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Boomerang, racconto breve di un viaggio mai fatto

Come nasce una passione? Come si può credere sul serio che, una volta lanciato, il boomerang ti torni fra le mani?

Molti di noi usano questa metafora del boomerang che torna indietro per significare qualcosa di negativo: quando compiamo un’azione sbagliata non può che accaderci qualcosa di brutto.

Ma il boomerang è semplicemente un oggetto nato in una cultura che non conosce i concetti di trasgressione e senso di colpa: questo strumento esiste perché non è pratico andare a caccia disperdendo energie per andare a recuperarlo.

E per fare questo, cacciatori vissuti millenni fa, hanno imparato a sfruttare la portanza dell’aria progettando forme che possono volare percorrendo fra i settanta e i centro metri. E, se non colpiscono niente, ritornano alla mano che li ha lanciati.

Questa è la storia di un viaggio che non si è mai realizzato e del tentativo di conoscere una terra lontana con un approccio intellettuale e materiale al tempo stesso: storia, fisica, conoscenza dei materiali e degli strumenti. Il colore, infine, perché l’occhio vuole la sua parte.

È capire che migliaia di anni fa qualcuno ha saputo sfruttare quella che noi chiamiamo meccanica dei fluidi, quindi la resistenza dell’aria, e sperimentare forme angolari diverse per creare un’arma che, con lo scorrere dei secoli, ha mantenuto la sua forma, ma ha accolto sostrati di significati diversi.

Un’arma da getto fra le più complesse nata per cacciare e uccidere è diventata uno dei simboli dell’inesorabile perdita della cultura aborigena e uno sport, è diventata un oggetto da arredamento, un souvenir.

Ma può anche essere altro da sé, ricerca e studio; soddisfazione, infine.
Il tempo della ricerca è ciò che segue la spinta della curiosità, un’azione che ci pone in una prospettiva diversa: la frammentazione del significante, dell’oggetto che ha generato l’interesse.

Da cosa iniziare? I materiali, per esempio; la forma, forse; gli strumenti per costruire e ricreare. Quindi ricerca che contiene altra ricerca, serate passate a leggere testi on line, a trovare quasi per caso altri come noi in un altro punto del pianeta che lo hanno già fatto. Domande e risposte, perché quando si tratta di un oggetto, abbiamo la concreta possibilità di ottenere le risposte che stiamo cercando.

Con le risposte giuste, passare alla deframmentazione delle informazioni, acquisire competenze, sperimentare le nostre capacità: fare cose belle con le nostre mani. Non è sempre qualcosa che genera meraviglia?
Beato chi sa dare forma e colore al proprio lavorio intellettuale, alle proprie idee.

Cosa rimane, infine? Comprendere e accettare la funzione provando l’oggetto che abbiamo creato: lanciare un boomerang, sentendone il peso fra le dita, studiando la posizione del braccio a ricomporre, nel gesto, tutti i saperi acquisiti.

Permettendogli di ritornare, volando via.

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[Copertina credits Tommy McRAE – Kwatkwat people (c.1842 – 1901) Born in Australia. Dead in Australia. Details of artist on Google Art Project, fonte Wikimedia Commons e immagine nell’articolo from page 119 of “Australian Legendary Tales” by K. Langloh Parker]

 

 

 

 

 

 

 


Ma quante Stories! Il futuro è la Realtà Aumentata

Pochi giorni dopo il mio workshop “Marketing & business con Snapchat” presso Make Hub di Marina di Licata, Instagram si adegua velocemente alle nuove abitudini imposte da Snapchat e lancia Stories.

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Cito brevemente Wired perché l’aggiornamento è già stato condiviso e commentato con grandissima rapidità: “Con Instagram Stories puoi combinare tra loro fino a 100 tra immagini e video per creare una storia personalizzata da condividere con i tuoi follower per 24 ore, senza che appaia nel feed o sul tuo profilo. Alle storie puoi aggiungere testo, emoji, sticker e filtri, mentre commenti e reazioni resteranno privati. Il rilascio è previsto nelle prossime ore per tutti gli utenti sia su dispositivi iOS sia Android.“.

Il valore aggiunto di questa novità è che noi utenti di Instagram non dovremo preoccuparci di fare overposting, cioè di sovraccaricare l’account (fino a 100 tra immagini e video!), perché le storie sono suggerite nella parte superiore della schermata feed: un cerchietto rosso attorno alla foto del profilo di coloro che seguiamo ci avviserà se ci sono storie in corso e il sistema per fruirle è molto simile a quello di Snapchat.

Fattori negativi al momento ce ne sono parecchi, almeno secondo gli standard di noi utenti Snapchat: i testi non possono cambiare colore (solo bianco, ma correggetemi se sbaglio), si possono usare le emoji in dotazione alla tastiera del nostro smartphone (o comunque delle tastiere che usa ognuno di noi), ma Instagram non propone emoji aggiuntive né, men che meno, i filtri facciali ovvero lenses.

Nel blog post di Instagram in effetti i filtri stile Snapchat non sono stati annunciati; si parla di creatività e di strumenti di testo e disegno, non di filtri: “With Instagram Stories, you don’t have to worry about overposting. Instead, you can share as much as you want throughout the day — with as much creativity as you want. You can bring your story to life in new ways with text and drawing tools.“.

Nel titolo di questo pezzo ho scritto che il futuro è la realtà aumentata. Ne avevo già parlato due articoli fa, e qui, perdonatemi, ma mi autocito: “nel frattempo Snapchat ha assunto Raffael Dickreuter, professionista degli effetti speciali di Hollywood, per lavorare sulla realtà aumentata* che, probabilmente, accrescerà e raffinerà il divertimento e il coinvolgimento già pienamente ottenuto grazie al tool Lenses (i filtri facciali).“.

Ovviamente parliamo di futuro immediato, quello che rincorriamo (quasi) tutti quotidianamente, soprattutto quelli di noi che alimentano le loro storie di vita e di lavoro grazie alle nuove tecnologie e alla cultura digitale.

Qual è il valore aggiunto della augmented reality contro la realtà virtuale? È molto mobile friendly, basta uno smartphone o un tablet e ce l’hai con te, mentre per la realtà virtuale bisogna disporre di strumenti aggiuntivi, come mascherine e sensori. Focus ha da poco pubblicato un intero numero in realtà aumentata alla portata di tutti, qui trovate tutti i dettagli.

A proposito del fare marketing con Snapchat, al mio workshop ho avuto l’ardire di affermare che presto avremo la possibilità di inserire ulteriori contenuti all’interno dei nostri snap probabilmente grazie alla geolocalizzazione, per realizzare video o immagini in cui i luoghi ripresi ci restituiranno molto di più di quello che normalmente i nostri occhi possono vedere: un po’ come quello che accade al cyborg di Terminator quando osserva il mondo circostante e ne rileva dati aggiuntivi.

Provate a immaginare di applicare questa tecnologia a luoghi di interesse commerciale oppure storico o naturalistico. Tenendo conto che non è una realtà immersiva come quella virtuale e che ci permette di mantenere il controllo sul mondo circostante così come siamo abituati a percepirlo. Io sono emozionata al solo pensiero!

Tutte queste considerazioni senza dimenticare che Snapchat è un’app di messaggistica istantanea e non un social network per immagini come Instagram: la differenza è fondamentale, se si tiene conto che l’uso che ne facciamo è profondamente diverso ed è dettato dall’evoluzione nel gusto della condivisione che sta maturando fra gli utenti di tutto il mondo e che si può individuare nel preferire determinati contenuti e momenti di vita con un occhio alla privacy e uno all’esclusività.

Voi cosa ne pensate?

 


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