a rischio da frana e da inondazione in Italia”, che ha l’obbiettivo di coinvolgere cittadini, imprese, enti governativi e di ricerca scientifica in quelle che vengono chiamate best practice, buone pratiche, per l’ambiente e la qualità della vita.

Un universo di pratiche che coinvolgono concetti come la Circular Economy, la resilienza, gli open data, la partecipazione dal basso, la qualità della vita, l’engagement di utenti e gli obbiettivi dei finanziamenti stanziati dall’Unione Europea.

Posso affermare che la scoperta sia in qualche modo avvenuta grazie alla partecipazione allo speed networking presso Impact Hub a Siracusa (ve ne ho parlato recentemente). Hubber come me, ma soprattuto Manager di Progetti di Ricerca ed Innovazione e Coach, Umberto Pernice, di Palermo, impegnato in progetti collaborativi nell’ambito della resilienza ai disastri naturali, ci racconterà delle iniziative legate ad attività di ricerca e innovazione e del suo ruolo nella consulenza per la realizzazione di questa e di altre iniziative.

Domanda: Cos’è POLARIS? Risponde in qualche modo a necessità espresse dal basso?
POLARIS è un sito web progettato e gestito dall’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica (IRPI) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e contribuisce a rispondere alle domande e alle richieste di informazioni da parte di media, amministratori nazionali, regionali e locali, e anche singoli cittadini, sui rischi idrogeologici. Il sito fornisce informazioni puntuali sulle caratteristiche, la frequenza e la severità degli eventi relativi a frane ed alluvioni, incluso il numero di morti, dispersi, feriti, sfollati e senzatetto causati da tali eventi. Sono numeri indispensabili per definire i livelli di rischio idrogeologico, identificare le aree dove il rischio è alto e valutare l’impatto sociale ed economico di tali eventi. In aggiunta il sito fornisce informazioni utili per migliorare la resilienza dei cittadini a tali disastri con suggerimenti su cosa fare (e non fare) prima, durante e dopo tali eventi. I post vengono promossi anche sui principali social network (@CNR_IRPI su Twitter) generando una significativa partecipazione e condivisione fra concittadini e istituzioni.

D: Quali sono i tempi di realizzazione di iniziative di questo tipo?
L’iniziativa ha richiesto la pianificazione ed il coordinamento di un lavoro durato oltre un anno tra i ricercatori dell’IRPI-CNR, informatici e web designer, per la realizzazione del sito. E la stessa prosegue con la progettazione di altre sezioni del sito, considerando le statistiche di traffico di utenza. C’è l’interesse a comprendere meglio la percezione che media e cittadini hanno dell’informazione in esso contenuta per capire se e come la stessa possa essere alimentata anche dal basso, come le iniziative aperte ad accogliere dati ed informazione di tipo “
crowd”.

D: Esiste qualcosa di simile a POLARIS in ambito prettamente europeo?
Non esistono ancora iniziative di rilevanza europea che informino cittadini europei in maniera così dettagliata sugli eventi legati ai rischi naturali ed al relativo impatto sulla popolazione, sebbene l’attenzione verso queste tematiche da parte dei cittadini si dimostri crescente, anche attraverso l’uso dei social network. La Commissione Europea finanzia progetti di ricerca ed innovazione sulle tematiche della resilienza ai disastri i cui risultati vengono divulgati anche ai cittadini, nell’ambito dei programmi COPERNICUS e del Programma Quadro della Ricerca e Sviluppo Tecnologico Europeo. Uno di questi progetti, LAMPRE (www.lampre-project.eu), tratta di metodi, prodotti e servizi innovativi basati sull’utilizzo di tecnologie satellitari, per migliorare, attraverso mappe, software, linee guida e standard, le capacità degli enti pubblici nelle attività di prevenzione dal rischio da frane.

4) Chi è Umberto Pernice e qual è il tuo ruolo in questo tipo di iniziative?
Sono un consulente indipendente, impegnato a facilitare i processi di generazione collettiva di idee e soluzioni innovative, generate attraverso progetti europei di ricerca ed innovazione. Di tali processi seguo tutti gli aspetti gestionali: dalla pianificazione ed organizzazione delle attività di ricerca ed innovazione alla guida nell’implementazione e controllo del raggiungimento dei risultati, svolgendo un ruolo di catalizzatore e mediatore tra soggetti diversi. Si tratta di facilitare le interazioni tra il mondo della ricerca (mi riferisco a biologi, fisici, geologi, ingegneri, architetti, socio-economisti, ecc.), delle imprese di ogni entità, delle autorità governative e non, anch’esse a tutti i livelli, dei cittadini e della società civile tutta. I progetti di ricerca ed innovazione collaborativa interessano vari ambiti di ricerca, adottano approcci interdisciplinari ed hanno come denominatore comune l’attenzione verso la protezione e valorizzazione dell’ambiente e l’incremento della resilienza dei cittadini ai disastri naturali ed umani. In quest’ampio ambito di azione, il mio ruolo è quello di organizzare incontri per co-creare idee e soluzioni innovative, analizzando le aspettative della Commissione Europea di altre Autorità di Gestione definite nel testo dei bandi di finanziamento dell’Unione Europea, alla luce delle politiche europee e dei risultati dei progetti europei pregressi. Identifico soggetti impegnati in Europa e nel mondo su queste tematiche e ne favorisco l’aggregazione in consorzi per lo sviluppo di proposte. Aiuto nell’interpretazione dei tecnicismi e nell’adempimento delle attività ancora ampiamente burocratiche che caratterizzano i testi dei bandi europei e le attività necessarie al loro adeguato utilizzo.

