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Snappers: chi seguire e perché n°1

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Le ragioni per le quali Snapchat non è ancora un social network popolare fra noi italiani sono molteplici. La prima motivazione che viene addotta, ormai lo sentiamo ripetere come un refrain, è che è un social per adolescenti e ventenni brufolosi e casinari. In realtà i motivi sono più profondi, se vogliamo drammatizzare un po’ la situazione. Inizialmente pensavo fosse il caso di elencarli, ma ho cambiato idea, perché l’operazione che vorrei fare è in positivo, come mio solito.

Se avete installato GhostCodes come vi ho raccomandato di fare nel precedente articolo, avrete scoperto un intero mondo di snappers al di fuori della vostra cerchia di conoscenze (seppure ampia). I criteri per scegliere snappers da seguire sono quelli per interessi e categorie, certo non l’età: potete scegliere di caricare i profili di persone (e brand) che hanno i vostri stessi interessi oppure seguire snappers che fanno e raccontano qualcosa che piacerebbe fare anche a voi.

Interagire a prescindere dalla differenza di età

Molti snappers si occupano con una certa bravura e freschezza proprio di comunicazione, branding, marketing e fashion. Ne citerò due.

La dolcissima Alice Cerea, blogger di Glamour, che trovate con il nome utente alicecerea e che potete seguire in giro per Milano per scoprire i dietro le quinte di certi articoli e servizi, se siete appassionati di moda e prodotti di estetica. Oltre il mondo patinato, tutto quello che ci può essere di spontaneo e senza trucco, ma molto glamorous and glittering.

Un altro snapper giovanissimo (almeno in confronto alla mia età) è Matteo Garoli che dovete cercare con il nome utente shuzj. Matteo è un business consultant esperto di Instagram. Su Snapchat è principalmente english speaking, in privato interagisce anche in italiano ed è molto comunicativo nonché preciso ed efficace nelle tips che pubblica.

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Interagire oltre confine: english speaking per davvero

Io sono curiosa dei modi di vivere (e mangiare) di paesi che non siano l’Italia, perciò seguo alcune persone che snappano da Toronto, da Sacramento, dalla Korea, dalla Malesia… E due utenti davvero speciali che si chiamano nomadbeautiful che altro non sono che la coppia di nomadi digitali e viaggiatori sostenibili i cui rispettivi nomi sono Gianni Bianchini e Ivana Greslikova, attivi su tutti i canali social e con un bellissimo blog in cui raccontano di tutti i loro viaggi e della loro scelta di vita, cioè nomadisbeautiful.

Se vi siete mai chiesti come vivono e raccontano l’Italia i non italiani, vi consiglio di seguire Wendy Holloway cioè flavorofitaly che fa base a Roma, ma viaggia molto raccontando in english città d’arte e cucina italiana. La signora Holloway usa Snapchat e GhostCodes con il piglio di una entrepreneur quale è. E no, non ha vent’anni, ma ama profondamente l’Italia.

Discorso a parte per lo snapper vitaminico che snappa da Sacramento, Emilio, che si presenta così:  #Bearded Creative in #Sacramento. Food. Social Media. Life. #TransparencyIsTruth. Il suo nome utente su Snapchat è themilsedition. In questo caso si tratta di english american speaking e di un sacco di best tips su come strutturare la comunicazione con Snapchat dalla grafica di foto e video fino alla cadenza con la quale suddividere le varie sezioni degli argomenti affrontati: seguitelo perché è bravissimo.

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I am curious of ways to live (and eat) in other countries than Italy, so I follow some people who snap from Toronto, Sacramento, Korea, Malaysia … And two very special people who are called  nomadbeautiful, a couple of digital and sustainable nomadic travelers, Gianni Bianchini and Ivana Greslikova, active on all social channels, with a wonderful blog in which all tell of their travels and their life choice, called nomadisbeautiful.

If you’ve ever wondered how non Italian people living and telling Italy, I suggest to follow Wendy Holloway aka flavorofitaly which is based in Rome, but travels a lot telling about Italian cities and cuisine. Ms. Holloway uses Snapchat and GhostCodes with a look of an entrepreneur. And no, she’s not twenty years old, but deeply loves Italy.