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D: Innovazione, ambiente e qualità della vita: perché?
Perché sono concetti fortemente interdipendenti. Nel 2015 facciamo ancora fatica ad accorgerci del grande divario nella qualità della vita degli abitanti del pianeta e della sperequazione nell’uso delle risorse e dell’impatto disastroso sull’ambiente. Il concetto di innovazione nella società odierna, fortemente interconnessa tramite internet, continua ad evolversi adottando i paradigmi dell’innovazione aperta, collaborativa e sociale: oggi si può investire sul contributo che ognuno di noi cittadini può dare nell’identificazione dei bisogni di innovazione per una società più rispettosa dell’ambiente e della qualità della vita.

D: Salvaguardia dell’ambiente e della qualità della vita quanto incidono a livello economico?
È un argomento ampio e dibattuto. Posso dire che da una parte c’è la Commissione UE che finanzia l’Area Europea della Ricerca affinché l’Europa possa meglio competere con gli Stati Uniti, la Corea, Cina, India ed altri paesi emergenti in logica di crescita sostenibile, mentre dall’altra esistono approcci socio-economici (come quello di Serge Latouche) che propongono concetti di “decrescita felice” in risposta ad uno sviluppo vantato come sostenibile e che tale invece non può essere, vista la limitatezza delle risorse naturali e la sperequazione che i modelli economici attuali generano nelle società.

D: Fra crescita e decrescita, pensare di spalmare il più possibile fra la popolazione mondiale quello che già abbiamo a nostra disposizione avrebbe senso? È previsto?
Credo che in questo caso possiamo introdurre il concetto di economia circolare che può collocarsi fra i due termini, cioè fra crescita sostenibile e decrescita. Con la Circular Economy possiamo riutilizzare intelligentemente tutte le risorse, cioè materie prime, semilavorati, prodotti, scarti, tecnologie e anche conoscenze. Tutto questo integrando il concetto di eco-innovazione, caro ai programmi UE e alla Ricerca, che focalizza l’attenzione sul minimizzare l’impatto che processi, prodotti e servizi arrecano all’ambiente.

D: Facciamo un passo indietro. Hai 15 anni di attività alle spalle, hai iniziato anni prima che si iniziasse a parlare diffusamente di innovazione, come hai costruito queste competenze?
È una sorta di puzzle di competenze fortemente voluto. Mi sono laureato in Economia e Commercio nel 1996 con una tesi che parlava di marketing applicato all’Arte, ai Beni Culturali. Ho proseguito con un Master in Gestione di Impresa per operare come analista all’estero: dal Sudafrica (trattando di statistica multivariata) all’Irlanda e Regno Unito (nell’ambito delle tecnologie informatiche) con imprese multinazionali. Sono quindi rientrato in Italia per tuffarmi nella consulenza sugli aspetti funzionali delle tecnologie all’interno dei laboratori di ricerca e sviluppo di imprese di tutte le dimensioni e di vari dipartimenti di università e di enti di ricerca, sviluppando conoscenze in ambiti multi-disciplinari per sviluppare progetti di ricerca e sviluppo tecnologico e progetti di cooperazione transnazionale.

D: Esistono altre realtà in Italia come la tua? 
La mia attività integra vari approcci ed io non mi identifico nell’etichetta del progettista europeo, di colui che studia gli strumenti di finanziamento e coltiva relazioni con i vari enti per ottimizzarne l’uso. Io coltivo la “gestione dell’innovazione collaborativa” (
collaborative innovation management). Devo essere attento a comprendere il contributo che la partecipazione di soggetti diversi dà alla creazione e all’implementazione dei progetti e, al contempo, devo far sì che il management non smorzi i contesti creativi.

D: Ti è capitato di incontrare i fruitori finali di questi progetti, noi cittadini europei?
Sì, spesso nei momenti iniziali di divulgazione, durante le conferenze. Come nel caso dei progetti LAMPRE e del progetto CATCH che ha prodotto una piattaforma tecnologica che veicolava le persone verso scelte di mobilità consapevole quali tram, metro e bici e che spingeva verso la consapevolezza dell’impatto delle emissioni di CO2 sull’ambiente e sulla nostra vita e verso i benefici collaterali come la riduzione delle malattie cardio-vascolari e l’incremento del valore delle aree urbane meno congestionate. Negli ultimi anni i progetti di cui mi occupo coinvolgono i cittadini nella fase di concepimento dell’idea attraverso workshop che utilizzano tecniche di lavoro partecipative e il service design per stimolare l’utilizzo di dati aperti.

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Boatify: nascita di una startup nell’era della Sharing Economy

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Un martedì come un altro di novembre, i nomadi digitali possono incontrarsi ovunque nel mondo. Ogni volta che mi reco presso lo spazio coworking dell’Impact Hub di Siracusa, è come se il mondo si muovesse tutto insieme verso di me regalandomi l’opportunità di conoscere sempre nuove persone.

Quando ho incontrato Johannes Röhrenbach (o Roerenbach), 30 anni, di Zurigo, ho deciso subito che dovevo condividere la sua storia e, fra un tè e qualche telefonata di lavoro, siamo riusciti a farci una gran bella chiacchierata sul suo progetto per una piattaforma online dedicata al mondo della nautica.

Johannes è founder e manager di Boatify, startup che nasce con un occhio alla Sharing Economy e uno alla più grande piattaforma per pubblicare, scoprire e prenotare alloggi in tutto il mondo: Airbnb. Abbiamo realizzato l’intervista in un momento cruciale del processo per la concretizzazione dell’impresa: i due mesi antecedenti al lancio vero e proprio.

Domanda: Raccontaci come ti è venuta l’idea di Boatify.

Risposta: Vivo in un’imbarcazione adattata ad abitazione a Zurigo ed è una bella esperienza.

D: Da quanto tempo sei qui in Italia? Perché hai scelto di passare un periodo qui a Siracusa?

R: Sono qui a Siracusa solo da una settimana (n.d.a. il 3 novembre) e sono venuto in Italia perché il Mar Mediterraneo è uno degli snodi cruciali per il mondo della nautica ed è importante per il tipo di ricerca che sto facendo in questo momento.

D: Perché creare una piattaforma simile ad Airbnb?

R: La prima cosa che mi viene in mente è  la mia personalissima esperienza di vita in una barca. La seconda è che il mondo della nautica e delle imbarcazioni è perfetto nell’ambito di un progetto ispirato al concetto di Sharing Economy. Questo perché l’Economia della Condivisione è un sistema dove i beni e i servizi si possono usare solo quando se ne ha bisogno e, quando penso che chiunque possiede barche non può usarle sempre (pensa che le barche sono ferme per il 95% del tempo nell’arco di un anno), sono certo che Boatify sia la soluzione giusta per far incontrare coloro che le possiedono con chi vorrebbe usarle. 

JohannesRoerenbach

Johannes Röhrenbach

D: Quindi hai fatto delle ricerche di mercato?

R: Ne ho fatte molte. Innanzitutto, ho cercato di avere dati sul numero di imbarcazioni e sulla ricettività del mercato nelle varie zone del mondo. Per esempio, in Germania, in Svizzera e in Italia la ricettività del mercato è differente in confronto agli Stati Uniti. Negli Stati Uniti le persone sono già molto propense ad usare servizi basati sul concetto di Sharing Economy, lì il mercato è davvero attraente.

Negli Stati Uniti ci sono 13 milioni di  barche private che potrebbero entrare a far parte di community come quella di Boatify. Per quanto riguarda la Germania parliamo di circa 500 mila barche (di cui circa 350 mila solo nella regione limitrofa a Berlino) e in Svizzera ce ne sono circa 100 mila. Sono davvero tante se pensi che per avviare Boatify con circa diecimila imbarcazioni a disposizione, saremmo già a buon punto.

Un’altra ricerca che abbiamo fatto è stata quella che riguarda i probabili competitor: sappiamo che in Europa non siamo gli unici, ma il concept di partenza è diverso.  Comunque, anche queste piattaforme stanno iniziando adesso, ti parlo di realtà francesi come Boaterfly, ma in questo caso i servizi sono limitati al noleggio fra privati. 

D: Quindi come ci racconteresti il valore aggiunto di Boatify?

R: Non voglio limitarmi a creare un canale per affittare barche, ma coinvolgere da un lato persone con competenze diverse per creare una comunità di professionisti del settore, una rete di persone che fanno cose con le barche e quindi una rete di servizi cui tutti coloro che hanno interesse possono accedere.

Lavoratori del settore e proprietari di barche insieme ai clienti comunicheranno all’interno della piattaforma per scambiarsi informazioni, servizi e opportunità di lavoro. La Sharing Economy è basata anche sul concetto dell’ampliamento della possibilità di incontrarsi. Le barche sono un asset perfetto ed è molto facile connettere persone con questo interesse in comune.

Un’altra cosa molto importante che sto facendo è intercettare i costumer che  hanno bisogno di questa piattaforma. Per riuscirci, una parte della mia strategia è stata quella di affittare la mia barca a Zurigo. L’ho affittata grazie ad Airbnb e ho già iniziato a ricevere molti feedback.