A different story for the snapper from Sacramento, Emilio, which describe himself as: Creative #Bearded in #Sacramento. Food. Social Media. Life. #TransparencyIsTruth. His username on Snapchat is themilsedition. In this case: american speaking and a lot of best tips on how structure communication with Snapchat, from pictures and videos until frequency with which divide various sections of the topics: keep in touch with him because he’s interesting. (english writing dismissed)

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Food, storytelling and Italian way of life

Altri utenti interessanti da seguire e con i quali fare conoscenza sono sicuramente i food blogger, gli utenti random (che non mi piace granché come definizione) e altri, che raccontano le loro giornate, dialogano molto spostandosi da un social all’altro, spesso portandosi dietro  vecchie e nuove conoscenze, mostrano eventi, family life, parlano del loro lavoro (possono essere psicologi, archeologi, social media manager, life coach…) e di tutto ciò che può accadere in una giornata:

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La maggior parte degli snappers che ho nominato agiscono nell’ottica del personal branding, esattamente come faccio io (il mio nome utente è aleksandrasmt) che mi concentro molto su argomenti come il cibo, l’alimentazione, il mio progetto di Coding 4 Avola e la condivisione di articoli, eventi e bei posti, raccontando spesso il dietro le quinte degli articoli che scrivo per gustonews.it e per questo blog.

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Fare branding su Snapchat non è inutile come si possa pensare, basta dare un’occhiata alle promozioni che lancia chocjohnny dal suo profilo e dai video dei clienti che si nutrono beati e soddisfatti di quantità industriali di cioccolata in tutte le forme che vi possono venire in mente (lui parla tantissimo, però è bravo a lanciare offerte delle quali si può approfittare facendo gli screenshot degli snap, peccato sia in Australia). Non è l’unica azienda presente su Snapchat, così come non mancano anche università, associazioni e organizzazioni no profit. A voi la scelta.

 

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L’Italian Internet Day e la scuola buona

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Avevo dodici anni nel 1986: i miei interessi e le mie passioni non contemplavano affatto termini come “tecnologia” e “innovazione”. Una locuzione come Italian Internet Day mi avrebbe lasciata esterrefatta e diffidente.

Se mi avessero mostrato una donna che racconta a una scolaresca come difendersi dai cyberbulli in piedi accanto a una scatoletta grigia e piatta, non mi sarei riconosciuta.

Eppure, se sono passati trent’anni, non me ne sono accorta, perché le esperienze di questi mesi mi hanno restituito lo stesso sguardo incantato che allora posavo sul mondo.

Il 28 aprile, insieme alle docenti della scuola primaria Caia, con il supporto energico di Giuseppina Di Pietro, abbiamo portato con successo Coding 4 Avola con Cody Roby in 5B e 5C: i bambini giocano, si divertono e riflettono. Come ho già avuto modo di scrivere, fanno anche tante domande, sono curiosi ed entusiasti, nonostante Cody Roby non sia programmazione al computer, nonostante la maggior parte di loro conoscano già e usino Minecraft.

Il 29 aprile, in occasione del trentennale dell’avvento di Internet in Italia, insieme a Clementina Amato, animatrice digitale della scuola primaria Edmondo De Amicis di Avola, oltre a fare un’ora di coding unplugged, abbiamo proposto a due classi seconde, un’ora informativa basata sui suggerimenti di Generazioni Connesse. I video dei Super Errori di Generazioni Connesse sono un modo semplice e immediato per spiegare ai bambini come tutelarsi quando sono in rete o usano i device mobili e fanno parte di un percorso dedicato anche a genitori e insegnanti.

Anche in questo caso, bambini di soli sette anni sono stati eccezionali e mi hanno aiutato a comprendere un po’ di più la loro percezione di strumenti come i pc e gli smartphone: anche in seconda elementare molti di loro conoscono già giochi complessi come Minecraft, si scattano le fotografie e, a volte, chattano con i loro amici.

Di gran lunga preferiscono giocare, ma sono già consapevoli che i mezzi che hanno a disposizione devono essere usati con cautela, sanno già che devono prestare attenzione a chi scrivono o con chi condividono i loro pensieri e le loro fotografie. Sanno anche che c’è un tempo per riposare, per studiare e per stare per conto proprio e che lo smartphone non deve essere un compagno inseparabile.

Se quelli della mia generazione erano (o sono?) come bambini di fronte a mezzi di comunicazione e intrattenimento così potenti, il mio augurio è che questi piccoli nuovi arrivati nel mondo, siano più bravi di noi a cogliere e sfruttare i potenziali positivi di internet e degli strumenti che abbiamo a disposizione, per costruire concretamente un mondo migliore.