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D: E ti hanno detto che preferirebbero una piattaforma dedicata?

R: Sì, perché non esiste la possibilità di cercare tipi di imbarcazioni su Airbnb, ma solo la zona in cui vorresti vivere in affitto. Inoltre, voglio diversificare i servizi, proponendo, per esempio, driving lesson ed eventi. Io penso a Boatify come ad un mondo per un tema, mentre Airbnb è un prodotto per un mondo.

D: Hai un altro lavoro, quali sono le tue esperienze e le tue competenze?

R: Non ho competenze specificamente informatiche, il mio background appartiene al mondo dell’entrepreneurship. Quando ho avuto l’idea di Boatify, ho lasciato il mio lavoro e successivamente ho deciso di trasferirmi in Italia perché la Sicilia è al centro del Mediterraneo e ritengo sia molto importante per questo tipo di mercato.

D: Raccontaci del team di Boatify.

R: Si può dire che sia diviso in due parti: il core team che partecipa attivamente alla fase di startup e gli ambassador, il cui compito è diffondere la mission di Boatify, cercare le barche, i proprietari e i professionisti desiderosi di essere coinvolti in questo progetto.  Attualmente c’è un ambassador operativo a Dubai, due sono in Svizzera e tre in Germania. Sto cercando ambassador anche per l’Italia.

Ho anche bisogno di un social media manager per il quale ho già pubblicato un annuncio sulla pagina Facebook di Boatify e di un co-founder che desideri lavorare con me per realizzare questo progetto, una persona che abbia esperienza a livello legale, marketing o finanziario.

D: A che punto è il progetto grafico del sito?

R: In questi giorni stiamo definendo la grafica della landing page, la mia collaboratrice è una web designer italiana che vive a Berlino. Insieme a lei stiamo anche testando le interazioni possibili da parte dei futuri user. 

D: Quando avverrà il lancio di Boatify? In quale paese pensi di registrare la startup?

R: Il lancio avverrà a gennaio 2016 e sarà probabilmente un’impresa svizzera perché faccio base a Zurigo e le condizioni economiche sono migliori, ma non è ancora detto, devo ancora decidere. 

D: Poiché è un progetto che si concretizzerà nei prossimi mesi, pensi che potrebbero esserci problemi a livello concorrenziale?

R: No. Io ho parlato con molte persone di questa mia idea, anche con molti founder che temono che altri gli rubino le idee. Ma non ho questa paura, anzi, preferisco raccontare il più possibile ciò che voglio realizzare, il mio stile è parlarne quanto più possibile con tutti, perché i feedback che ricevo sono più importanti dei rischi connessi alla diffusione dell’idea.

Potrebbe succedere che qualcuno decida di copiarla, ma non sarà uguale a come l’ho concepita io e comunque avrei la possibilità di imparare da chi potrebbe realizzarla prima di me. Credo sia molto importante discutere le proprie idee. Le persone che rubano davvero le idee non esistono nella realtà, ma esistono imprese che competono su un mercato in cui le idee si sono già concretizzate.

capitanididomani


Umani a Milano: un’intervista a Stefano D’Andrea

UAMringraziamenti

Avevamo parlato di Umani a Milano il 17 agosto in occasione del lancio della campagna di crowdfunding per realizzare la mostra pubblica presso la struttura dell’ex mercato della Darsena, lungo i navigli, a Milano.
Ebbene, la campagna su Indiegogo è più che riuscita e fino al primo novembre potete trovare l’installazione in Piazza XXIV maggio. Invito coloro che sono a Milano o la visiteranno, per lavoro o per piacere, di passare a vederla (e scrivermi le vostre impressioni, se vorrete); io ho visto un video in cui si vedono i riflessi dell’acqua sul soffitto dell’ex mercato, sopra le fotografie, e mi è sembrata una cosa bellissima.

Come ho scritto precedentemente, UAM è un’associazione e un modo per scoprire Milano e i suoi cittadini metropolitani attraverso lo sguardo di Stefano D’Andrea. Stefano ci diceva: “scrivo e faccio fotografie. Nel tentativo di innamorarmi di nuovo della mia città ho deciso di girarla per trovare facce e storie che mi aiutino.”
Troppo spesso viviamo le nostre città con lo sguardo spento, chissà se l’esperienza di Stefano e di chi lo ha aiutato a realizzarla, sia riuscita davvero a rinnovare quel sentimento di meraviglia e ammirazione che chiamiamo innamoramento. Sono andata a chiederglielo e ne ho approfittato per porgli anche qualche altra domanda.