Sono consapevole di aver scritto una considerazione che appare banale e frettolosa, ma sono anche convinta che questi trent’anni devono spingerci a guardare avanti e a progettare con cura il futuro e per questo, trasmettere spunti, curiosità e interesse alle nuove generazioni, è importante.

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Coding 4 Avola

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È così è successo, il 20 aprile 2016 sono entrata nella classe I C della scuola media inferiore Elio Vittorini di Avola, accolta dal professor Francesco Munafò (matematica!) e abbiamo fatto coding analogico con il gioco Cody Roby.

Se per noi adulti, soprattutto quelli di noi avvezzi alla cultura digitale e all’informatica, può sembrare cosa insignificante, questa piccola esperienza condita di video sul pensiero computazionale, su Cody Roby, Scratch e Minecraft, ha entusiasmato tutta la classe ed è stato bellissimo vederli giocare e ragionare.

Una classe speciale, innanzitutto perché Francesco Munafò li fa giocare spesso a scacchi e dama (e infatti hanno spontaneamente confrontato questa loro esperienza con quella del coding che gli abbiamo presentato ieri), e poi, perché come tutte le classi, la loro individualità, le loro peculiarità, sono state le vere protagoniste dell’ora e mezza trascorsa insieme.

Devo ringraziarli questi ragazzi, perché portargli questo progetto sta aiutando me a comprendere molto e a imparare. Ho presentato e porterò la prossima settimana, Coding 4 Avola anche nella scuola primaria Caia, nelle classi 4 e 5 delle sezioni B e C e ho scoperto molte cose interessanti, almeno per me.

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I millennials conoscono e usano già Minecraft, fanno coding senza sapere davvero lo strumento che hanno tra le mani, ma quando gli raccontiamo che è un po’ come se facessero i programmatori informatici, gli occhi si illuminano. Questa esperienza è trasversale fra i generi, anche se ancora adesso, sono molti di più i maschi a dedicarsi a questi giochi e a questi interessi.

Voglio sottolineare che non è mia intenzione ridurre il coding e la diffusione consapevole del pensiero computazionale alla mera programmazione informatica: quando ho raccontato Coding 4 Avola agli animatori digitali e ai loro colleghi, ho sostenuto un concetto più complesso (passatemi la vanità).

In quest’ultimo anno, mi sono resa conto che il mondo del lavoro è sempre più esigente, richiede un mix di competenze e di culture che contemporaneamente settoriale, altamente professionale, ma anche trasversale: detto in parole povere, non si può più essere solo medici, solo architetti, solo programmatori, solo baristi, ma occorre conoscere i mondi accanto al nostro settore specifico di lavoro e sapersi affiancare a coloro che praticano la cultura digitale a tutto tondo.

Internet, il web e i social media, sono strumenti, la programmazione è uno strumento, dobbiamo conoscerli, il mondo al di fuori della scuola si sta evolvendo a rotta di collo e i giovanissimi hanno bisogno di essere preparati. Di contro, gli insegnanti e gli scolari sono già tanto bersagliati e carichi di lavoro. È vero che il mondo della scuola spesso fa fatica a stare al passo, ma è anche vero che l’impegno richiesto è già gravoso, mentre ogni istituto ha le sue problematiche da affrontare, fra queste: le difficoltà di alcuni studenti, la povertà di mezzi di alcune famiglie, i problemi specifici di alcune zone d’Italia.

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Una parte di questa storia l’ho già raccontata sulle pagine di questo blog: durante l’estate del 2015 ho iniziato a leggere articoli sul coding nelle scuole, poi ho incontrato Viviana Cannizzo di Impact Hub Siracusa e grazie a lei ho conosciuto il progetto di coding per le scuole e ho partecipato da spettatrice ad un evento di programmazione green con Arduino.

In quei mesi si parlava molto di digital champion e di quello che ognuno di noi, appassionati di cultura digitale in toto, avremmo potuto fare per diffondere buone pratiche fra i giovanissimi. Mi sono chiesta se nel cittadina in cui vivo si fossero già avviati progetti di coding e ho iniziato a parlarne e a chiedere in giro, finché non sono arrivata a presentare il mio piccolissimo progetto per le scuole di Avola all’assessore all’istruzione e allo sportello pedagogico.

Infine, ho conosciuto tre degli animatori digitali designati, perché nel frattempo era stato varato il Piano Nazionale Scuola Digitale dal MIUR e l’operazione digital champion si è in qualche modo conclusa (anche se le istanze lanciate da Riccardo Luna non si sono fermate). Clementina Amato, Francesco Munafò e Vincenzo Rossitto sono degli insegnanti splendidi, prima di tutto; grazie a loro ho conosciuto altri docenti delle scuole medie inferiori e delle scuole primarie che hanno accolto me e il mio piccolo progetto come se fosse un grande tesoro, ne parlerò la prossima settimana.

Cosa accadrà nei prossimi mesi dipende da molti fattori, nel frattempo, spero di migliorare il progetto e di coinvolgere in modo sempre più efficace i ragazzi e gli insegnanti.

Grazie! 🙂

Vi lascio con un articolo apparso su TechEconomy a marzo di quest’anno: lo considero una riflessione dura, ma utile.


Portare il coding nella mia città n°2

2.0 Oggi sono tornata a scuola. Ormai lo faccio sempre più spesso. È dal 9 dicembre 2015 che non ne scrivo, nel frattempo ho iniziato a parlarne concretamente, a incontrare persone coinvolte, a comprendere i limiti e le opportunità. Qualcuno ne sa più di me, altri mi hanno chiesto di raccontare loro il quadro della situazione. Perché Avola non è una cittadina sempre ricca e spensierata e realizzare progetti che aiutino i ragazzini e le ragazzine di oggi a crearsi nuove opportunità, non è uno scherzo.

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Inoltre, come ho appreso dai miei giretti nelle scuole, i problemi da affrontare sono tanti e tanti i ritardi nel rispondere alle iniziative lanciate dal MIUR; questo non accade per mancanza di volontà, come si potrebbe pensare, ma perché le scuole non sono entità a se stanti, sganciate dal luogo in cui sussistono. Ogni cittadina d’Italia ha le sue problematiche locali e sovente la povertà di mezzi delle famiglie e, quindi, la necessità di rispondere a bisogni basilari, la fanno da padroni. Eppure nelle scuole di Avola mi hanno aperto le porte e dato la disponibilità a costruire qualcosa che dia una prospettiva futura.

Se c’è un luogo fisico in cui convergono i problemi che colpiscono la nostra società e le soluzioni possibili, questo è proprio la Scuola; perché, nonostante i ritardi, le politiche europee sottoscritte dal Governo e, soprattutto, la naturale capacità della Scuola di fare da collettore sociale essendo molti gli attori in causa (bambini, docenti, genitori etc), sono i punti di forza di ogni comunità.

Perciò, come sempre, come parlare di cultura digitale a un neofita? Cosa può fare il sistema Scuola in Italia e ad Avola e perché?

2.1 Partiamo da un assunto: la digitalizzazione della cultura è iniziata un bel po’ di anni fa in tutto il mondo ed è andata di pari passo con la diffusione di un approccio sempre più scientifico alla formazione scolastica. Quando scrivo il termine “scientifico”, lo intendo in modo esteso, relativamente a metodi e forma mentale che, in ogni caso, non prescindono da una cultura umanistica, ma offrono gli strumenti per rendere più intellegibili saperi, competenze, mass media, social media e così via.

Volendo collocare l’avvento della digitalizzazione in un periodo preciso, il momento è stato quando gruppi di studenti e imprenditori statunitensi hanno iniziato a lavorare al concetto di computer personale ovvero alla possibilità di rimpicciolire le dimensioni dei calcolatori per farli arrivare in tutte le case del mondo.

Certo, i primi siamo stati noi italiani con la Programma 101 della Olivetti, ma erano gli anni Sessanta e in Italia i visionari non erano ben visti, gli obbiettivi erano altri: industrializzazione a manetta, prima di tutto, quindi metterci al passo con gli americani e far arrivare le lavatrici, gli aspirapolvere e il televisore in tutte le case. Eravamo indietro di circa vent’anni, del resto.

2.1.1 Qui in Italia stiamo pensando di preparare i nostri bambini ad una società e a un mondo del lavoro che non sono il futuro, non stanno succedendo adesso, ma sono già successi. Siamo comunque in ritardo. Questa considerazione suona grave, ma non è possibile mettersi le mani nei capelli e fermarsi. Il divario, è iniziato a farsi consistente circa trent’anni fa ovvero negli anni Ottanta. Con questo non voglio dire che in Italia non ci siano persone molto preparate, ma non bastano. Ma soprattutto, è il mondo della piccola e media impresa, con le dovute eccezioni, che non è pronto ad aver a che fare con queste competenze complesse e poco settoriali.