Domanda: È passato più di un mese e mezzo da quando ho partecipato al crowdfunding per Umani a Milano con il mio piccolo articolo, l’attenzione mediatica nei confronti di UAM è stata un crescendo e a un certo punto Levi’s ha deciso di offrire la sua quota su Indiegogo. Puoi raccontarmi un aneddoto in merito? Pensi che Levi’s sia stata determinante nel successo dell’operazione di crowdfunding oppure l’importo iniziale che avevate stimato poteva comunque bastare?
Stefano D’Andrea: ​L’importo sarebbe bastato a fare una versione light della mostra​, diciamo la metà. L’ingresso di Levi’s è stato fondamentale perché si potesse coprire l’intera facciata di umani. La cosa divertente è che la persona che ha messo in contatto UAM a Levi’s è di Roma e vive a Roma, ma ama il progetto Umani a Milano, forse anche perché per lavoro è spesso qui, e si sente coinvolta dal tema oltre che dal tono.

D: Realizzare progetti attraverso il crowdfunding significa che ognuno di coloro che vi ha dato fiducia potrebbe essere visto come una sorta di committente dell’opera. E questa installazione ha quindi una doppia valenza: è stata pensata per il pubblico e per un luogo pubblico ed è stata realizzata grazie al pubblico di UAM. saresti in grado di quantificare in che percentuale sia stata sostenuta anche da chi non poteva visitarla, ma ha voluto comunque fare un dono alla città di Milano?
Stefano D’Andrea: ​Ci sono state donazioni di diversi importi ma quelli più commoventi sono stati quelli anonimi, e anche quelli da 1 euro. Voleva proprio dire che era gente che desiderava partecipare. Su quante persone abbiano visto la mostra tra i donatori non saprei dire, credo che una volta che una cosa diventa un po’ tua che, tu la veda o non la veda poco cambia.​

D: L’installazione sta già avendo delle ripercussioni positive sul team che l’ha promossa e seguita?
Stefano D’Andrea: ​Si tratta di persone che hanno altri lavori e l’unica ripercussione chiara ed evidente è che finalmente non devono usare il loro tempo libero per aiutarmi con Umani a Milano. A parte questo percepiamo tutti di aver fatto un piccolo pezzo della storia di questa città, e ciò ci spinge semplicemente a pensare a come fare ancora e ancora meglio.​

D: Ho ancora negli occhi il video della tua danza di ringraziamento per il successo della raccolta crowdfunding: il content marketing punta sempre l’accento sull’immenso valore dell’autenticità. quanta consapevolezza e quanta spontaneità nella scelta di promuovere UAM con video di questo tipo (e per consapevolezza non intendo mancanza di autenticità)?
​Stefano D’Andrea: Non ho altra cifra che essere sempre me stesso, tranne quando sono il Gatto Morto. Non saprei come altro essere.

D: Pensi che si possa individuare almeno un elemento di innovazione (una parola che contiene molti concetti, lo so) in UAM?
Stefano D’Andrea: ​Forse l’idea del coraggio. A Milano non c’è, per fortuna, da essere troppo coraggiosi​, perché si tratta di una città abbastanza serena. Ma la vera frontiera, il vero Far West, noi l’abbiamo col vicino di metropolitana. Ecco, per andare su quel fronte (senza intenti commerciali) c’è voluto del coraggio, almeno per me.

D: Siete riusciti a costruire un pubblico affezionato solo attraverso la fanpage Facebook (o mi sbaglio?) e una costante comunicazione con tutti gli utenti; tu personalmente hai sempre risposto praticamente a tutti (è qualcosa che fai anche sulla tua pagina personale e sulla fanpage di gatto morto), hai una cifra personale unica, che non è ossequiosa né fredda, in più proponi istantanee di persone sconosciute per le vie di una metropoli. Questa esperienza in continua evoluzione ti ha davvero fatto di nuovo innamorare della tua città?
Stefano D’andrea: ​Forse sì. E anche dei social media, luogo dove le persone di solito danno il peggio di sé. Forse significa che sia di Milano che dei social media vedo una parte limitata, questo non posso dirlo. Di certo mi sento più vicino alla città e la città mi ha ricambiato. Quando una persona per strada mi riconosce e mi ringrazia per il progetto io mi sento in imbarazzo ma sono felice. Vuol dire che ciò che volevo fare lo sto facendo davvero.​

[Tutte le immagini e i video sono di proprietà di Umani a Milano]

I collaboratori di UAM sono:
PAOLO CARLIN
ALESSANDRA MARASCHIO
ESTEFANIA ARAGON
ANDREA TILARO
fotografi
poi MARCO MIGLIOLI
grafica e installazione mostra
ALESSANDRO CESQUI
LAURA GARIBOLDI
organizzazione

iaiaGi: il motore elettrico open source. Blog d’Innovazione c’è

iaiagiInnovazione

Vi ho già raccontato che, oltre a scrivere qui per Apirolio (e per chi altri avesse bisogno dei miei servigi come blogger), dai primi di maggio di quest’anno scrivo per il blog d’Innovazione? Blog d’Innovazione è il luogo virtuale che mi ha accolto quando ho preso coraggio e ho deciso di rispondere a una call to action per diventarne contributor. Innovazione è uno dei canali di bloglive.it che è indissolubilmente legato alla rivista online quindicinale Il Giornale Digitale grazie alla persona di Alessandro Zarcone.

Era fine aprile quando Cristiano Carriero, content manager, una fra le due persone che considero miei mentori in questo percorso, ha pubblicato la call to action per nuovi contributor. Ad accogliermi in redazione, ho trovato il mio secondo mentore nonché il migliore coach del mondo per una blogger alle prime armi: Massimiliano Fabrizi, fotografo pubblicitario e social media manager. Insieme a una bella squadra, ho iniziato a masticare di SEO e a “fare palestra” di scrittura ed editing. E ho scritto, tanto tanto, imparando anche moltissimo, su tutto ciò che è innovazione e nuove tecnologie e ho ancora tanto da scrivere.

Con questo post, quindi, voglio iniziare un percorso di rivisitazione di alcuni degli articoli pubblicati per Innovazione che toccano tematiche uniche e sempre valide, raccontano storie e ci introducono in un universo complesso e multiforme, colmo di belle opportunità per tutti coloro che vorranno attingervi.
Il primo articolo è un’intervista, la mia prima intervista, ai due ingegneri maker che stanno progettando un motore elettrico a tecnologia open source: vi presento iaiaGi.

“E’ di questi giorni di primavera piena la prima call for makers tutta italiana per un nuovo progetto open source che fa dell’innovazione tecnologica e culturale le sue caratteristiche fondanti, i suoi protagonisti sono due entusiasti e competenti ingegneri italiani che ho intervistato per voi in anteprima per presentarvi l’idea ambiziosa che sta già ricevendo i primi concreti riscontri in termini di partecipazione e concretizzazione. A seguire l’intervista a Valerio Vannucci e Alberto Trentadue di iaiaGi.com (sito in inglese e italiano per collaboratori maker e curiosi) e iaiaGi youtube channel per chi vuole ascoltarli in prima persona durante la call for makers di Modena del 9 maggio e acquisire informazioni tecniche più dettagliate sul progetto.

Domanda: Descrivetemi iaiaGi in dieci parole e se vi definireste una start up e perché.
Valerio Vannucci: Possiamo iniziare dall’acronimo del progetto IaiaGi cioè Integrated Automotive Idea for Advanced Galileo ferraris finding Implementation che vuol dire “idea di mobilità integrata per la realizzazione della scoperta di Galileo Ferraris”. Galileo Ferraris fu lo scopritore del Campo Magnetico Rotante che è il principio di elettrodinamica che è alla base del funzionamento dei motori in corrente alternata, colui grazie al quale siamo qui a parlare di questo progetto. Noi e i collaboratori che si aggregheranno mano a mano, stiamo progettando e realizzando un Kit Open Source per la trasformazione di veicoli a combustione interna in veicoli elettrici.
Alberto Trentadue: Abbiamo una persona a cui ci ispiriamo che è Seth Leitman che ha un suo blog accessibile a tutti ed è autore della guida “Build your own electric vehicle” e proprio per la caratterizzazione open source non vogliamo definirci una start up, ma una piattaforma di sviluppo; l’innovazione per noi è proprio nell’idea open source e nella forte connotazione ecosostenibile che vorrebbe arrivare all’obbiettivo dell’impatto zero sull’ambiente.
Valerio: Non vogliamo essere una start up perché vogliamo introdurre innovazione scientifica e culturale, sai ci sono molti pregiudizi qui in Italia sul funzionamento del motore elettrico e delle batterie e noi stiamo creando questo kit che sarà libero sia nella progettazione hardware (quindi nelle parti materiali del motore) sia nella progettazione software e trattandosi di uno strumento del genere sarà ciò che darà il via alla creazione di nuove start up soprattutto in Italia. Questo è un punto che è molto importante per noi: essere un progetto che condivide know how nazionale e internazionale a cui tutti potranno attingere liberamente, come ci insegna il modello di Arduino.

cosè

Quindi a questo punto posso chiedervi cos’è la call for makers e come è andato l’incontro presso il FabLab di Modena che avete avuto ai primi di maggio?
Alberto: La call for makers è la chiamata a raccolta di persone con differenti esperienze che cercano innovazione, nuovi saperi e vogliono condividere le loro conoscenze incrementando la fattibilità del kit open source.
Valerio: E devi sapere che hanno risposto già in tanti alla call for makers che abbiamo organizzato e già molti ci seguivano attraverso il sito internet, ci sono studenti e persone con esperienze specifiche in vari ambiti.
Alberto: Vorrei aggiungere che il FabLab è un modello virtuoso di condivisione di competenze e di esperienze nato al MIT, il Massacchusets Institute of Technology di Boston.