Quello che è successo fino agli inizi degli anni Duemila è che molte persone nel mondo si sono specializzate in alcuni campi che noi chiamiamo genericamente “informatico” e “scientifico” e i progressi in campo tecnologico sono dovuti anche al lavoro di queste persone e al fatto che hanno saputo sfruttare tutti gli strumenti che avevano a disposizione per condividere informazioni e competenze.

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Il problema della confettura di fragole ibride

Ho letto delle cose oggi. Cioè, leggo cose ogni giorno, più volte al giorno, per chi non lo sapesse. Ma oggi ho letto delle considerazioni sulla cultura digitale che mi hanno fatto riflettere per l’ennesima volta sulla mia storia personale e su quanto la narrazione del mio divenire digitale si sia intrecciata con la narrazione delle storie e delle esperienze di alcuni digital champion e non solo.

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Come è fisiologico che sia, l’associazione che ha fatto capo all’iniziativa di promuovere la cultura digitale nel paese Italia è stata fonte di discussioni e riflessioni contrarie al pensiero di Riccardo Luna e contrarie al messaggio portato avanti in questo ultimo anno e, se non al messaggio, ai modi in cui è stato veicolato o non è stato veicolato. Insomma, non mi dilungo oltre, la casistica è immensa e varia, fatta di Sì e anche di Però che assurgono a categorie discriminanti e prolisse. Sul web, se vi fate un giro cercando “digital champion” e le sue varianti linguistiche, trovate una serie di post pro, contro e ni per farvi una vostra idea.

Io una mia idea la ho e, contrariamente a quanto faccio di solito, mi esporrò senza timori (tanto i miei quattro lettori e mezzo non me ne vorranno).

Non sono una nativa digitale per ovvi motivi anagrafici, inoltre sulle mie spalle peserà per sempre la responsabilità di aver negato a mio padre la gioia di regalarmi il mio primo personal computer, però dal 1999 in poi mi sono più che ripresa il tempo perduto, tanto che in alcuni periodi di questi ultimi decenni mi sono dedicata addirittura a creare indecentissimi siti internet e ho frequentato, se non l’alba, le dieci di mattina del web prima dell’avvento dei social media grazie ai gruppi usenet.

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Se la cultura è digitale, la mente è open

Voglio farvi un esempio di cosa significa per me la locuzione “cultura digitale”.

Ero sulla timeline di Facebook il 3 gennaio e mi è capitato sotto gli occhi uno status di Matteo Tempestini, ingegnere informatico e non solo, che ha scritto questa riflessione:

Primo pensiero del 2016: Siamo figli di un campanilismo tra città che oggi non ha più senso. Oggi io vedo #‎Firenze‬ come un’estensione di #‎Prato‬. I fiorentini possono fare la stessa cosa con Prato, cosi come i pistoiesi, ma anche cittadini di città distanti dalla mia se si legano alla mia con un progetto comune. Nessuno può più pensare di “farcela da solo” anzi la logica del “farcela da soli” porta l’ “immobilismo innovativo” in cui a volte ci troviamo ad essere. In un momento in cui le risorse (umane ed economiche) sono scarse si vince se tra città diverse si riesce a fare squadra e non a fare competizioni gli uni contro gli altri. Proviamo ad “agganciare” i nostri territori tra loro con internet. Abbiamo tutti da guadagnarci qualcosa. #‎secondome‬ #‎piattaforme‬ #‎cittàintelligenti‬

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La sua riflessione (e il suo invito. Hey! Ho scritto: il suo invito), postata pubblicamente, mi ha permesso di rispondere con una mia testimonianza sul lavoro che si sta facendo per la città di Siracusa e questo ha innescato una conversazione fra di noi, fra Prato e Avola, a chilometri di distanza, che sta producendo questo articolo, ma non solo.