Potreste parlarmi del vostro percorso professionale e delle vostre competenze e quali di queste vi hanno portato ad ideare iaiaGi?
Valerio: Io sono un ingegnere aerospaziale, Alberto un ingegnere elettronico. Entrambi lavoriamo nel settore delle telecomunicazioni ed eravamo colleghi quattro anni fa quando abbiamo iniziato a confrontarci su questo progetto. Io vivo a Carpi e Alberto a Modena.
Alberto: Bisogna anche dire che amiamo definirci tutti e due “maker” e che io sono unappassionato di IoT, che è l’internet delle cose e di Radiofrequenza, mentre Valerio è appassionato di prototipazione e tecnologie per l’ecosostenibilità. Non abbiamo una formazione specifica in ambito meccanico, ma vogliamo riappropriarci del know how, il saper fare, insieme a chi vorrà accompagnarci in questa avventura.
Valerio: Quindi non c’è stata una competenza specifica che ci ha portato a ideare tutto questo, piuttosto è stata la mia esperienza personale: tutto è iniziato quando ho potuto provare un’auto elettrica nel percorso cittadino, cioè per andare a fare la spesa. E’ stata una delle esperienze più belle che abbia mai fatto, qualcosa che mi ha smosso dentro e ha iniziato a farmi riflettere sulle immense possibilità di vita e lavorative che può dare un veicolo elettrico e che ancora, qui in Italia sono sottovalutate. Mentre in altri paesi come gli Stati Uniti, l’Olanda e la Germania, ma soprattutto gli Stati Uniti, sono molto più avanti di noi nel concretizzare prodotti accessibili.

A che punto siete della realizzazione del progetto?
Alberto: Abbiamo preparato le strutture teoriche per il dimensionamento meccanico del motore elettrico, quindi siamo pronti per costruire il prototipo.

Quali le metodiche per rintracciare fondi e collaboratori?
Alberto: Non stiamo cercando fondi, ma se dovesse essere necessario ricorreremo all’autofinanziamento oppure al crowdfunding esclusivamente per realizzare il prototipo dimostrativo perché non vogliamo mettere le briglie a iaiaGi, vogliamo raccogliere collaborazioni e nessuno che metta il cappello sopra il progetto.

Avete fatto uno studio per individuare le zone nevralgiche nazionali e internazionali che potrebbero accogliere e sviluppare il progetto?
Valerio: Come dicevamo prima, siamo aperti a collaborazioni che possono arrivare da qualsiasi parte del mondo, al momento coloro che ci hanno risposto qui in Italia provengono esclusivamente da regioni del settentrione, in primis l’Emilia Romagna che ospita già un’azienda, l’unica in Italia ad aver realizzato e brevettato kit di conversione in elettrico.

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Come state affrontando le questioni quali eventuali brevetti, autorizzazioni e legislazione locale?
Alberto: Sappiamo che in Italia ci sarebbero problemi di omologazione, ma noi vogliamo comunque liberare questa tecnologia dai brevetti e renderla libera e accessibile a tutti in modo tale che possa arrivare presto all’utente finale; in modo specifico abbiamo preso in considerazione anche le problematiche collaterali alla trasformazione di un veicolo a motore tradizionale in elettrico, comprese le difficoltà di approvvigionamento e stoccaggio di energia, che verranno inglobate nello studio open source.
Valerio: Questo perché ovviamente cerchiamo attivamente proposte e soluzioni in tutti gli ambiti collegati all’idea motore elettrico, compresi gli spostamenti sul territorio.
Alberto: Quindi possiamo dire che la problematiche da risolvere al momento sono uno, l’omologazione, due, l’individuazione del luogo dove effettuare le prime conversioni, tre, l’impegno nei confronti della rete di distribuzione. Aggiungiamo che a livello istituzionale e di informazione diffusa, molti non hanno le conoscenze corrette sulla durata di un motore elettrico, sulle modalità d ricarica e sulle reali percentuali di durata, smaltimento e riciclo delle batterie.
Valerio: Per esempio, pochi hanno idea delle reali esigenze di un veicolo elettrico di tipo utilitario che viene usato principalmente nel traffico cittadino. Già se parliamo di un’autovettura Tesla, che è comunque un’autovettura di lusso con caratteristiche di eccellenza, possiamo affermare che ha dimostrato che in futuro un’autonomia di ben cinquecento chilometri non è un obbiettivo irraggiungibile e che non servirà un’intera carica delle batterie per fare i normali tragitti settimanali in città. Per quanto riguarda le vetture elettriche “normali”, al momento, l’autonomia è stimata fra i centocinquanta e i duecento chilometri.

C’è qualcosa che siete disposti ad abbandonare e a cosa non rinuncereste mai?
Alberto: Non rinunceremo mai all’open source… Valerio: E all’approccio maker. Perché questo progetto appartiene alla collettività.