Nel frattempo, infatti, io sto lavorando sulle slide di presentazione del progetto di coding che vorrei portare qui ad Avola e che spero di fare presto con la partecipazione dei dirigenti scolastici e degli animatori digitali delle scuole di questa bella cittadina sul mare in cui vivo. La conversazione con Matteo mi ha fatto venire in mente ciò che vorrei comunicare di più e con forza:

la cultura digitale diffusa produce e amplifica la cultura in senso tradizionale del termine, nuove competenze, rinnovate conoscenze, contaminazioni, ci permette di lavorare su più livelli e fra persone con culture, età e competenze diverse, nonché in luoghi diversi nonostante le distanze e le differenze, imparando a condividere problemi, bisogni e soluzioni, adattando e migliorando le esperienze di successo attraverso un sistema aperto (open) e fluido qual è la rete (il web, internet) in quest’epoca e grazie agli strumenti già eccezionali che abbiamo a disposizione (pc, tablet, smartphone).

Ma come si forma la cultura digitale? Ha davvero a che fare con il saper programmare ovvero fare coding? Bisogna essere informatici per poter affermare di avere la padronanza della cultura digitale? Stiamo abbattendo a calci e con le mazze chiodate l’edificio immenso della cultura umanistica?

In realtà la cultura digitale utile a formare e sostenere i cittadini di oggi e di domani, gli individui e le collettività, non può prescindere da una scuola che sappia trasmettere tutte le conoscenze e il saper fare che ci possono permettere di avere una visione consapevole e critica della vita che ci sta venendo incontro ogni giorno: la storia, le scienze, la letteratura, l’arte.

I piccoli cambiamenti che dobbiamo affrontare ogni giorno e i macro cambiamenti sociali, storici, economici, ambientali positivi o negativi che siano, possono essere affrontati meglio se tutti noi abbiamo a disposizione gli strumenti per farlo e sappiamo anche come usare al meglio questi strumenti e come mantenerli efficaci nel tempo.

La cultura digitale non è altro che un mezzo immenso e potente che possiamo decidere di usare correttamente per diffondere conoscenza e consapevolezza, e magari anche le competenze per lavorare ed essere autonomi e padroni della nostra vita: la possibilità di scegliere sapendo cosa si sta scegliendo, senza tuffarsi alla cieca in un futuro incerto.

È qualcosa che permette a Matteo Tempestini di agire e raccontare gli open data e a me di comprenderne i meccanismi e diffonderne l’utilizzo.

In quest’ottica, portare il coding nelle scuole è utile a sviluppare il pensiero computazionale, ma anche a far impegnare gli studenti in progetti che li coinvolgano in prima persona portandoli a cercare e produrre le risposte di cui hanno bisogno e a mettere insieme, in maniera organica, quanto appreso nelle ore di studio.

Per questo e per altri motivi penso che coloro che operano nelle scuole e nelle università, coloro che fanno impresa, i rappresentanti della Pubblica Amministrazione e i governanti non debbano temere questo tipo di innovazione partecipata che sta nascendo grazie alla proliferazione di progetti per le città intelligenti, che richiedono un approccio ai dati, alle informazioni, di tipo open e condiviso, e alla diffusione di concetti quali la Circular Economy, che permette di sposare le istanze tipiche della tutela dell’ambiente con quelle della lotta alla crisi economica.

E, qualora volessimo essere considerati solo semplici cittadini, neanche noi dovremmo temere o disprezzare questo processo che ci sta inevitabilmente coinvolgendo: è vero che la partecipazione e la condivisione richiedono una certa dose di senso di responsabilità; qualsiasi miglioramento abbiamo sempre cercato, anche prima di quest’epoca, ha richiesto senso di responsabilità.

In un progetto partecipato da tutta la cittadinanza non accadrà più che il cambio di governance potrà influire anche negativamente sullo stato delle infrastrutture e dei servizi al pubblico perché ogni cittadino avrà la sua parte di controllo e responsabilità sui processi di PA.

Questo movimento di persone in ogni parte d’Italia e del mondo non è sotterraneo, non ha un gergo segreto, non è proprietario di ricchezze o conoscenze inaccessibili.

Non solo. Questo movimento di persone è impaziente di condividere tutte le informazioni e le buone pratiche che conosce con chi glielo chiederà. Se dovessero sembrarvi impazienti, non lo sono perché gli dà fastidio che non abbiate compreso, ma perché vorrebbero che gli aveste chiesto tutte le informazioni ieri.

 

[l’immagine di copertina è stata liberamente scaricata dal sito alphacoders.com]

 


CyberMediAvola: per una cultura della privacy e dell’informazione

Se è vero che i dati del patrimonio informativo pubblico in quest’epoca devono necessariamente aperti e condivisibili da chiunque, d’altro canto è più che giusto che i nostri dati personali siano tutelati nel miglior modo possibile.

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Entrambe le istanze e necessità non sono responsabilità demandabili a idee fumose su enti o istituzioni che ci siamo fatti nel corso delle nostre esperienze di vita sociale e politica.
La responsabilità è prima di tutto nostra: chi meglio di ognuno di noi sa cosa vuole e può condividere della sua vita? E chi meglio di noi sa quanto possono essere utili le informazioni provenienti da Pubbliche Amministrazioni, istituzioni e stampa?

Notevole a questo proposito l’iniziativa di un gruppo di miei concittadini di Avola di costituirsi in team di lavoro e organizzare un convegno divulgativo su comunicazione, informazione, privacy e sicurezza presso il centro giovanile di Viale Mattarella. L’evento si è tenuto il 27 dicembre 2015 ed è stato un buon punto di partenza per imparare e confrontarsi su temi che ci coinvolgono tutti ogni giorno.

Sebbene sia sempre molto coinvolta in attività che si svolgono nel comune di Siracusa grazie alle iniziative di Impact Hub, è stato piacevole e importante partecipare al convegno, perché mi ha dato la possibilità di incontrare i miei concittadini sul vasto territorio delle tematiche che riguardano la comunicazione a tutto tondo.

Il gruppo di relatori è composito tanto quanto complessi e vasti gli argomenti affrontati. Due giornalisti, Cenzina Salemi per il quotidiano La Sicilia e Antonio Dell’Albani per Il Giornale di Sicilia, un blogger, Antonino Campisi per Avolablog, Chiara Marescalco, social media manager e Ilaria Sangregorio, social media specialist, Salvatore Rametta, presidente di ALUG (Avola Linux User Group) e il moderatore, Gianni Amato, cyber security expert.

Le suggestioni ricevute sono state tante, parte del pubblico si è lasciato coinvolgere dai racconti sul ruolo dell’industria della stampa nella nostra vita, altri dai racconti sui social media, sulla pubblicità online e sul ruolo preponderante che hanno le tecnologie che tutti possediamo fra smartphone e pc.

Il giornalista ideale di Antonio Dell’Albani è colui che segue la deontologia professionale, una persona che non si lascia fuorviare dall’immediatezza e dalla facilità di utilizzo e diffusione delle notizie offerta dai social media, ma persegue il convincimento che essere veritieri e onesti con i propri lettori sia fondamentale. E in effetti, perché non preferire questo tipo di giornalismo alla moltiplicazione becera di news inconsistenti e spesso false? Premiare chi ci racconta gli avvenimenti facendo una verifica costante delle fonti, è fondamentale per avere un servizio di qualità.

Qualità che, secondo Cenzina Salemi, si esplica attraverso un forte senso di responsabilità da parte del giornalista e favorendo l’interazione con i lettori. I giornali dovrebbero dare le notizie che il cittadino non vuole leggere, piuttosto che preferire esclusivamente schemi funzionanti e di successo, ma succubi dei proventi provenienti dalle pubblicità. Occorre, però, trovare un equilibrio fra la necessità di sopravvivere a leggi di mercato crudeli e una rinnovata spinta a produrre informazione autentica.

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L’autenticità è sicuramente una delle qualità che sono di ispirazione per gli articoli e le fotografie di Nino Campisi, in assoluto il blogger più conosciuto ad Avola. Campisi ci racconta che ha iniziato a collaborare con Avolablog condividendo le sue fotografie. Condivisione, passione e trasparenza, senza dimenticare una grande attenzione per gli aggiornamenti costanti delle news offerte dal blog, sono, secondo Campisi, le basi per costruire la propria credibilità.

E l’informazione credibile su cui dovremmo fare affidamento, quali strumenti usa e con quali intenti, nell’epoca della diffusione di internet e delle nuove tecnologie su vasta scala?
L’informazione online mette a dura prova giornalisti e lettori: multimedialità, tempestività e fruibilità sono i cardini della stampa online.

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Al Bar Etna

Il Bar era, è, e auspico resti, quel luogo per riunirsi, stare insieme o soli, scambiare o ascoltare racconti, fatti, idee, informazioni, mentre si sorseggia un caffé o un drink

la Ciarla

a cura di Giovanni Pistolato

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Che la luce sia con te ...il portfolio fotografico di Luca Pagliarino

IL BLOG DELLA GHIANDAIA IMITATRICE

Peeta: Tu mi ami, vero o falso? Katniss: Vero!!!

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Bisogna farsi Dio