Potrà sembrare uno scherzo, ma l’ultima domanda, prima di salutarci, è: c’è qualcosa che mi sono dimenticata di chiedervi e che avreste voluto dire?
Valerio: Aggiungerei che iaiaGi vuole avviare un cambiamento culturale oltre che tecnologico a partire dalla scelte che possiamo compiere dal basso e non imposto dall’alto.
Alberto: E io invece aggiungo che dobbiamo molto al sostegno e all’entusiasmo delle nostre mogli: senza di loro non saremmo arrivati a questi risultati, perché mettere insieme le forze è sempre un punto fondamentale nella realizzazione di un progetto, anche di innovazione tecnologica.”


3 domande più una: Tips & Tricks per donne digitali – 2

2 – Gli impegni di tutta la famiglia hanno lo stesso identico valore, non facciamo l’errore di mettere sempre da parte i nostri.

Come per l’articolo nato grazie ad un’altra super donna digitale,  Viviana Musumeci, le mie 3 domande più una hanno come obbiettivo di donare a noi signore più o meno digitali, qualche soluzione di vita interessante. E fare una delle cose che amo di più: vedere il mondo da prospettive diverse.

E siamo alla puntata numero 2! Nuovamente felice di avere la possibilità di presentarvi la mia guest star per questo articolo ovvero Francesca Sanzo. Come per la volta precedente, è difficile riuscire a riassumere efficacemente le competenze della mia ospite, che è innanzitutto una digital coach di eccezione ed è stata la mia insegnante in uno dei corsi proposti dal network Work Wide Women (che voce suadente… Impossibile peccare di concentrazione!), è autrice del blog Panzallaria, che non è solo un blog, ma un contenitore e un progetto di narrazione di grande impatto emotivo e di grande successo. Francesca è scrittrice del libro “Narrarsi on line: come fare personal storytelling” e del libro “102 chili sull’anima” (di cui parlerò più avanti).

Wow! Quanti link succulenti! Senza il corso per aspiranti blogger tenuto da Francesca, forse io non sarei qui a scrivere questo articolo e non avrei avuto il fegato di propormi come blogger per il blogdinnovazione su cui scrivo di nuove tecnologie, startup e tante cose belle e immaginifiche. Quindi questo piccolo articolo lo devo a lei e a me stessa.

Ecco le risposte di Francesca:

1) Pensi che la gestione del tuo Tempo sia efficace rispetto agli obbiettivi di vita (lavorativa e non) che ti sei prefissata?

Francesca: Faccio del mio meglio, ma come tutti i liberi professionisti, alcuni momenti sono più difficili da gestire di altri, a seconda del carico di lavoro. Mi aiuta moltissimo google calendar e una pianificazione millesimale del mio tempo: ogni tanto mi prendo anche comunque il lusso di “perderne” un po’, per fare respirare liberamente il cervello.

2) Come organizzi la tua agenda settimanale di lavoratrice, mamma, moglie, ma soprattutto Essere Umano? Ci sono delle attività che hai programmato a scadenze fisse?

Francesca: Al mattino (un giorno si e l’altro no) vado a correre alle 7, quando ancora tutti dormono. Accompagno mia figlia a scuola poi vado al lavoro. Due volte a settimana mi prendo un’ora per nuotare alla sera e del resto, non ho impegni fissi: sarebbe impossibile, dovendo gestire trasferte e appuntamenti di lavoro.

Dalle 16.30 in poi del pomeriggio ci alterniamo con il mio compagno per passare il pomeriggio, dopo scuola, con nostra figlia e assisterla in tutte le attività extra scolastiche.

3) Puoi dirmi in tre punti le strategie che noi donne dovremmo necessariamente attuare per non disperdere le nostre energie?

  1. Calendario ben organizzato

  2. Gestione familiare condivisa in maniera equa: gli impegni di tutti hanno lo stesso identico valore, non facciamo l’errore di mettere sempre da parte i nostri

  3. Ogni tanto usciamo con gli amici: uno spritz è una mano santa per rilassarsi e ripartire con nuovo vigore verso nuove avventure 😉

più una) tips & tricks extra bonus a scelta fra – come riesco a non farmi sopraffare dalla quantità immane di cose da leggere per essere sempre aggiornata – il momento della giornata che dedico solo a me stessa – appunti digitali vs appunti analogici

Francesca: Dedico 3 ore alla settimana allo sport (corsa o nuoto) e lo faccio consapevole che mi sto concedendo tempo tutto per me, la mia oasi di pensiero libero, amore per me stessa e ricarica dallo stress del quotidiano. Lo faccio da circa un anno e mezzo e la vita mi è cambiata totalmente: più idee, più concentrazione, più benessere!


Al Bar Etna

Il Bar era, è, e auspico resti, quel luogo per riunirsi, stare insieme o soli, scambiare o ascoltare racconti, fatti, idee, informazioni, mentre si sorseggia un caffé o un drink

la Ciarla

a cura di Giovanni Pistolato

ilpagliarino

Che la luce sia con te ...il portfolio fotografico di Luca Pagliarino

IL BLOG DELLA GHIANDAIA IMITATRICE

Peeta: Tu mi ami, vero o falso? Katniss: Vero!!!

pe®izoma

Bisogna farsi Dio